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La politica del cane

                      


Eccomi su una Panda.

Eccomi qua, per strada, di notte, nell’ottobre 2003, su una suoresca Panda che mi cucco da Carlo mio l’ennesimo pippone.
“No, dico solo…tu che parli tanto di educazione…potevi evitare no? Hai rovinato la cena a tutti!”, dice.
E’ ancora abbastanza calmo. Siamo ancora lontani dal raggiungere l’apice della discussione. Nell’illimitata partita di bocce che è stata la nostra storia, su una cosa lui ha ragione. 
Il boccino è quasi sempre stato in mano mia. 

Sta a me, anche questa volta, chiudere qua la partita o far rimbombare la discussione per le strade di Monteverde, e ancora andando un po’ su, sul Gianicolo, e poi giù per Trastevere, per finire infine dall’altra parte del Tevere, in Piazza dell’Orologio dove lui abita.
Che bugiardo! Non glielo dico adesso, ma lo so. Il disturbo che avrei creato alla serata. La cena che sarebbe rimasta sullo stomaco a tutti per colpa mia. La mia presunzione. La mia maleducazione. Tutto non è che una scusa. Una stupida ma significativa scusa per rimproverarmi. Lui è fatto così.
Vive affastellando scuse. Come questa macchina su cui siamo seduti. Panda. Me lo ricordo. Quando gli ho chiesto perché l’avesse comprata, così brutta, più di dieci anni fa, nel 1993, quando ci siamo conosciuti, lui mi ha risposto, testuale, “L’ho comprata perché è un prodotto italiano”
“Come, perché è un prodotto italiano? Ma che te ne frega a te? Se non ti piace”
“L’ho comprata per non mandare a casa i nostri operai. Tutti dovrebbero comprare macchine italiane”, mi ha risposto. 
“Sì. Ma se la Fiat vive da trent’anni coi contributi che gli dà lo Stato italiano, e quindi noi! Che bisogno c’è di comprare una macchina che non ti piace? E’ la macchina delle suore, pure! L’hai comprata solo per sentirti un uomo buono, dì la verità. Come al solito tuo! Un uomo tanto buono. Ma va’, va’. Quanto sei buono!”
“Senti, tu saprai di letteratura, ma non sai niente di economia. Quindi parliamo d’altro!”, ha risposto.
A quell’epoca io avevo trent’anni, e facevo la dura, ma credevo a tutti. E avevo fiducia nelle sue capacità di comprensione. Quindi ho insistito. Ero sicura che alla fine mi avrebbe capito. E gliel’ho detto, “Senti, io ho studiato. Mi sono fatta un mazzo così , nella vita!”
Anche quella volta eravamo seduti nella Panda.
“Non si vede!”, ha detto lui.
“Non si vede? I risultati, vuoi dire? Che a trent’anni non ho una cattedra all’università? Che a trent’anni non ho un posto fisso in un giornale? Che non ho ancora un lavoro, vuoi dire?”.
“Sì, non si vede tutto ‘sto gran studio che hai fatto”
“Non si vede? Be’, pezzo d’imbecille, ti ricordo che faccio anche la madre, se non si vede! E che la faccio, cercando di farla bene! Per il lavoro, invece… adesso… mi sto resettando
Mi sono resa conto che avevo detto una cazzata. Così dopo aver preso una pausa col fiato, ho chiesto, “Si vede o no, che ho studiato giurisprudenza?”
Siccome non mi rispondeva, mi sono risposta da sola. “Sì che si vede, invece!”, ho detto. “Si vede o no, che non perdo occasione per informarmi?”. E lui ancora non rispondeva.
“Sì che si vede…”, mi sono risposta di nuovo, da sola. Poi siccome ho capito che non mi avrebbe risposto più, mi sono fatta furba. Ho fatto finta che le cose me le chiedevo, ma senza aspettarmi niente da lui. “E chi le sa le cose sul general intellect, tu? E chi lo sa, che invece che del lavoro dovremmo occuparci del tempo libero, tu? La società dell’accesso! Ma tu, lo sai o no, che cos’è la società dell’accesso? No. Non lo sai. E quindi mi insulti!”. 
Volevo proprio vedere che mi rispondeva. Lui? Si è messo a piagnucolare!
“Se sai tutte queste cose è perché hai potuto studiare!”, ha detto. “Perché vieni da una famiglia ricca!”, ha continuato. “Mio fratello è un operaio, e mia madre quando ero piccolo cuciva le camicie in casa…”
“Ah. Sì, però tu come cantante a vent’anni guadagnavi già da solo, quasi cento milioni all’anno, bello. O no? E se te li sei bevuti, che cosa vuoi da me? Non mi ci sento una merda perché ho studiato! Invece di essere stata seduta al bar dalla mattina alla sera! No! Io non sono mai stata seduta a un bar di mattina. Mai!”
Su questa mia ultima battuta si è ripigliato, e “Si vede!”, mi ha fatto.
“Che cosa, si vede?”
“Che sei una tipa che non è mai stata seduta al bar!”

                                (Bar San Callisto, Trastevere, Roma)

So soltanto che nei dieci anni che siamo stati assieme, mi sono sempre sentita una nullità. Per quello che avevo studiato. Per come lo avevo studiato. Per quello che adesso sapevo. E pure per quello che non sapevo.
Non so se lo facesse apposta o no, lui, a farmi sentire così. Non ha importanza più, adesso, nel 2006. Dal pippone del 2003, sono passati già tre anni.
Il pippone nella Panda umida, dico, quello alle due di notte, dopo una faticosissima cena con amici suoi. 
Pippone che, forse ve l’ho già detto, viene quasi dieci anni dopo la discussione che riguardava il mio lavoro, quella del 1993, bravi.
Cui avete appena assistito e che partiva dalla Panda, e dalla Fiat. Tutto il fatto che lui è un uomo buono.
C’è da dire che assistendo a questa ultima scenata, il pippone 2003, state assistendo a uno degli ultimi litigi della nostra storia. Sì. Della storia di Annalisa e Carlo. 
Perché pochi giorni dopo io me ne andrò.



