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Le donne arrivate non arrivano mai.

Perché Simone De Beauvoir nel 1967, quando è già una grande  filosofa, l’autrice affermata di quel e vero e proprio monumento al femminismo che è Il secondo sesso decide di pubblicare Una donna spezzata? Già da tre anni, ragazze e donne di mezzo mondo, riempivano gioiose foto e teleschermi con addosso la minigonna, oggetto mitico, lanciato sul mercato nel 1964 da Mary Quant e diventato in breve segno di nuove libertà. Perché il libro della De Beauvoir non parla di queste libertà, non le racconta, e preferisce invece concentrarsi su tre donne, tre, letteralmente povere disgraziate devastate dalla paura di non farcela, di non essere amate, di invecchiare?
Perché proprio lei si tira indietro?
E’ come se l’autrice, con questo libro dichiarasse il suo anticonformistico, “Lasciatemi stare. Non sarò mai come mi volete”. Uno scarto, un ruolo diverso da quello che ti aspetti, in una vita già tanto all’insegna dell’autonomia e della libertà. Spesso, le donne che scrivono celebrano la propria differenza, il senso della propria vita, la propria autonomia scegliendo per le loro storie personaggi di donne diverse, quasi sempre inadatte, disfunzionali.
A che? Alla famiglia, alla coppia, alla società.
Quasi mai l’eroina di libri scritti da donne ha la faccia soddisfatta dell’integrata. Molto più spesso è una che sconvolge i piani degli altri. Spesso guerriera, l’eroina dei libri scritti da donne mette tutta la sua furia nello svelare i conformismi, o nell’ attentare ad essi.
Importante, per l’eroina dei libri scritti da donne, è che la sua forza arrivi alle altre lettrici, le altre come lei. La forza, di solito, sta nell’infilarsi nelle vite degli altri, in modo che ci sia un prima e un dopo. Anche quando sta zitta. Non c’è bisogno di cercare troppo. Ognuna lo fa in modo diverso. Pensiamo fra tutte alla signora Dalloway della Woolf.
Non possiamo non ammirare, per tutto il romanzo, le vere e proprie forme di resistenza che la silenziosa signora mette in atto per stare zitta. Per lei, così consapevole, tacere è quasi un lavoro.
Non interessa alla signora,  schernire i luoghi comuni che attraversano le vita degli uomini che le vivono accanto – il mito maschile dell’andare in guerra, fra tanti.
Entrare in conflitto diretto è fare il gioco dei maschi. Preferisce, la Dalloway, avere l’assoluta certezza che tanta sofferenza potrebbe essere evitata, senza guerre. Il modo di dirlo, prima o poi si troverà. E così Woolf ha trovato il modo di parlare a noi.
E ancora, a proposito di forza,  pensiamo all’autocelebrazione della propria disfatta che attraversa tanti libri. Lo fa la scrittrice Albertine Sarrazin nel suo
L’astragalo (un ossicino del piede che la ragazza si rompe, in una fuga tormentata, durante la vicenda). La disadattata ragazza  descrive nel libro  la propria volontaria discesa all’inferno, con vista carcere, senza ritorno. Morirà suicida.
Pensiamo a Silvia Plath che quasi tutte conoscono, o a Violette Leduc ne
La donna col renard (grande figura di peripatetica, quest’ultima, si afferma nel disgusto che suscita) alla pazza nella soffitta  di Charlotte Bronte, grande figura di “prima moglie”: rappresenta, con la sua sola esistenza, un attentato alla vita della protagonista, la giovane e mite governante Jane Eyre.
Non ci sono mode o limiti di date. Non c’è pace per le  donne che scrivono. Se quattro “misurate” – parlo di Elizabeth Bowen, Alba de Cespedes, Flora Volpini, Barbara Pym, diverse per anni e paesi di provenienza, per modi di scrivere – ci narrano di sensi di colpa che possono uccidere, di furbizie per uscire dall’incapacità di provvedere a se stesse, di chiusure totali nei confronti del mondo per paura di esserne ferite, che dire delle esplicite confessioni di follia di una Janet Frane o di Kate Millet?
Non che manchi l’ironia, in alcune. Basti tenere presente la brava Cinzia Ozick, che assieme a figure di donne felicemente irresponsabili, descrive uomini maniaci di grandezza, preferendo sempre comunque le prime ai secondi.
Così come Ivy Compton-Burnett che, anche lei, nell’irresponsabilità femminile sembra vedere quasi l’unico vero modo di rimettere a posto le cose del mondo.
Un’altra cosa: spessissimo le donne che scrivono tengono ai margini delle proprie narrazioni la Storia, quella scritta dagli uomini. Pensiamo a Jane Austen, che scrive tra la fine del settecento e gli inizi dell’ottocento, in Europa, e riesce (diabolicamente) a pronunciare la parola rivoluzione solo in riferimento alla posizione dei divani del salotto. Per questa madrina del femminismo molto più importante è smascherare i conformismi, rivelare la stupidità dei luoghi comuni in cui gli uomini, molto più spesso delle donne, si impantanano.
Tra le scrittrici che siano vissute ai margini c’è, di recente, Caterina Saviane.
Nel 1978 scrive
Ore perse. Vivere a sedici anni.  Chi è alle prese con i sommovimenti sociali  nel libro non è lei, ma il padre, uomo-bambino  un po’ cialtrone. Lei, la mite e intelligente Caterina, nel libro sta a guardare e  morirà suicida nella vita reale, di lì a poco.  

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