La ribellione della signora Eyre

Neri Pozza ripropone «Jane Eyre» di Charlotte Bronte. Un vero capolavoro del ribellismo (controllato) al rigore e al vigore dell’Occidente dell’Ottocento. Un mondo ingessato e senza passioni
Il motivo per cui Jane Eyre e Edward Rochester stanno così bene assieme, e per cui godono di tanta fortuna ancora oggi, fra le lettrici e gli spettatori (non si contano gli adattamenti cinematografici e televisivi), è che sono, letteralmente,  «due persone che ne hanno viste di tutti i colori». Prendiamo lei. Non è possibile immaginare una trentenne, come la troviamo alla fine del romanzo, cui siano accadute, in così breve tempo, tante cose. Le sono morti nell’ordine: i genitori, quando era molto piccola; lo zio, Mr. Reed, che l’aveva accolta, con la moglie Sarah e i figli, nella sua famiglia; poi a morire è la più cara amica, in collegio. Sempre da piccola, Jane ha dovuto litigare, e tenere testa: alla zia, quella Sarah Reed, con cui la ragazzina è stata costretta a convivere; ai figli della zia, i cugini – di cui il maschio, John, paranoico e violento; al sadico direttore del collegio di Lowood, Mr. Brocklehurst in cui la zia l’ha mandata. Da adulta ancora, la povera Jane dovrà rispondere a Rochester, e più avanti, alle amiche di lui, razziste e “classiste”, e infine alla ex moglie di lui, quella Bertha Mason, abituata a prendere letteralmente a morsi i parenti, e, a dare fuoco al letto del marito con lui dentro. E il romanzo non è ancora finito.  Non è possibile, dicevo, immaginare una donna con esperienze di queste tipo, se non a prezzo di intravedere anche un certo ispessimento del cuore, e una sostanziale capacità, acquisita, di mettere se stessa e la propria dignità, davanti a tutto.
In quanto a lui, Edward Rochester, più grande di età, costretto dal padre – che per tutta la vita gli ha preferito il fratello Rowland – a sposare in Giamaica, «la bruna, alta, maestosa» Bertha Mason per interesse, è uno di quelli che, nonostante la condizione di privilegio economico in cui vivono, dalla vita non ricevono che calci. Passi, infatti, che uno sposi una donna che non si è scelto. Ma che dire se la donna, poi si rivela una nel cui carattere non alberghi una sola virtù. «Non avevo notato in lei né modestia, né benevolenza, né candore, né raffinatezza, né sensibilità…», racconta alla amata Jane. Che dire, se, dell’esistenza della suocera pazza (la madre di Bertha) il nostro venga a sapere solo una volta sposato? E che fare, soprattutto, se le stesse caratteristiche di follia si ritrovino – anticipate da una condotta di vita «dissipata» – nella figlia? Dalla Giamaica, anni prima, l’uomo aveva scelto di tornare in Europa. Qui aveva avuto varie amanti, ma da una – quella di cui si era più invaghito, Celine Varens – era stato tradito e sbeffeggiato, in modo alquanto crudele.
charlotte gainsbourg jane eyreNel momento in cui Jane (nella foto, interpretata da Charlotte Gainsbourg nel film di Franco Zeffirelli) e Rochester si incontrano, lei, che è un’insegnante diciannovenne, ha da poco scoperto il benessere (fisico, legato alla sicurezza di sé – per il fatto di svolgere un’attività che ama – ed emotivo, legato alla dignità, che a volte regala l’autonomia economica). È l’istitutrice della bambina che l’uomo ha preso a vivere con sé. La bambina, Adele, è la figlia di Celine Varens, morta, nel frattempo. Lui non se l’è sentita di mandarla in istituto. Se ne occupa la governante, Mrs. Fairfax. Con loro ci sono anche: una coppia di domestici, la governante della bambina, e la moglie pazza – accudita da una signora un po’ ubriacona, Mrs. Poole – nella soffitta. Ma dell’esistenza della moglie, chiusa al terzo piano, Jane non sa nulla.