“Potevi starci un po’ attenta, no? Non vedi che hai messo tutti in imbarazzo col tuo comportamento? Si sono sentiti tutti ignoranti! Proprio una bella digestione! Grazie! Che bisogno avevi? Era solo per emergere! per far vedere che sapevi! Quanto sapevi! Ma che ce ne frega a noi?” insiste, ancora.
Guardo il vetro appannato della Panda suoresca. 
Il paragone che tanti scrittori così spesso fanno fra fronti sudate e vetri appannati, sarà molto banale, ma è anche molto vero. Non sto sudando perché non fa caldo per niente, dentro ‘sta macchina, ma mi sento lo stesso la fronte come il vetro di questa Panda. Tutta a goccioline.
“Io ho messo tutti in imbarazzo? Io volevo far vedere che sapevo? Ancora? Ancora co’ ‘sta storia?”, chiedo.
“Tu! Sì, tu!”
“Ma io amo le cose di cui parlavo! Carlo! Io vivo per le cose di cui parlavo! Sono la mia vita le cose di cui parlavo! Sono trent’anni che studio, io, le cose di cui parlavo!”
Sto urlando. Me ne rendo conto benissimo. Sto gridando. Sono odiosa. E sono tanto più antipatica quanto più, sui miei strilli, si sente abbaiare, anzi guaire all’improvviso un cane. Il cane è nella Panda. Sul sedile di dietro di questa scagatissima Panda. Il cane adesso piange.
E io non smetto. No.
Urlo anzi, mo’ che ho cominciato. Urlo, perché come tutte le persone del mondo, voglio aver ragione. Almeno, vorrei aver ragione. E mi dispiace per questo cane, questo piccolo cane nero, che si chiama Pelé, che continua a guaire.
“Ti ci dovrai abituare!”, grido allora al cane, e rivolta a Carlo: “E sono quasi dieci anni che te lo dico! E ancora non l’hai capito! Io sono le cose di cui parlavo, prima, bello! Sono le cose di cui parlo! Se non vuoi bene a queste cose non puoi volerne a me! E se non ti va bene, lasciami! Ma smettila di rimproverami perché parlo delle cose di cui parlo!”
Mi giro e senza parlare prendo in braccio il cane Pelè, che è una femmina.

Ecco. Dopo questo discorso che avete ascoltato anche voi, deciderò definitivamente che è meglio vivere da sola per sempre. E me ne andrò.
“Come un’eroina di Henry James!”, dite voi.
Sì! Certo! Come un’eroina di Henry James, guarda un po’!
“Tutta ingenuità, ricerca di sé e onesta intellettuale!”, insistete.
Sì. Certo. Anzi, sai che ti dico? Ingenuità, ricerca e superamento di sé in piena coscienza! Ecco come sono. Come ero. Be’? Che c’è? Che volete? Avreste fatto diversamente, voi? Bene.
Torniamo indietro. Mettiamo che questi ultimi tre anni, gli anni che ho vissuto da sola, non siano passati. Facciamo finta che sono ancora in tempo. Ecco. Posso decidere. Torniamo ancora a quella serata del 2003.
“Che devo fare?”. Lo chiedo a voi. Devo rispondergli o no? Devo gridare, o no?
Voi che preferite? Volete che io sfrutti questo uomo? 
Che lo sfrutti, sì! Perché io lo so, che al fondo lui mi ama e mi stima e che posso facilmente approfittarmi di lui! Che devo fare? Lo so che di me, lui non sopporta una cosa: che so più di lui!
Però so anche, e lo so per certo, che mi darebbe delle vacanze al mare ogniqualvolta io le chiedessi, e forse anche una macchina nuova, pur di vedermi felice! E una casa, se io decidessi di volerne una in proprietà! Se solo facessi due smancerie! Se solo facessi due mossette! Se solo non dicessi quello che so! Voi che dite? Veloci a rispondere! Lasciarsi o no?



Dite la verità: preferireste che fossi una di quelle donne alla Chandler, con tutto il rispetto per il nostro, fatte di calcolo, fumo di sigaretta, e sfruttamento del fesso di turno, no? Allora?
Preferireste che assomigliassi a quella cretina della dostoevskiana Sonia? Ecco, sarebbe quella giusta per essere portata in giro con la Panda lei. Bravi! Sonia!
No. Io non la faccio Sonia. Fatevela voi, quella fessa di Sonia, se siete donne! Cercatevela, se siete uomini e vi sembra un tipo interessante! Ce ne sono un sacco in giro! Io no! Non solo! Ma d’ora in poi chiederò al Comitato di Lotta per la Casa con il quale mi vedo di martedì e giovedì, perché intanto ho avuto uno sfratto, e non so dove andrò ad abitare, appena uscirò da questa casa, ecco, incoscienza per incoscienza, chiederò di poter dedicare un giorno alla settimana al classici della letteratura. Alla loro analisi. Al loro studio.


