La passeggiata di Randi e Antonia

Era troppo stanca, per andare in bicicletta, non ci sarebbe andata. Però se la sarebbe portata dietro. Non voleva che Mary, la cameriera, la usasse. Era la sua.
Antonia sapeva che la madre ci teneva a che facesse almeno un piccolo giro, ogni giorno.
«Fanculo, mamma! A te e alla bicicletta!», pensò.
Avrebbe detto che ci era stata, ecco che avrebbe fatto. Tanto sua madre non se ne sarebbe mai accorta.
La raggiunse Virginia che andava a studiare in biblioteca. Stava prendendo la macchina.
«Che bisogno hai di prendere la macchina? Perché non vai con la bicicletta?», chiese Antonia alla sorella.
«Perché stasera torno tardi…e tu?»
«Io vado in bici, non mi vedi?», disse lei.
«Ti vedo. Brava. Sono di corsa, a dopo…», rispose Virginia.
Antonia la guardò andar via. Il cane della vicina le si avvicinò. Teneva la coda bassa e scodinzolava. Sentì il bisogno di dargli un calcio. Le finestre di Maria Sole, la padrona di Randi, davano sul cortile. Antonia spinse la ruota davanti della bicicletta verso il cane, che la evitò, e le si avvicinò comunque, la coda bassa e gli occhi acquosi, occhi di chi vuole bene a tutti.
«Vattene…», disse lei a bassa voce.
Il cane, come se gli avesse detto una cosa carina, si avvicinò di più.
Come per caso, lei lasciò cadere la bicicletta, che lo sfiorò soltanto.
Il cane indietreggiò, ma non si era spaventato. La guardava da poco distante, la testa dritta, come una persona che aspetti di essere richiamata.
Antonia ebbe un’idea. Con un po’ di fatica, perché la madre le aveva alzato il sellino, salì sulla bicicletta.
La maledì. «Con la sella così bassa, non ti serve a niente!», le aveva detto. Antonia sbuffò. Non era brutta, come ragazza. E forse se avesse accettato di non essere la prima ragazza del mondo, la più bella, la più intelligente, forse sarebbe stata anche meno infelice.
Passava il tempo a sorvegliare la cucina, e a rubare pezzi di torta, o scatole di cibo, buste di salmone, contenitori di roba che sua madre o Mary, la domestica filippina, mettevano a congelare. La madre la sgridava solo quando non ne poteva proprio più. E allora diceva cose cattive: «Sei insopportabile, Antonia! Perché non aspetti l’ora di pranzo? Smettila di evitarci! Ma come fai a non capire che ti stai rovinando la vita?».
Però di solito, poiché si riteneva un’esperta di antropologia, taceva.
Antonia era convinta che, tutte le volte che rubava qualcosa e se la divorava dietro un cespuglio, (nel bagno, o dietro la macchina, in fondo alla strada, o, se la casa era vuota, davanti a Mary) in fondo, lei stava ristabilendo una qualche forma di giustizia.
Lei era la più intelligente, lei era la più bella… be’, forse proprio bellissima no, Virginia era più carina di lei, però, allora, aveva comunque ragione, nel voler ristabilire una qualche forma di giustizia: «Oh, Dio, perché non mi hai fatto nascere la migliore?», implorò. «Bastava metterci un po’ più di cellule di papà, e meno di quella deficiente della mamma. A quest’ora, invece che su questa stronza di bicicletta con questo stronzo di cane, che fra qualche istante sperderò, sarei in qualche albergo, immersa in una splendida vasca da bagno, con la musica dei Draft Punk, e i migliori cioccolatini del mondo fra le mani!»
Il cane la stava seguendo. Avevano imboccato la ciclabile che portava alla piscina. Pedalava piano. La madre le aveva detto di arrivare fino al centro sportivo. «Se ogni giorno farai un un paio di chilometri, alla fine ti sentirai meglio!», le aveva gridato dalla camera da letto. Avrebbe voluto aggiungere, «E sarai anche meno pazza!», ma non lo fece.
«Perché dovrei…», aveva risposto Antonia. E anche lei, come la madre, il secondo pezzo di frase non lo aveva detto, «…sentirmi meglio!», aveva pensato.
Il cane le stava camminando davanti, adesso.
Fermò la bicicletta. Scese dal sellino. I piedi puntati per terra.
«Il cane trotterella…», pensò. Appoggiata al manubrio della bicicletta, lo guardava. C’era un’ armonia nel modo in cui muoveva le zampe: le due davanti, si muovevano in perfetto accordo, con quelle di dietro.
Era divertente. Non facevano rumore, ma era come se lo facessero.
«Tlo tloc… tlo tloc…», pensò Antonia.
Si girò indietro a guardare le case. Non c’era nessuno. Praticamente lei stava facendo fare una passeggiata al cane di Maria Sole, pensò, e non era giusto.
«Randi, vieni qui!», disse. «Torna indietro!». Aveva messo la bicicletta per traverso, adesso.
«Vattene a casa, forza!», ripeté.
Il cane si fermò, la guardò, fece un movimento con la testa, come a dire, «Dai, andiamo!», e procedette.
«Ma perché io devo portare in giro il tuo cazzo di cane, oh, Maria Sole!», disse ad alta voce, allora. «In questo momento tu starai leggendo, o facendo l’amore con quell’atroce del tuo fidanzato!».