Quando si conoscono, Edward Rochester, sta provando a fidanzarsi con una che è la bella copia (in tutti i sensi) di Bertha. Una volta comparsa Jane però, lui non ci riuscirà. Jane, anche se non bella, coi mesi ha dimostrato di essere molto intelligente, oltre che sveglia. L’ha infatti salvato da morte certa. Lui, «l’addormentato» – letteralmente – Rochester, cui l’ex moglie ha cercato di dare fuoco, in una notte «indimenticabile», non potrà più rinunciare all’istitutrice.
Come può, dopo averla conosciuta, accontentarsi di una Blanche Ingram che è sì, colta e nobile, ma anche un bel po’ opportunista, oltre che completamente piena di sé, e di idee antiquate sul mondo? La Eyre​, ha dalla sua, il fatto di essere un bel po’ ironica, oltre a saper suonare il piano, disegnare, ricamare, sapere il francese, conoscere la poesia, e la pittura. Ma soprattutto è aggiornata sulle ultime idee che riguardano la dignità e la condotta delle donne (e degli uomini) di quel periodo. Non sono poche le volte in cui, nelle discussioni che intrattiene, anche le più drammatiche, la preparata istitutrice, cita brani del Vecchio Testamento, così come idee, assolutamente all’avanguardia per l’epoca, che riguardano la libertà e la giustizia.
E ribelle, Jane lo è sempre stata. Basti pensare a come reagisce, quando ancora ragazzina, ascolta «stupefatta, senza riuscire a comprenderla, quella dottrina della sopportazione» che Helen Burns – l’amica che morirà, in collegio – le dice di «praticare» davanti alle botte e alle umiliazioni subite. O, a come risponde a tono a Rochester, quando lui, prendendola in giro, già avanti nella relazione, le parla delle donne nei serragli, per i bazar di Istanbul, e la minaccia scherzosamente di inserirvela.
«Mi preparerò a partire come missionaria e a predicare la libertà alle donne schiavizzate, comprese le ospiti del vostro harem. Chiederò d’esservi ammessa e organizzerò una rivolta; e voi, caro il mio pascià a tre code, vi troverete in men che non si dica in catene, e per quanto mi riguarda non consentirò mai a lasciarvi andare finché non avrete firmato la carta dei diritti più libertaria che un despota abbia mai concesso», gli dice, se lui oserà farlo.
Ribelle, Jane lo è sempre stata, dicevamo, anche nelle «pratiche». Basti ricordare che viene spedita in collegio per aver risposto a tono alla zia, e di essersela, in quel modo, definitivamente inimicata. Certo, ha anche dato un pugno sul naso al cugino John, quel cugino di cui abbiamo detto, il favorito della Reed. Ma che cosa sono quel pugno, e le sue risposte (fra cui, memorabile, “Sono loro che non sono degni di avere a che fare con me!”, riferito ai giovani parenti), se non un indice di non rassegnazione? Sono o no, una reazione (giusta) al fatto di essere stata punita, in modo crudele? Sono o no, una reazione alla notte passata da sola, nella “camera rossa” – terrorizzata all’idea di vedere il fantasma dello zio, che in quella camera “ha esalato l’ultimo respiro”?  Sono o no, l’unico modo a disposizione di una ragazzina decenne, per ristabilire un ordine, in una famiglia in un cui a comandare c’è una madre disturbata?
Assieme al paradigma – che attraversa un pezzo del romanzo – dei due avventurieri che si incontrano, e che narrano l’uno all’altra, (e intanto anche a noi), le rispettive storie, molti altri sono i temi per cui vale la pena di leggere questo bel libro, da poco ripubblicato da Neri Pozza, (nella collana Le Grandi Scrittrici, diretta da Monica Pareschi, che del volume ha anche fatto la traduzione). È, infatti, una di quelle storie la cui complessità, non sacrifica nulla alla scorrevolezza, e alla capacità di tenere avvinta l’attenzione di chi legge.