Useremo lo sgabuzzo in cui ci riuniamo adesso per confidarci sui problemi della casa, lo useremo per parlare dei classici. Quelli che nessuno legge più. E allora, giù! Di Melville! E di Virginia Woolf!  E di Manzoni, pure! Ma sì! E di Jean Rhys, che la conosciamo in cinque in tutta Italia, compreso Roberto Calasso che l’ha pubblicata e la moglie che l’ha letta! E dopo, Babel, perché è comunista! E Pasternak, perché è antistalinista! E Nievo, pure, va, che ci piace tanto! E Testori, per ricordarci di quando abbiamo vissuto a Milano! Una cosa è certa. Sappiatelo. Arrivati a Dostoevskij io griderò alle femmine e pure ai maschi, a  rischio di passare per pazza, non me ne frega niente. “Insomma, svegliatevi! Tu, bello, mica sei Raskolnikov, che ti credi? E tu, che pensi di essere Nastassja Filippovna? Vedete se vi date una svegliata, su! Oppure sai che c’è? Fottetevi! Però fottetevi definitivamente!”

                                  (Piazza Santa Maria in Trastevere, Roma)

Poi, altre volte che ci penso mi dico che no. Esagero.
Tre anni fa, tutta quella scenata che è successa, è stata solo colpa del cibo. Se solo avessimo mangiato meno quella sera la cosa forse non sarebbe diventata così drammatica. Forse neanche ci saremmo lasciati, io e Carlo mio. Perché, tutto sommato, cosa era successo? Un gioco. Un inutile, sereno e innocente gioco fatto all’una di notte, dopo una serata passata ad agitarci, a parlare, e anche a piangere, o a sorridere, come vedrete dal mio racconto.



Se dico che la colpa è stata della roba da mangiare è perché all’una di notte, momento in cui successe la piccola tragedia, la cucina era messa in questo modo: le mozzarelle del Gargano, le salamelle calabresi, e la pasta con le sarde, le cime di rapa soffritte, i fagioli con le cotiche, la frittata di zucchine, i mostaccioli, e ancora, la torta del compleanno avanzata dei bambini, di cui ci eravamo tutti serviti, chi una chi due volte, giacevano chi in piatti di portata, chi in pezzi di carta. 
Qualche cosa era più squagliata di altre. La mozzarella del Gargano per esempio. Se dovessi dire che cosa rendeva l’aria così particolarmente maleodorante non avrei avuto dubbi. Più dell’odore delle canne. Più di quello delle sigarette. Più del vino che si era rovesciato, la mozzarella lardellata di prosciutto del Gargano, rendeva secondo me l’aria irrespirabile. 
“Allora, chi è?”, chiesi per la quarta volta.
Stavano tutti in circolo attorno a me. Eravamo tre coppie e uno spaiato. Mi guardavano. Cioè qualcuno mi guardava come ti può guardare una (o uno) che si è fatto tre canne poderose e ha mangiato due piatti di pasta con le sarde, e si è ingurgitata pure la torta di compleanno della bambina. Vaghi, forse. Però mi guardavano.
Mi avevano fatto ‘na trentina di domande, circa. Mi vergognavo. Per fortuna la piccola canide Pelé si era addormentata, smettendo così di farmi fare brutta figura. Ero stanca e mi ero troppo abbuffata pure io. 
“Tommaso Landolfi!”, dissi, con lo stesso tono con cui un marito stufo di una moglie da barzelletta, dice prima di andarsene da casa: “Ma vaffanculo, va!”
Il “E chi è?”, che risuonò nella sala era tale e quale al, “Ma che ho fatto?”, che la stessa moglie da barzelletta chiede al marito quando lui le grida che se ne sta andando. 
“Tommaso Landolfi! Uno scrittore! L’amante di Anna Proclemer!”, gridai, come avrebbe fatto il marito, per dire, “Niente! Non hai fatto niente, ma mi stai sul cazzo, e vafanculo!”
Tutti si guardarono in faccia. Nessuno lo conosceva. Be’, meglio così. Potevano tutti sentirsi un po’ più sollevati. Ero io la donna assurda.


Quella sera, è vero, il menù era stato particolarmente generoso. Dall’ora di pranzo fino alle otto di sera si era tenuta infatti a casa Sottecchi la festa della primogenita, la piccola Irene di nove anni. E Patty, la padrona di casa, nonché madre di Irene, ci aveva detto, appena eravamo entrati, io e Carlo mio puntuali, alle nove ora di cena appunto, ci aveva detto, “Ho voluto esagerare! C’è un sacco di roba da mangiare! Ho fatto come si fa in Puglia! Tutta una tirata, da mezzogiorno a mezzanotte! Tutto quello che si poteva mangiare ce lo siamo mangiato! E ancora roba ci sta!”, aveva detto.
“Ah, bello!” avevo risposto io.
“Eh! E’ stata bellissima la festa! Irene ha recitato un intero rosario… davanti a tutti!” ha continuato Patty, ancora mentre ci toglievamo le giacche, e mettendoci davanti, tanto per gradire, il famoso mozzarellone lardellato di prosciutto crudo del Gargano.
“Il rosario? E perché il rosario?”, ho chiesto io. “Perché non gli hai fatto dire una poesia, povera piccina!”
“Come, povera piccina! Quella la prossima settimana la comunione si deve fare!”
“Ho capito, ma voi non è che siete proprio praticanti, dai, Patty!”
“Come, non siamo praticanti? E chi te l’ha detto, a te?”
“Ma no, così avevo capito… da tutto il tempo che ci conosciamo!”
Volevo dire, “‘A Patty! Bella! Te, te sfai de canne dalle cinque del pomeriggio in poi, quando ce l’hai! Nei confronti de’ tu’ marito non è che usi proprio ‘na formula basata sulla misericordia! Lasciamo perdere poi i peccati mortali che fai quando insulti tua suocera…”. Ma non ho detto niente. Ho fatto solo, “Ah!”
“… io credo, invece. Io credo, Annalisa! Quando non vado a messa la domenica è perché Carlo si sveglia tardi!”
“E te pareva? Mo la colpa è mia!”, ha detto subito il marito, Carlo Sottecchi. Detto pure Carlo 2. Il Carlo 1 era il mio, Carlo Garavaglia.
“Io credo e come!”, ha insistito Patty. “Sono una devota della Madonna di Campogalliano, sai vicino al mio paese, nella provincia di Foggia!”. Mi ha guardato. “Perché tu non credi?”
“Boh! Non so… certe volte!”. Volevo rassicurarla, ma non volevo dire vere e proprie balle. “No, però se trovo un’immaginetta della Madonna per terra… la raccolgo, eh? E me la porto a casa! Anche dei santi! Mica li lascio per terra con la gente che gli mette i piedi in faccia… le raccolgo!”
Per fortuna nessuno mi stava ascoltando più. Il campanello era suonato.

