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La funzione dello zio

Cambiano le famiglie, cambiano le coppie, il modo di stare assieme. Viene fuori la famiglia omogenitoriale, la famiglia allargata. Ma certe cose, invece, non cambiano mai.
Vedere Michele Emiliano, al recente congresso del PD, presentarsi al piccolo Tobia, figlio di Nicky Vendola e Eddy Testa come “lo zio Michele”, mi ha fatto subito pensare allo zio C.T. di Infinite Jest.
Perché DFW non ha messo un amico del padre, o un ex compagno di corso della madre, ma proprio uno zio, ad aiutare il giovane Hal nell’inserimento (fallimento) scolastico?
Perché lo “zio Michele” non ha detto al piccolo Tobia, “sono Michele”, invece che lo zio Michele? Che cosa significa, davvero, oggi nel mondo “essere zio”? Chi è uno zio, a cosa serve? Cosa fa, e a che funzione (fiduciaria) assolve, o dovrebbe assolvere? Più in generale, mi sono chiesta, a quale funzione dovrebbe assolvere un parente.
Siamo sicuri che sia migliore che quella di un amico, o di un istitutore?
Ho ripensato al “ragazzo di Lavagna”, suicida per conflitti con la famiglia e, più in generale, con la società. Mi sono chiesta se non sarebbe stato meglio, per lui, vivere in un istituto, dove la vita è ordinata e scandita (solo) dai tempi sociali , e dove a nessuno immagino venga da dire: “Lo faccio per te, per il tuo bene!”, e soprattutto, “Perché ti voglio bene!”.
Mi sono chiesta: “Se la famiglia è diventata ormai una cosa così complicata (a volte espediente narrativo, altre volte strumento per la creazione di identità, o di conferma di esse) non sarebbe meglio eliminarla?”.
Lo so. La domanda sembra inutilmente provocatoria. Pochi avranno notato una notizia in cronaca, proprio nei giorni del “fatto di Lavagna”, e del ragazzo morto. Durante una discussione, in macchina col padre, una ragazza di diciassette anni ha aperto lo sportello e si è buttata fuori, d’istinto, senza pensarci. Passava un camion, e la ragazza è morta, caduta prima sull’asfalto e poi schiacciata dal mezzo.
Se nessuno ne ha parlato è perché non c’era di mezzo l’argomento (piccante) de “la droga”. Non è ugualmente violenta, quella morte?
Se ne parlo non è solo perché parlarne mi permette di dire che non ho mai pensato “la madre di Lavagna” come responsabile del suicidio del figlio. Ma anche perché mi permette di dire che spesso i genitori e i parenti, in generale, creano attorno ai figli una situazione d’ansia. Non penso che il padre della ragazza morta sull’asfalto – nel tentativo di sfuggire a una discussione – sia responsabile diretto del fatto. Come non lo pensavo della madre. E però, sono abbastanza certa che, in queste morti, c’entri qualcosa la circostanza che le relazioni, fra le persone, fossero di tipo “familiare”.
Mi sento quindi di chiedere, con relativa sicurezza: “Tolti i diritti di proprietà che le leggi garantiscono, a che cosa, davvero, serve la – una – famiglia?”. E lo chiedo per approfondirne ruoli e responsabilità, non per (inevitabilmente) indebolirla.
E’ davvero un modo di assicurare affetto, quello che un istituto come la famiglia propone?
Davvero, un parente (pensiamo allo “zio”, lasciamo perdere madre e padre, il cui coefficiente simbolico è veramente troppo alto), assicura funzioni fiduciarie? Non sarebbe meglio smettere di riporre la nostra fiducia in figure che (secondo la tradizione, e per via di costruzioni giuridiche) dovrebbero muoversi per “il nostro bene”?
Non nasce forse, spesso, da lì la nostra delusione, così come quella di questi giovani, dei nostri figli?
(” ‘Non sono sicuro che Hal si renda conto di ciò che si sta insinuando’, dice mio zio. Il Decano di centro si tasta le mostrine della giacca mentre guarda di nuovo gli sgradevoli dati dei test” IJ, DFW, tr. di E.Nesi, 1996)
Un inciso: è evidente a ciascuno di noi, come le domande che ci poniamo riguardino spesso il nostro vissuto e il nostro presente.
Da dove viene, il desiderio della mia generazione (DFW è nato nel 1962) di far fuori i ruoli parentali? E perché, oggi invece, la critica alla famiglia pare morta?
Hal (di DFW) vorrebbe, da subito, presentarsi da sé, anche se ha solo diciotto anni. Ma non gli è permesso. Deve ascoltare tutto quello che hanno da dire gli adulti, tutti gli adulti. Quando lo farà, poco dopo, tale sarà l’ansia che andrà a finire al Pronto Soccorso dell’Università.
In DFW: lo zio C.T è colui cui il destino (sotto forma di linea parentale) ha assegnato tutta una serie di responsabilità, cui non è in grado di tenere testa, banalmente. Non ne è all’altezza, non è capace. Succede.
Mi sono chiesta spesso, da dove venga questa mia diffidenza nei confronti di una forma comunitaria che (ho spesso cercato di realizzare, e che) tendo a spezzare, a rompere. Come se la soluzione del problema stesse lì.
Ho pensato a L’AdCgU, quel conflitto esplicito, cui ho dato vita, tra lo zio e la nipote Elisa. Perché, si odiano? Perché lo zio non riesce a vedere Elisa come una (giovane) donna con dei diritti (economici e giuridici, più in generale)? O forse è Elisa che non riesce a credere a ciò che lo zio le dice? Ogni volta che lo zio parla, Elisa decodifica (“Che cosa mi sta dicendo, davvero? Cosa c’è, dietro le sue parole?”). Ho, graficamente, elaborato il “doppio virgolettato”. Non ne sarei uscita, se no.