Il cane si era allontanato. Stava annusando l’erba al bordo della strada. «Che poi, se solo riuscissi a incontrarlo da sola, e se ne avessi voglia, cara stupida, la mia quarantenne del cazzo, se io volessi, te lo potrei anche fregare il tuo fidanzato! Brutta vecchia del cazzo! Randi, vieni qui!».
Il cane, adesso, era entrato nel prato.
Anche se c’era l’erba alta, riusciva lo stesso a correrci in mezzo. «Randi!», lo chiamò lei. Il cane continuava a correre nell’erba alta.
Antonia risalì sulla bicicletta, ricominciò a pedalare. Piano, all’inizio, poi più veloce. In quella strada non c’erano macchine, e almeno la paura di finire sotto un camion, se la poteva evitare.
Pedalava forte adesso, sicura, sentiva caldo, voleva arrivare al centro sportivo senza mai fermarsi. Una volta arrivata là avrebbe mangiato una focaccia fredda, e avrebbe preso una Coca. Se lo meritava. E anche una barretta di cioccolato. E non avrebbe pagato lei, avrebbe fatto segnare sul conto di suo padre, visto che glielo aveva detto esplicitamente, di non lasciare debiti in giro. Visto che pensava che la sua vita fosse altrove, e che sicuramente preferiva stare con la sua donna, invece che con lei e sua madre, almeno pagarle la merenda. Pedalava e pedalava, cercando di non pensare a Randi.
Sapeva che Maria Sole non voleva che il cane uscisse dal cortile. Si era già perso due volte. La prima volta aveva seguito Anita, l’altra vicina, la seconda sua madre, e tutte e due le volte qualcuno aveva telefonato, per dire di andarselo a riprendere. Ma era delle macchine, che Maria Sole aveva paura.
«Perché non se lo controlla lei, il suo cane?» pensò Antonia. Fermò di nuovo la bicicletta. Scese dal sellino. Si voltò. Il cane, al centro della strada, la stava raggiungendo di corsa. Le orecchie aperte che gli disegnavano una specie di aureola tutto attorno alla testa, e la bocca aperta, come se sorridesse, le stava andando incontro come una persona arrivata in ritardo alla stazione. Correva quasi come se volesse recuperare il tempo perduto, per stare assieme.
La raggiunse.
«Ehi!», sorrise Antonia. «Vieni qui!». Il cane si mise a farle le feste. Le saltava sulle ginocchia. Lei gli fece un cenno con la mano, sulla coscia, «Qui!», disse. Lui le appoggiò le zampe sul braccio. La leccò, un gesto che equivaleva a un bacio.
«No! Stai giù! Basta! Stai giù!», disse. Il cane rimise in terra le zampe. Poi annusò l’asfalto. Fece qualche metro. Di nuovo si infilò nel prato, ma dalla parte opposta della strada, questa volta, dove l’erba era molto più alta.
Antonia ebbe paura che potesse farsi male. Sentiva molto caldo. Con la bicicletta appoggiata dietro la schiena, guardava il campo, e cominciò a pensare a cosa sarebbe successo se una vipera avesse morso Randi. Sua madre glielo diceva sempre, quando era piccola, «Non andartene in giro da sola! E’ pericoloso!».
Lo chiamò. «Randi! Vieni qui!». Il cane doveva essersi accucciato, perché non lo vedeva più. Allora si sporse un poco, sulla punta dei piedi. Alzò la testa.
L’erba era troppo alta.
«Ma perché deve arrivare l’estate, a un certo punto!», pensò.
E, «Che palle!», gridò.
«Vieni!», questa volta lo urlò. Di nuovo in punta di piedi. Non lo vedeva, ma poteva immaginare che fosse lì, giù. Lasciò la bicicletta poggiata per terra, su un lato, con gentilezza.
Raggiunse il bordo della strada, come prima Randi. Aveva paura di inoltrarsi in mezzo alle erbacce. Aveva delle ballerine di stoffa che non le proteggevano i piedi.
«Randi!», chiamò. Poi vide l’erba agitarsi, come se un vento forte la smuovesse dal di dentro. E vide la schiena del cane, pezzata di bianco e marrone.
Si batté una mano sulla coscia. Il vestito a fiorellini blu e celesti, bianco, le rimaneva appiccicato addosso, quando faceva quel gesto.
Randi uscì dall’erba alta con un po’ di fatica.
Aveva in bocca un piccolo cespo di verdura, o qualcosa che gli assomigliava. Antonia si piegò su un ginocchio, la gamba nuda davanti al muso del cane che poggiò per terra, per Antonia, il suo regalo: un topo.
Doveva essere morto già da un po’, perché la testa ce l’aveva completamente schiacciata, da una parte. Si vedevano benissimo i dentini. La ragazza indietreggiò, col piede sinistro colpì la ruota della bicicletta, che cominciò a girare. Randi si piegò sulle zampe davanti, lasciando immobili quelle di dietro. Era il suo modo di dire che voleva giocare. Antonia lo sapeva. La ruota della bicicletta continuava a girare.   
 
uscito su : AA.VV. (a cura di Isabella Borghese),  UNA BELLA BICI CHE VA…, Collana Le Nuove Onde — pp.gg. 180 — euro 14, 
GIULIO PERRONE EDITORE
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