Approfittai per asciugare la pipì che la mia piccola canina Pelé aveva appena fatto. Il campanello  che suonava in quel momento mi sembrò una fortuna doppia. Nessuno aveva visto la pipì, e soprattutto nessuno mi vedeva mentre la asciugavo. Nessuno. Cioè. Carlo mio l’aveva vista. “Fatto!”, ho detto rivolta a lui appena ho finito di pulire. E devo essere sincera, sono rimasta pure un po’ di merda, quando l’ho visto alzarsi, partire verso il corridoio e gridare, “Patty! Ascolta! Pelé ha fatto la pipì sul pavimento!”
Ma Patty era così immersa nei suoi doveri da Trimalciona, che invece di cagarsi, o minimamente considerare quel rompicoglioni del mio Carlo venne da Pelé, e per rimproverarla le disse baciandola sulla bocca, “Oddio! Che non l’ho neanche salutata! Come sta la mia bella puttanella?”
“Puttanella?”, chiesi io.
“Puttanella, si. Ha preso il posto di Pietra!”, disse Patty mentre andava in cucina, non lesinando mentre lo faceva, dal lanciare su di me il suo sguardo, simpaticamente accusatore.



Una donna nuda.

Sulla piccola e nera Pelé c’è da aprire adesso una finestrella. Questa canina, che aveva allora circa otto mesi, non era il frutto di un mio estemporaneo amore per la razza canina. No. L’avevo presa dopo che era morta un’altra canina che si chiamava Pietra e che aveva vissuto con noi per nove anni. Morta Pietra, io mi ero letteralmente vergognata di andare in giro senza guinzaglio e quindi senza cane.
Questa sensazione di disagio era durata più o meno due giorni e consisteva in questo. Non so come spiegare. In generale mi sembra, in linea di massima sempre, di essere sempre stata una persona abbastanza spigliata e disinvolta. Quando è morta Pietra, però, io non lo so. Sarà stato il senso di colpa per non essere riuscita a salvarla. Sarà stata la malinconia del tempo che passa, visto che con Pietra avevamo passato assieme nove anni. Sarà stata l’abitudine. Che ne so.
So soltanto che io non riuscivo a uscire, senza sentirmi letteralmente una donna nuda. Avevo l’impressione che tutti mi parlassero e mi giudicassero. La mia mano che pendeva al mio fianco, senza accennare o trattenere nulla, senza nessun guinzaglio, o laccio da stringere, mi faceva sentire appunto, non solo senza vestiti, cosa che forse avrei potuto accettare e tollerare, quanto una donna senza senso.
Così, tempo due giorni avevo provveduto. Pelé era una canina abbandonata. Avrei dato una casa a lei, e mi sarei distratta io. 
Diverso è stato per Carlo. 



La piccola Pelé non è stata accettata con lo stesso gaudio da Carlo. Diciamo subito che Carlo con Pietra, la mia Pietra – perché io già ce l’avevo quando ci siamo conosciuti, anzi, a essere sinceri Pietra era stata presa per mio figlio Rocco che a sua volta ancora, la considerava sua, diciamolo – non avendo avuto in vita sua mai neanche uno straccio di cane, aveva stabilito un legame non patologico, ma ultrapatologico.
‘Sta cazza di cana gli ultimi anni della sua vita li ha vissuti praticamente fissa in braccio a lui, che di questo si beava. Anche quando la cana stava bene. Non pensate alla malattia. Non c’entra niente la malattia. La malattia è venuta dopo, e per fortuna è durata poco. Carlo, da quell’infantile che era, non solo aveva costruito il suo amore per il mio – nostro, mio e di mio figlio Rocco – cane sul fatto di averlo rubato a me – a noi – ma basava la sua gioia sul fatto di trattare ‘sto cane come una persona. Solo che era un cane. 
“Cane!”, gridavo io.
E lui, “Lo so!”, mi rispondeva.
“Non si direbbe!”, dicevo.
Anche lì una bugia. Diceva, “Lo so”, ma per lui era una specie di donnina. La donnina Pietra.
E lei? Come reagiva lei, volete sapere?
A riprova che ‘sti cani sono esseri mostruosamente intelligenti, io vi posso giurare su quello che volete che Pietra se ne stava seduta sul divano come una specie di bizzoca di paese, di quelle che passano il tempo a chiacchierare dalla mattina alla sera! Una zampa sull’altra, ci guardava a me e a Rocco come a sfidarci! E se poco poco, le dicevamo, “Scendi! Scendi dal divano!”, ci ringhiava, questa odiosa.
Adesso, morta la cana, una persona con un po’ più di sale nel cervello avrebbe detto, “Bene! Morta Pietra, che io avevo finito per considerare la bambina che non ho mai avuto, approfitto per avere con Pelé un tranquillo rapporto fra cane e padrone! Tranquillo, prima di tutto!”.
Macché. Una persona con un po’ di sale nel cervello, appunto. Non Carlo. Che invece, non si può dire che proprio odiasse Pelé, la nuova canina, no. Non la odiava. Era semplicemente tornato, morta Pietra, a considerare i cani degli esseri assolutamente inutili. Degli esseri su cui neanche valga la pena di interrogarsi. 
“Pelé la puttanella! Avete pulito bene?”, gridava quella cattolicona di Patty dalla cucina. 
“Sì, ha pulito Annalisa!”, ha risposto Carlo finalmente. Non so quante volte Patty avrebbe chiamato puttanella Pelé, se lui a un certo punto non avesse risposto.



