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La tirata non è una categoria della politica

 

Una volta, in Italia, c’era un tipo di autorità (per carità, una cosa atroce) che aveva la sua fonte nelle tradizioni, nelle istituzioni di riferimento (il Preside, il Genitore, il Medico), nelle consuetudini spazio-temporali.  In tanti paesi ancora c’è, non scherziamo. Da qualche altra parte: in Germania, in Cina, a Pariggi (dove infatti reagiscono coi cortei), in paesi dove la tendenza alla sceneggiata è più ridotta che da noi. In paesi dove c’è lo Stato (“si, ma perché quelli sono francesi”), una Premier (“si, ma perché quella è tedesca”). Non da noi. Da noi c’è, a fare, pretendere Autorità (“ma che ce vo a fa sta cosa?”): il vicino, la vicina di Facebook, con la sua Tirata, le sue Tirate, le sue, meglio sarebbe dire, Strillate. (“Ma come te permetti?”).

Non voglio sembrare nostalgica: c’erano epoche (i famosi anni dai 50 agli 80) in cui si parlava a partire da (o volutamente escludendo termini e concetti, quali) Organizzazione Sociale, Operaio Massa, Autorità Materna, Partire da sé, Imperialismo, Patriarcato. Così, tanto per dirne alcune. Categorie forse sbagliate, e chi dice di no. Ma almeno davano la possibilità a chi versava in forte disagio psichico, di attaccarsi a qualche elemento oggettivo.

Non ho detto che allora fossero richieste competenza o professionalità, e che invece oggi invece no, signora mia e dove andremo a finire. Non sto mettendo affatto in discussione il poter partire da sé. Solo che oggi, signora mia e aridanghete, le categorie attraverso cui si dialoga di politica semplicemente non sono più tali. Per il semplice fatto che: aho, scansate, e levvate, levvate t’ho detto,  ma decchestamoaparla, mo te mmeno e voi vede?, mo parlo io, vattelapijanderculo, non sono categorie politiche. Non corrisponde, la possibilità di poter fare tirate chilometriche, di minacciare, insultare, mettere ottomila punti interrogativi, alla circostanza di dire qualcosa di politicamente rilevante: potrebbe anche trattarsi solo di disagio, incapacità di smettere, incapacità di svolgere bene il proprio lavoro.

E se no, come spiegarsi tutto sto “sparla tu che sparlo io”?

E allora, o ti rassegni e strilli e sparli pure tu o ci sarà sempre chi strilla di più, e signora mia, se è il tuo vicino di cabina, di casa, di post, ti conviene cambiare: cabina, casa e salotto virtuale, invece che strillare o sparlare.

Cosa fa infatti lo Strillone/a? Ha prima di tutto una grande resistenza fisica. Urla. Grida. Qualsiasi sia l’argomento. Che ci sia pioggia o sole. Anzi, a volte strilla anche contro pioggia e sole.

Mi viene da dire, anche a me: “Ma cosa siamo diventati tutti”? Una frase da commedia anni 70 (mi pare sia di Scola, Ettore Scola, ma mi potrei sbagliare, una frase de La Terrazza), banale ormai, ma che nasconde una parte di verità. Siamo passati dalle assemblee degli anni 70 allo sproloquio di massa, passando per i salotti televisivi. Non è che non ci fosse chi urlava alle Assemblee, ma quantomeno lì, alla fine della tirata che poteva durare anche molte ore, uno straccetto di decisione toccava prenderla, anche solo per finta, anche solo per darsi una rassicurazione. E quindi, che non ti potessi limitare a strattonare le vicine, era abbastanza evidente.

Non è vero che era uguale. Non è vero soprattutto per una cosa: in un’assemblea c’erano i corpi. Degli amici, delle amiche. C’era il guardarsi in faccia e rendersi (non sempre, non dico sempre) conto ogni tanto, del ridicolo che ti circondava. Poi, ti andavi a prendere un caffè, e si scioglieva l’ansia.

Oggi no. Oggi l’ansia si lavora a cederla, infonderla, regalarla. C’è chi dice: oggi le assemblee sono sul web. E va bene.

Secondo quale procedimento discutiamo quando siamo su Facebook? Per le modalità con cui è fatto, si finisce per seguire lo stesso canone che seguono gli uccellini quando vengano loro buttate delle briciole: ne butti una grossa? Frrrr…il cespuglio di ali ci si fionderà sopra.

Poi, beccate, strillate, discuSioni (come dicono a Roma), litigate, musi lunghi, fino a…fino al prossimo frrrr…la prossima briciola, su  cui il branco di uccellini si butterà. Siamo povera cosa sì. Questo è l’unico dato evidente. Ci vuole, da parte di chi non è abituato a reagire subito, beccando in testa l’altro o l’altra (da parte di chi non ce l’ha come categoria primaria, per carità, sono ancora ammesse forme di fragilità?) una Gran Pazienza. Per quel che mi riguarda, puoi anche non dire niente. Se non urli, sarà già un valore.

Perché lo dico? Sono d’accordo che Facebook sia la Nuova Assemblea, il corpo organizzativo sociale, diciamo così che in qualche modo sostituisce le Vecchie Assemblee. Lo noto, ci arrivo: quelli che hanno meno anni, hanno modalità di discussione più pacate, si prendono di più in giro, si cercano anche fuori dall’Assemblea, entrano e escono. Insomma, poiché ci sono nati, nel web, sono meno rigidi.

Parlo delle Prefiche:  i vicini, le vicine di cui parlavo sopra. Miei coetanei, mie coetanee cui l’unica cosa che importi è esserci. Soggetti (e soggette) che se te li immagini in un’Assemblea di quelle vecchie, li vedi, le vedi arrancare quando arrivano alla conclusione. Perché? Perché, alla fine della tirata colpevolizzante, toccherà chiuderlo sto benedetto intervento, sta tirata: ” E allora? Che facciamo?”, gli(le) chiederà infatti il resto del corpo assembleare.

Se su Facebook è possibile (e anzi, chi l’ha messo in piedi, si augura nel suo interesse che tu ogni giorno sia in grado di inventarti qualcosa) improvvisare ogni giorno, e rimediare qualche argomento su cui sbranarsi (si va dai media  – ma che  non siano li stessi per cui tifano, lavorano le Prefiche – alla natura umana degenerata, a maschi contro femmine, alla civiltà occidentale) nell’Assemblea Vecchio Stile a un certo punto, toccava chiudere.

“Che facciamo?”, ci si chiedeva.

Niente senso di onnipotenza, legittimato da un mezzo che ti permette di parlare, potenzialmente, all’infinito.

Nella Vecchia Assemblea, un uso tradizionale del tempo, assieme a tutta una serie di esigenze fisiche, ti costringeva a cedere la sedia. “(Ci stai parlando del tuo disagio, scendi da lì) Lascia parlare il prossimo.”, ti veniva detto.

Qui, su Facebook, non è detto che lo Strillatore smetta, che si zittisca, a un certo punto. Non è affatto detto. Importante è la rendita di posizione, le postazioni acquisite. Come niente te lo(la) ritrovi appresso che continua a beccare e rimbeccare. Perché la molla, infinita, non è altro che il movimento incessante dell’etere. Aspettiamo allora che le modifiche tecnologiche modifichino, modifichino e modifichino. Peggio di così non è detto che possa andare.

Oppure torniamo indietro. Torniamo alle assemblee, torniamo al bar, torniamo al territorio, ai corsi di recupero, a guardarci in faccia. Magari andrà meglio. Anche perché il fatto di guardarsi in faccia, certe stronzate non permette di dirle.

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