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Le catene di Ferraris

Incontriamo il filosofo Maurizio Ferraris all’indomani dell’uscita del suo nuovo libro, Mobilitazione totale, pubblicato da Laterza e così introdotto nella quarta di copertina: «Forse per la prima volta nella storia del mondo l’assoluto è nelle nostre mani. Ma avere il mondo in mano è anche, e automaticamente, essere in mano al mondo».

Ferraris, lei parla di «mobilitazione», riferendosi al web, al telefonino (l’insieme di tecnologia che oggi governa il mondo e che con un acronimo lei chiama ARMI) sostiene che siamo tutti e tutte, costretti da «logiche militari». Vuol dire che l’umanità si è istupidita? Vuol dire che la tecnologia ha realizzato ciò cui gli esseri umani, a colpi di libertà sono sempre riusciti a sfuggire, e cioè il «regime totale»?

L’umanità non si è instupidita. Smettiamola di criticare la tecnologia come alienazione, come se la colpa di quello che facciamo fosse degli strumenti che adoperiamo – dal fuoco alla ruota al web. La tecnologia non è alienazione ma rivelazione: mette in luce in profondità ciò che noi siamo, alla faccia delle nostre illusioni e autodefinizioni lusinghiere. In particolare, il Web, come tecnologia più potente di qualunque altra, rivela anzitutto quanto l’umanità sia disposta alla sottomissione (d’accordo con Houellebecq): a piazzarsi davanti a uno schermo di computer o di telefonino e a rispondere, anche se da questo non le verrà nella maggior parte dei casi alcun vantaggio. L’imbecillità di massa, in definitiva, è un epifenomeno, rivela quanto potente in noi sia l’attrazione della stupidità (Bouvard e Pécuchet operano in epoca ampiamente pre-web) – la sostanza vera è la sottomissione. Non è vero che, come diceva Rousseau, l’uomo è nato libero ed è dovunque in catene; piuttosto, l’uomo nasce con una vocazione inestinguibile alle catene, e dovrà cercare con fatica la via della liberazione, se e quando verrà (corollario: sostenendo che «siamo condannati a essere liberi» Sartre si rivelava un inguaribile ottimista o, più precisamente, non sapeva quel che si diceva).

Che ricaduta ha quello di cui lei parla, sul mondo del lavoro nella sua quotidianità? Più si è dipendenti, e più si lavora, ma più si lavora e meno si guadagna?

Sì, è così. Tanto è vero che oggi si realizza il paradosso di una umanità formalmente disoccupata (ci sono più disoccupati che in qualsiasi età precedente) e che lavora più che in qualunque altra epoca della storia, perché trattandosi di lavoro intellettuale non c’è il limite costituito dall’esaurimento delle forze fisiche, e trattandosi di lavoro delocalizzato non c’è il limite costituito dalla necessità di un ufficio e dei relativi orari. Il fenomeno del burn-out, del lavoratore esemplare che esplode e non ce la fa più è un fenomeno dei nostri giorni, nelle miniere non c’erano burn-out, ma una umanità spossata che al suo lavoro chiedeva sussistenza e non riconoscimento. Con l’ironia supplementare che si può essere burn-out e, contemporaneamente, disoccupati, come quelli che passano buona parte del loro tempo sui social network. Ma senza andare troppo distante e per non dare l’impressione a chi legge che io mi senta migliore o diverso dai miei simili: le sto rispondendo gratuitamente all’alba di sabato. Se non è mobilitazione totale questa, ci si chiede che cos’altro possa esserlo: quando Goebbels ha convocato i Berlinesi al Palazzo dello Sport per inneggiare alla guerra totale si è guardato bene dal convocarli il sabato all’alba.

Ad un certo punto, citando Kittler, lei sostiene che «l’uomo è il risultato dei media». Che cosa vuol dire? E se le ARMI sono ciò che ci controlla, ma anche ciò che ci dà la libertà – attraverso la critica di essa – siamo nel migliore dei mondi possibili? E se sì, come è possibile che proprio «l’alleanza fra burocrazia e potere militare» abbia portato a qualcosa che assomiglia alla libertà?

Se non avessimo inventato il fuoco, la ruota, la stampa, non avremmo né il Codice Napoleone, né la Recherche, né Auschwitz. I Bonobo non hanno nulla di simile. Dunque, siamo il frutto della tecnica. Vale la pena di osservare che l’indovinello che la Sfinge pone a Edipo (quale sia l’essere che alla mattina cammina con quattro zampe, a mezzogiorno con due, alla sera con tre) include la tecnica nella definizione dell’essere umano, che, da vecchio, usa il bastone. Di nuovo, non riesco a immaginare un Bonobo o un leone che si appoggiano a un bastone, o una lince con occhiali da presbite, e i barboncini con il cappotto sono il frutto della perversità umana. Così vanno le cose nel nostro mondo, che non è né il migliore né il peggiore dei mondi possibili, semplicemente perché è il mondo reale, l’unico che ci sia. Ovviamente, si può e si deve cercare di migliorarlo ma, a questo fine, dire che siamo nel peggiore dei mondi possibili non è più utile del dire che siamo nel migliore dei mondi possibili – è semplicemente una frase di cui è difficile trovare un senso. Una volta Ortega y Gasset fece una conferenza in Messico e un ascoltatore gli disse «La vita è uno schifo»; e Ortega: «Rispetto a cosa?».

Secondo lei, «il capitalismo finanziario (…) enorme produttore di documenti, è (…) un sistema di mobilitazione militare». Chi è in grado di organizzare lavoro sul web, e di far lavorare gli altri, oltre che denaro accumula anche potere? E se è così, se ho capito bene, l’immigrato che lavora nei campi è più libero di chi lavora gratis, per Facebook?

Ovviamente il denaro è potere e il potere è denaro, pensi al brano di Faust citato da Marx: «Se posso pagarmi sei stalloni, le loro forze non sono le mie? Io ci corro su, e sono perfettamente a mio agio come se io avessi ventiquattro gambe». Altrettanto ovviamente, l’immigrato che lavora nei campi non è più libero di chi lavora gratis per Facebook: il primo lavora per il sostentamento, l’altro lavora per il riconoscimento. Certo, il primo, almeno in linea di principio, potrebbe forse essere più libero dell’altro, nell’ipotesi che, una volta assicuratosi il sostentamento, si comporti in maniera sovrana e ritenga di non aver bisogno del riconoscimento. Ma ne dubito: cercherà riconoscimento anche lui e lavorerà gratis per Facebook.

Nell’ultimo capitolo del libro «La risposta», lei sostiene che «non rispondere è inumano». Mi spiega perché?

Perché, come diceva Aristotele, solo la bestia e il dio possono fare a meno del prossimo. Dunque, solo la bestia e il dio possono non rispondere, ed è in effetti quello che fanno.

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