Era entrata intanto un’altra coppia: lui, Benito, un cantante come Carlo, e lei, Stefania, titolare di un’agenzia fotografica. Una coppia di gente simpatica. Lui un gran casinaro, di quelli che suonano benissimo la chitarra e intrattengono le persone così bene, ma così bene, da lasciarle col fiato sospeso per tutta la serata. Io un po’ mi rompo anche i coglioni a sentire uno che per tre ore suona la chitarra. Ma io non faccio testo. Avete capito il tipo, no?
Uno di quelli che da giovani, hanno avuto un programma tutto loro in televisione, e la gente li riconosce per strada, che poi a un certo punto senza che nessuno capisca il perché, si perdono. Cioè, non è che proprio si perdono. Si mettono a fare piccole cose. Si ridimensionano. Ecco, forse questa parola è più giusta.
Suonano nel piano bar.
La gente per strada non li riconosce più.
Loro fanno serate, ma non più nei conservatori, o nelle arene più importanti. Suonano per avere di che vivere. Bar. Arene di provincia. Avete capito, no?
La parte triste della coppia, però, quella sera non era rappresentata da lui, che infatti si fece avanti nel salotto con grandi pacche sulle spalle a tutti.
“Ho avuto un cancro! Sono venuta solo perché se no, quella scassapalle di Patty si offende! Mi telefona e mi rimprovera! E con tutti i cazzi a cui ho da pensare con l’agenzia, in questo periodo mi ci manca solo lei!”, mi confida Stefania con un sussurro isterico.
“Un cancro? Ma come è successo? Quando? Oh, mamma mia!”
“Niente! Nella sfortuna sono stata fortunata! Mi hanno operato d’urgenza. Pare che adesso vada tutto bene! Il seno! Ma il problema non è il cancro. E’ la rottura di coglioni delle persone che ti stanno vicino e che ti dicono che cosa fare e che cosa non fare! Non ce la faccio più!”
“Stefà’! Stefania!”. Era già la terza volta che Patty la chiamava dalla cucina.
“E questa chi è?”, ha chiesto Stefania inciampando nella piccola cana che aveva imparato intanto il percorso salotto-corridoio-cucina e si divertiva a percorrerlo, non solo perché le piaceva andare avanti e indietro, ma soprattutto perché nel suddetto percorso ogni volta beccava qualche cosa da mangiare.
“Lei è Pelé!”, ho detto io prendendola in braccio e fermandomi sulla porta del salotto, per farla vedere a Stefania. “Ma lo sai”, le ho chiesto allora, “che Petra è morta?”
“E’ morta? Ohi, mamma. E quando è morta?”
“Eh, poveretta. Anche lei aveva una cosa al seno… cioè, qui al petto… non abbiamo capito! Una mastite, dice. Che poi si è trasformata, non abbiamo capito, che cosa. Sette veterinari diversi in quindici giorni!”, ho gridato, “Un dolore! Sette!”
“Oh, poveretti!”, ha fatto lei.
“Poveretti, si!”
Su questo poveretti, io penso che Pelé si sta strozzando. O meglio sento un gemito, una specie di tosse soffocata. La guardo. No. Non è Pelé. Mi giro. E’ Carlo mio che piange. Lo odio quando fa così. Sono due settimane, da quando è morta Pietra, che ogni tanto prende e si mette a piangere.
“Pelé… Pelé…”, dice, fra le lacrime. “Piccola Pelé ha fatto la pipì!”, si alza e viene a prendermela dalle braccia, gridando, “Patty! Patty!”.
Insiste a gridare, facendo rimanere sul gargarozzo il troppo farcito latticino del Gargano, a tutti. Manca solo Patty. Tutti gli altri gli sono attorno, dopo due secondi.
Lui, protagonista della scena madre, continua a piangere. Tiene Pelé per le zampe davanti, dritta, appesa, e lei si guarda attorno c’ ‘sti due occhi tondi. Quanto è bella! Non posso prenderla. Mi accuserebbero chissà di che cosa di terribile. 
“Ohh, poveretto!”, dice Stefania a Carlo, e lui, “Patty! Patty!”, insiste con la nota di pianto nella voce, e a Patty che arriva dalla cucina tutta scarmigliata e asciugandosi le mani gli dice, “Oddio, Carlo! Poveretto!”. Lui risponde: “Patty, scusa! Scusaci! Pelé ha pisciato per la seconda volta per terra!”