charlotte bronteCharlotte Brontë (nella foto), attraverso la storia di una giovane donna, non racconta solo parte della sua «autobiografia» – si sa che due delle sue sorelle, morirono all’età di 10 e 11 anni, in un collegio, per le cattive condizioni igieniche in cui furono costrette a vivere, così come si sa che lavorò come insegnante, e che, come Jane Eyre, conosceva bene il francese – ma accenna, nel suo romanzo, ai maggiori temi culturali e religiosi dell’epoca. Il protestantesimo, il cattolicesimo, la libertà, la giustizia, la felicità e il diritto ad esse, alcuni di essi.
Il motivo dell’«individuo» che, da solo, sopravvive alle difficoltà ed entra in contatto con una comunità di «nobili e ricchi», che non solo lo accettano, ma lo preferiscono a uno di loro, non è completamente nuovo, per l’epoca. Già Defoe, nel 1719 e Richardson nel 1740 avevano narrato rispettivamente, di Venerdì e di Pamela, il «selvaggio» e la «cameriera», non destinati secondo i luoghi comuni dell’epoca, a un’ascesa sociale, e il cui cambiamento di «status» è dovuto alle caratteristiche individuali. Per Jane Eyre però, non si tratta di un cambiamento di status. Jane Eyre appartiene (almeno da parte di madre) sin dall’inizio alla stessa classe sociale di Rochester; solo che è, a differenza di lui, una «diseredata». E qui, una breve annotazione: se è vero che è la passione per il disegno, a salvare Jane, se sono la sua capacità di decifrare il reale, il far tesoro di ciò che apprende, a renderla una donna libera psicologicamente, è anche vero che sarà l’eredità di un altro zio a renderla autonoma economicamente.
La tesi del libro, è netta: la giovane donna (la «creatura selvaggia, decisa, libera», la chiamerà Rochester) riesce a tener testa al suo datore di lavoro, perché ha assimilato sapere e conoscenza. «Leggi e principi valgono anche in presenza della tentazione», risponderà infatti, la donna, quando lui cercherà di convincerla a seguirlo, dopo la scoperta dell’esistenza di Bertha nella soffitta. Ma le leggi e i principi quali sono, se non quelli che hanno nutrito la sua vita intellettuale?
E poi il tema della comunità. Questo romanzo, (che è stato definito di volta in volta, romanzo di formazionedel terrore, fantastico, d’amore), è in realtà una gigantesca critica (oltre che un inno, come spesso, in modo contraddittorio accade) alla cultura protestante, quella della famiglia Brontë, e alle sue pratiche. Come farebbe Jane, a sopravvivere, se dopo l’ultima fuga, non incontrasse la famiglia – la comunità – di Moor House che la accoglie – quei tre giovani, Diana, Mary e John, che hanno una visione della vita apparentemente identica alla sua? Eppure, quanto dura e oppressiva sembrerà a Jane la richiesta che John le farà di seguirlo in India, per portare lì la parola di Dio?
Infine il matrimonio di Jane con Rochester.  In questo caso, la felicità derivante dall’unione con l’amato – che dura già da dieci anni, quando il romanzo finisce, e quindi è verificata – non è solo un premio alle caratteristiche individuali (come era per la Pamela di Richardson), ma un riconoscimento della superiorità della cultura e dei diritti (che spettano a ogni donna, oltre che agli uomini), rispetto a quelli di nascita e censo.
Vale la pena ricordare che Jane Eyre, uscito nel 1847 – come Cime tempestose della sorella di Charlotte, Emily – fu pubblicato – per paura di vendere poche copie, e anche di scandalizzare i lettori – con lo pseudonimo maschile di Currer Bell. Ellis Bell, invece, era quello di Emily.
Ci sarebbe poi da parlare di Bertha Mason, la moglie nella soffitta, e della sua sofferenza; degli studi, dei romanzi che ne hanno accompagnato la figura. Come dell’ubriachezza di Grace Poole, la donna che di Bertha è la custode. Ma questo, a un’altra volta.

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