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La lingua parlata da Paola Chiesa

È l’italiano di Moravia, quello di cui parla Contini – «una grigia e neutra koinè di capitale, una lingua di ‘grado zero’(…)» – la lingua che Paola Chiesa adopera nel suo «I sensi truccati» (Sugar 1962).

Il libro, bellissimo, a mio parere, uscito nel 1962, prende a prestito per raccontare una storia breve e drammatica, uno di quegli ambienti cui certo, in quegli anni, dovevano puntare i produttori cinematografici, più che gli editori: quello dei giovani dall’esistenza tormentata.
Poiché, se è vero che ad avere successo erano film come Cronaca familiare, (di Valerio Zurlini, tratto dal romanzo omonimo di Pratolini), che parla di due fratelli «in difficoltà», o La parmigiana (dal romanzo di Bruna Piatti, regia di Antonio Pietrangeli), che è la storia di una giovane «spostata», è anche vero che senza la traduzione in pellicola, difficilmente un romanzo arrivava ad avere lo stesso, numeroso, pubblico di un film e soprattutto a fare gli stessi soldi.
Il fatto che l’Italia del trentennio 50/80 sia stata raccontata al cinema in un modo insuperabile e che non ha riscontro, in quanto a numeri, in letteratura, non esclude però l’esistenza di un’ottima – seppur a tutt’oggi, stranamente misconosciuta – serie di storie, di cui peraltro, moltissime scritte da donne.
E questo libro di Paola Chiesa, ne è un esempio. La trama: un giovane borghese, Ivo G. ventitreenne, torinese, di ottima famiglia, non lavora, non studia ed è quello che oggi si definirebbe un «fruitore di sostanze», un tossicomane.
Va in giro – quando, anni dopo, da sobrio, scriverà la sua storia, questa, si definirà «un mitomane». «Facevo l’anfitrione», dirà di sé – con la sua scatoletta, contenente siringa, alcool e tutto il necessario per iniettarsi metedrina (la droga degli anni ‘60) o morfina. A rifornirlo è qualche dottore compiacente, in cambio di soldi. Ma non sono i soldi, l’elemento su cui ruota la maggior parte della trama di «I sensi truccati».
È piuttosto del benessere (o del malessere) che parla, così come della (cattiva) gestione dei sentimenti, e della loro manipolazione, in una Italia che si è da poco affacciata al consumismo.
E, se è vero che ai ricchi riesce meglio, visto il possesso dei mezzi (sia la possibilità di consumare, che la gestione dei sentimenti altrui), è anche vero che, a parità di mezzi (come è in questo caso, per i due giovani protagonisti, Ivo e Angela) a vincere, proprio come nella corsa all’oro, sarà il più temprato dalle difficoltà: in questo caso, quindi, il tossicomane.
Visto l’assunto, seguiamo adesso il percorso che il protagonista prenderà, e soprattutto le modalità, che gli permetteranno di uscire dalla vicenda, vittorioso e meglio temprato.
Se a inizio libro lo troviamo immerso in una di quelle feste dolcevitesche che durano fino a tarda notte – con tanto di donna che fa lo spogliarello, ed è addirittura una «negra» – già a metà libro il ragazzo starà provando a mettere la testa a posto, e a lavorare nel cantiere del padre, che di mestiere fa il costruttore, e per difficoltà economiche, da Torino si è trasferito intanto, con la famiglia tutta, a Roma.
C’è già stato un breve ricovero in clinica per Ivo G., a questo punto, costretto dalla madre. E il protagonista ha anche già trovato la ragazza Angela. La stessa che, una notte, un po’ di tempo dopo, preso dalla nostalgia, lui troverà il coraggio di andare a trovare al mare, dove lei è in vacanza con la famiglia; e ci andrà in Vespa.
Nulla di troppo originale dicevamo più sopra, rispetto al cinema dell’epoca, riguardo ai contenuti.
Se il libro si apre infatti con una scena che è quasi una citazione de La dolce vita (1959), sembra invece quello de Il sorpasso (1962), il protagonista – non Gassmann, naturalmente, ma il giovane Tritignant – perché di quello ha insicurezze e modalità. E a sottolinearne la somiglianza, c’è l’avventura, in Vespa – da solo, Ivo, perché lui il padre ce l’ha già – per andare a trovare la ragazza che ama.
Ma c’è qualcosa in più, in questa storia. Qualcosa in più, determinata dall’ uso di un italiano – quello di Moravia degli inizi, dicevo – che trentun’anni dopo è diventato koinè comune ad altri: Soldati, Pratolini, Alba De Cespedes fra quelli a me più cari.
Un uso privo di enfasi, dal costrutto semplice, tale da far pensare alla nostra lingua, come a una lingua «logica nella compitazione e facile nella pronuncia (logically spelled and easily pronounced), definizione questa che, già a fine ottocento, ne dava William Dean Howells, console americano a Venezia.
“Dalle altre stanze, familiari e rassicuranti, giungevano voci attutite: il cugino giocava a carte con le sorelle di Angela; Angela parlava con sua zia, un chiacchiericcio di donne, pacato e senza tempo, che mi entrò nell’anima come il simbolo stesso della dignità, della sicurezza, di un’aristocratica mancanza di preoccupazioni: sdraiato sul letto, in ascolto, respiravo anch’io quel raro elemento, beato”, dice Ivo.
Ed è una lingua che assomiglia sì al parlato, la sua, ma non a «quello che usano tutti». Una lingua che, da tempo ha superato la dicotomia con la lingua scritta, ma è ancora, come adesso del resto – anche se non se ne parla, non si dice, e forse non ci si rende neanche conto – parlata solo da una parte del paese. È una lingua che ha lo stile, ancora, di certe case del quartiere La crocetta, a Torino, o degli attici che puoi vedere ai Parioli a Roma, passandoci davanti in in tram, dopo aver superato Piazza Ungheria.
La lingua di una classe sociale che, all’epoca, è in fase di completa realizzazione. Con i padri che già fanno i costruttori, (anche) perché le madri possano dedicarsi (quasi esclusivamente) agli acquisti – e che, se disturbate negli acquisti da figli tossicomani, possano mandarli in clinica – e i figli e le figlie, che per ribellarsi usano, come armi, i corpi.
Parla di tutto questo, il libro di Paola Chiesa, (che è nata nel 1936, e si laureata in Lettere Moderne con una tesi su Clifford Odets). Con quel finale, in cui il protagonista dopo aver superato la crisi più grande della sua vita grazie a una donna, se ne allontanerà alla fine, non perché non la ami, ma perché lei gli ricorda (e sempre gli ricorderà) troppo il suo passato.
Un atteggiamento simile, per certi aspetti, a quello di certe famiglie romane, questo. Famiglie che, diventate ricche grazie alla speculazione edilizia nell’Agro Romano negli anni venti del novecento, tendevano a lasciare la campagna, e a prendere «casa bella grande» ai Parioli, nel tentativo di far dimenticare, per sempre e del tutto, l’origine di provenienza. Diversamente dai contemporanei inglesi, per esempio.

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Un pensiero su “La lingua parlata da Paola Chiesa

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