Qualcuno ride. Anche Carlo mio alla fine ride, fra le lacrime. Poi tutti si mettono a cercare la pipì. 
Ma in realtà io, nell’attimo che Patty ha trascorso per venire dalla cucina in qua, ho approfittato per pulire la pipì di Pelé per la seconda volta, e un po’ la odio ‘sta Pelé stasera, perché a casa da noi, non la fa quasi mai.
Mentre mi sciacquo le mani per la seconda volta, mi chiedo se il mio intento è quello di proteggere la canina, e vorrei sapere se non sono troppo esagerata in questo. E, “Ma…”, mi dico, “sto cercando anche di essere servizievole con la padrona di casa, ‘sta Patty, che ci ospita! Ecco perché pulisco!”, mi giustifico.
Invece, quell’idiota di Carlo mio, il noto ultraconsiderato uomo di spettacolo, cantante italiano di punta, Carlo Garavaglia, non si mette a dire, ad alta voce, fra le lacrime, “Annalisa! Annalisa! Perché Pietra non la proteggevi così? Perché ora che è morta ne parli con tanta tristezza? Allora le volevi bene, Annalisa? Anche tu? Oh, piccola Pelé!” e insiste a tenere ‘sta canina dalle zampe davanti, tipo cane appestato, o salamella appesa. Non oso andare a prendergliela.
Patty e Carlo 2 gli sono vicini e lo stanno accarezzando sulla testa.
Io lo odio. Per non saper che fare me ne vado in cucina.
Aspetto Pelé. Perché so che lui la lascerà andare. Come so che lei arriverà da me. So che mi cercherà. Eccola!
“Pelé…”, dico mettendomi anche io su quattro zampe. Ed è così che mi trova Carlo, che arriva subito dopo di lei. 
Faccio appena in tempo ad alzarmi in piedi, che lui mi spalanca le braccia davanti, in una stretta che comprende pure la spina dorsale. Non posso che rispondere al suo poderoso abbraccio con un abbraccio, anche se io continuo ad odiarlo. Sono costretta ad abbracciarlo non per carità cristiana, ma per convenzione sociale. Oh, se è per questo gli ambienti alternativi di convenzioni, sono pieni! Ammesso che noi siamo persone alternative, eh?
Se fossimo stati soli non avrei avuto problemi a dirgli, “Perché non la smetti di piangere? Quanto ‘si pesante! Almeno cerca! Pietra è morta da due settimane! E tu Pelé non la guardi mai!”
Ma così, con Patty e Stefania che ci guardano e ci stanno dietro gridando, “Guarda, guarda i piccioncini!” ho preferito abbracciarlo e chiuderla così.
Però mi stavo veramente incazzando con Carlo per quell’abbraccio esagerato. Così quando ho sentito per la decima volta Patty, con ‘ste mani ingombre dei vassoi di pasta con le sarde e di frittate dire ancora, “Puttanella!”, rivolta a Pelé, ho fatto: “E smettila! E smettila di chiamarla così!”
Il tempo di dirmi lei, “Oh, ma allora ha ragione Carlo! Allora davvero vuoi più bene a Pelé”, che il campanello suona, e i vassoi con Patty dietro, sgombrano la cucina. 
“Lascia quella roba!”, le urlo dietro. “Lascia, che la porto io!”
Ma Patty è andata, e Stefania, quella dell’agenzia fotografica, la segue. Siamo da soli in cucina, adesso. Io, Carlo e Pelé. No. Per la verità c’è anche un cadavere smembrato, ritorto e svuotato, di un pupazzetto di stoffa, sotto al tavolo della cucina. Lo vedo perché Pelé me lo sta portando. 
“Cosa hai fatto?”, dico, ed è un peccato. E’ un peccato perché io lo so per certo che Carlo non ha nei confronti di questa canina nessun tipo di spirito protettivo. Peccato, perché lui è distratto, e non se n’era accorto. 
Peccato, perché dovrò verificare ancora una volta quanta poca complicità Carlo abbia con me. Per un momento ho un dubbio. “E se mi smentisse, e buttasse questo pupazzetto da uovo di Pasqua nella spazzatura? Se non dice niente a Patty, questa volta, di quello che Pelè ha fatto?”. Lo guardo. Ha visto il pupazzetto. Con la punta del piede, lo rigira. 
“Carlo, non c’è bisogno di dirlo a Patty! Ti prego! Carlo! E’ solo un pupazzetto da uovo di Pasqua! Lo so che è dei bambini! Ma facciamo finta di non averlo visto. Può essere stato Enrico! Dai! Enrico ha solo tre anni! Può averlo rotto lui, no? Ti prego, Carlo!”
Non mi risponde. Apre la porta della cucina e se ne va in salotto. Tolgo il pupazzetto a Pelé, e lo butto dietro il pane secco, sul mobile che c’è in cucina.
Quando arrivo in salotto, istanti dopo, lo sento che dice: “Patty! Pelé ha rotto un pupazzetto!”. Ma Patty è presa dalla nuova persona che è arrivata. Un uomo. E soprattutto ne è presa per rimproverarla.  E a Patty, che sia perché è molto cattolica, come lei stessa dice, che sia perché è un po’ stronza, fare i rimproveri è una cosa che piace molto.
“Aho, bello! Non si arriva così in ritardo, sa? E la fidanzata tua, ‘ndo sta?”, grida, mica tanto per scherzo.
L’uomo, completamente calvo, che è appena entrato e ha in mano una chitarra, si scusa, fa così: “No, Patty! Scusami. E’ per lei che sono arrivato in ritardo! La fidanzata mia se n’è andata. Mi ha lasciato! Scusami. Scusatemi!”, ripete.
“E proprio stasera? E che è? ‘Sta puttana!”, grida Patty, e subito dopo, ancora, “Ma tu devi essere orgoglioso e contento. Un uomo che ha la forza di lasciare una donna prima di andare a cena…”
“No, Patty, non hai capito. Non è lui che ha lasciato lei!”, dico io e Stefania, l’agente dei fotografi, con me, “E’ lei…”, fa, “Che se ne è andata!”
“Appunto! Una puttana. Una senza stile. Dai, siediti!”, dice allora Patty a lui, prendendolo per un braccio, “Entra, siediti. C’è la pasta con le sarde!”.
Il poveretto, che ha la testa tutta sudata, mentre appoggia la chitarra al divano, non si accorge però della povera Pelé e la schiaccia. I grandi strilli canini producono su di noi quegli attimi di ansia che sempre producono negli umani – che non abbiano come passatempo quello di massacrare gli animali – gli urli degli animali, e così per un attimo tutto si ferma.
Io la prendo in braccio. Lei continua a guaire. Carlo in piedi, mi guarda. Come uno struzzo. Sbatte le ciglia in quel suo modo da struzzo. Mi guarda fissa fissa mentre vado a sedermi sul divano con Pelé in braccio. 
“Eh, no, eh! Annalisa, e che fai? Mettila giù! Carlo! Sedetevi!”
Patty ha ragione. Dobbiamo sederci.          
    
Non sono una persona molto da tenerezze.

Tenendomi Pelé in braccio vado a sedermi. Il mio posto è di fianco a Carlo mio, dice Patty. Così mi ha detto un sacco di volte, devo chiamarlo, secondo lei, Carlo mio, almeno quando sono con loro. Le devo fare questo favore, dice. Adesso ci ho fatto l’abitudine. Lo chiamo sempre Carlo mio. 
“E dai, prova! Sii un po’ più tenera! Dì Carlo mio. Se no si confonde con Carlo mio!”, ride.
“Uffa, Patty, co’ ‘sta tenerezza! Io le odio le tenerezze! E Carlo tuo, come lo devo chiamare? Carlo tuo?”
Sì, se mi rivolgo a Carlo suo, lo devo chiamare Carlo tuo. Che spiritosaggini.
A tavola ci sono ancora due posti vuoti. Sono Francesco e Gabriella, che mancano. Lui è un altro cantante, e lei una innamorata pazza di suo marito. Che è il cantante. Famoso. E’ stato anche a Sanremo.
“Patty, Pelé ha rotto un pupazzetto dei bambini! Un pupazzetto che c’era per terra in cucina!”, dice Carlo mio. Ma è sfortunato. Il campanello, per la terza volta sembra chiamare Patty, che si alza, con lo spaghetto e la sarda, che le escono dalla bocca.
“Ecco Francesco e Gabriella! Avranno litigato, ‘sti stronzi! Speriamo almeno che lei abbia già pronta una canna!”, grida.
Pelé, forse per il campanello, o per il grande movimento a cui ha assistito per tutta la sera, comincia ad abbaiare. E dalla porta aperta, Patty dice, in un sussurro trattenuto, che diventa un grido “Zitta, puttana! Che mi svegli i bambini!”
La accarezzo.
So già. Lo so per certo che qui o a casa io cercherò in tutti i modi di vomitare questa pasta con le sarde. E anche la mozzarella che ho mangiato prima. E se non lo farò subito qui, adesso, lo so, sarà solo perché voglio vomitare anche il resto di quello che ho visto di là e che mangerò. La torta. I mostaccioli. La frittata. Tutta roba che voglio mangiare. Non so se lo farò. Di vomitare. Se non ci riuscirò forse sarà peggio, perché poi mi sentirò male, sarò isterica, e forse litigherò. Litigherò con tutti.

                               (Brancati, Proclemer e figlia con cane)

“Non chiedetemi perché abbiamo fatto così tardi! Non chiedetemi perché sto così male! Se avete delle curiosità rivolgetevi a lei!”, sta dicendo ad alta voce, Francesco, l’uomo appena entrato. 
“Ma Francesco, non fare l’esagerato!”, la moglie lo segue.
“Innanzitutto ciao, eh?”, grida Patty col suo tono da caporale, che per una volta sta perfetto.
“… Perché non lo dici perché abbiamo fatto tardi, eh? Dillo! Tanto questa è tutta gente che conosciamo bene!”, si mette a insistere lui.
“No, lui non lo conosci, perché è un mio amico! Guarda un po’ che lui è nuovo!”, sta gridando Patty rivolta al suo amico pelato, che a fine serata, mentre tutti ce ne andremo, prenderà e si presenterà dicendo, “Io sono Mario!”.
“E tanto piacere!”, verrà a quel punto da dire a me. Anche se non lo farò.
“Bene, vuol dire che glielo faremo sapere anche al nuovo, quello che hai combinato stasera!”, ha detto Francesco, e tipo un mafioso di paese si è avvicinato a Mario e gli ha detto, “Ciao! Come ti chiami?”
Quando l’altro ha fatto, “Mario!”, ha risposto,“Ma Francesco! Hai bevuto?”, si è messa a dire Gabriella con gli occhietti ridotti a due fessure perché si era fatta troppe canne. 
“Be’, Mario, la signora ha voluto riprovare! Voleva che glielo mettessi da dietro! Però poi voleva che glielo mettessi davanti! Però poi le faceva male! Però poi vuole fare un figlio, però poi non vuole fare un figlio…”
“Francesco, per favore!”, ha preso e ha detto Carlo 2, “A noi non interessa questa roba. Questi sono fatti privati!”
Gabriella era rimasta in piedi, di fianco a me. Accarezzava Pelé e intanto sorrideva. Come una bambina. Si è pure piegata sulle ginocchia, “Bella, Pelé! Ci vieni dalla zia?”
“Ecco, brava, rincoglionisciti pure tu col cane!”
Volevo dirglielo, “Coglione ci sarai!”, ma siccome lo era per davvero, ho evitato. Non si può mai sapere, in questi casi.
“Sedetevi! Mangiate!”, ha gridato Patty. “Annalisa, prendi quella puttana di Pelé e mettila per terra, dai! Gabriella siediti a tavola, che mangi! Quello che non vedete a tavola e di là in cucina! Servitevi! Gabriella, dov’è la tua borsa?”
Rintronata, Gabriella ha fatto un cenno con la testa. Pelé, lasciata libera, ha approfittato per fare un giretto in cucina. Ho visto Carlo mio che la guardava. Appena la bestiola ha attraversato la porta, e il suo orecchio è stato fuori quindi, dalla portata di voce di Carlo mio, lui ha preso e ha gridato, “Patty, a proposito, Pelé ha rotto un pupazzetto dei tuoi figli!”
“Porca puttana, quale?”, ha chiesto lei, tirando fuori dalla borsa di Gabriella una canna già fatta, e correndo con quella in cucina, per accenderla. Da lì, poi ha gridato, “Non vi preoccupate. E’ una cosa da uovo di Pasqua, quella! Tranquilli!”
Pelé adesso stava tornando in salotto. E Patty le veniva dietro.

E così, dopo che erano stati indovinati, rispettivamente: il presidente della Repubblica, Sandro Pertini. La cantante, Patty Pravo. La principessa Diana. Il cartone animato Topolino. Il presentatore Mike Buongiorno. Il calciatore Sandro Mazzola. La cantante Milva. Il presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi, e persino Donatella Rettore, io bloccai il gioco.
Fu un blocco totale. Una cosa che imbarazzò tutti, me compresa, e che durò, non esagero, forse tre quarti d’ora. Sarà stato il fatto che in tanti avevano fumato. O l’ora tarda. O i dolci. Su di me agì sicuramente il fatto di non essere riuscita a vomitare la mozzarella farcita. Perché io lo so che mi fa male. Io infatti non fumo. Non bevo. E la mia droga era, a quei tempi, il cibo.
Cominciò così: volevo fare loro un regalo. Raccontare loro una storia bella. Non banale. Una storia non fessa. Fatta di gente importante. Gente grande. Famosa per quello di bello che aveva fatto. Cose che si ricordano nei libri di storia. Un grande amore. Con questa intenzione avevo pensato a lui, il grande, mitico, autore di Sora.

                   (Landolfi con moglie e figli)

“E’ un lui hai detto, cazzo? Di dov’è?”, insisteva nervoso Francesco. Era la ventesima domanda in tutto che mi facevano. Nel frattempo, lui si era sparato altre tre birre. 
“Di Sora… si!”, ho risposto.
“Ciriaco De Mita!”, ha detto, sempre lui.
“Non è Ciriaco De Mita…”
“Scrive, hai detto, eh?”, ancora lui, Francesco.
“Scrive. Racconti!”
“Ammanniti!”, dice Mario.
Io, “No!”
Per aiutarli, a un certo punto ho peggiorato del tutto, come si dice, l’opera: “E’ stato l’amante di una famosa attrice!”, ho gridato e ho sorriso, assolutamente sicura che questa volta avrebbero indovinato.
“Ah, ho capito. Rita Hayworth!”, ha gridato Patty.
E Carlo 2, “Orson Welles caso mai!”. Carlo 2 sta ridendo perché è di buon carattere e sa di cinema perché lavora nella produzione, lui.
“Va be’, famme capì, hai detto che è uno scrittore, no?”, ripete a un certo punto Benito.
“Sì, uno scrittore!”
“Semplice. E’ Moravia. Ecco chi è!”
“No!”
“Ma è un maschio?”. Gabriella, che di solito a a una certa ora si addormentava sempre o si svegliava definitivamente, stavolta stava sveglia. 
“Se è uno scrittore…ore! Cretina! Tu che dici, è maschio o femmina?”, l’ha rimproverata subito il marito.
“Come si chiama quello americano. ‘Spe. E-a-s-t-o-n Ellis!”, se n’è fregata lei. 
“Sì, Easton!”, l’ha di nuovo sfottuta il marito.
“Va be’, non lo so come si chiama. Dai, Francesco, uffa!”
“No, non è manco lui!”, ho detto io. Sora. Avevo detto Sora. Come ci eravamo arrivati a Easton Ellis?
“Anni? Che hai detto?”. Patty si innervosisce perché è laureata in lingua e letteratura tedesca, lei.
“Quando è morto, vuoi sapere?”, chiedo io.
“Ah, perché E’ morto? Dillo, no?”, Stefania.
“Sì, è morto!”, dico io. “Fra i sessanta e i settanta!”
“Musil!”, fa Patty
“Non è Musil!”  
“Va be’, Annalisa, ci hai rotto i coglioni!”, interrompe a un certo punto il gioco Carlo mio. E “Dicci chi è!”, grida.
“Landolfi! Tommaso Landolfi! Ecco chi è! Che è stato l’amante di Anna Proclemer, che era sposata all’epoca con Vitaliano Brancati, autore de Il Bell’Antonio!”
Silenzio.
“Ah, si. Io lo sapevo!”, ha fatto Francesco tre minuti dopo.
“Boh!”, che sonno, ha detto Mario.
“Be’, una bella puttana ‘sta Proclemer, eh, Mario?”, ha detto Patty alzandosi.
“Chissà come era brutto il suo Vitaliano Brancati. Magari era anche sgarbato!”, ha detto Gabriella, alzandosi.

Poi, dieci minuti dopo, ce ne siamo andati tutti a casa. Pelé a quel punto si era addormentata. E io l’ho portata nella Panda in braccio.

  
uscito su Maltese Narrazioni (giugno 2006)   


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