(Quando vide lo zio, Elisa si alzò in piedi:
“Ma che fai? Ti alzi? Ormai sei una signora. Sono io che devo avvicinarmi e baciarti…ecco, così. Fatti vedere…eh, quanto sei dimagrita!”
“Sì, ma sto bene”, rispose Elisa un po’ in imbarazzo. ‘E tu, invece, coi soldi nostri sei diventato ancora più grasso!’, avrebbe voluto dirgli. Lo guardava. Lui le disse di sedersi. Elisa obbedì. Lui rimase in piedi. La guardava.
“Allora, come mai? Sei dimagrita, ma sembri sempre una ragazza”, le disse.
‘E no, guarda caro che ho anche io i miei pensieri!’, avrebbe voluto rispondere Elisa, che però non ne ebbe il coraggio e si limitò a sorridere.
“Mi ha detto tua sorella che stavi a Torino!”
“A Torino? No, a Roma!”
“A Roma? Ah, già. E’ un’amichetta di Lucy, che sta a Torino”
Lucy era sua figlia, che aveva un anno meno di Elisa (trentaquattro, NdR))

in VEG, il conflitto fra zio e nipote (a differenza di quello fra gli adulti) resta celato – o meglio, verrà svelato.
Lucy, la protagonista (a differenza di Elisa de L’arte di comandare gli uomini), è soltanto una bambina:

“Lo zio oltre che un un uomo molto ricco e ben pasciuto, era anche molto contento di esserlo. Aveva, oltre alla sua e alla nostra che si prese in garanzia, un sacco di altre case in proprietà. Tre o quattro le aveva affittate a famiglie benestanti di Bitrano, un paio di terreni li aveva lasciati non coltivati, e un altro l’aveva affittato a mezzadria.
In tutto questo bene di Dio, però, come è per ogni ricco che si rispetti, c’era una cosa che non tornava. Ce n’era una, di casa da cui l’uomo, che si credeva abbastanza geniale negli affari, non riusciva a recuperare neanche una lira. Era il suo buco nel calzino. Era la sua porta storta, la sua finestra rotta. Da qui il nervosismo. ‘Il male allo stomaco che mi prende’, diceva se ne parlava. Quella sensazione di essere stato fregato.
La casa che non dava soldi, anzi, gliene prendeva era abitata sì.
Ma ‘In modo abusivo!’, ed era una ‘Casa occupata!'”

La famiglia, i soldi. I parenti, il denaro.
Tale è l’antipatia per entrambi, l’incapacità di gestirli, che molte delle scelte adulte sono, spesso, condizionate da essi. Dal desiderio di mandarli all’aria.

“Tralasciamo il fatto che a me la parola occupata faceva sempre venire in mente il gabinetto quando c’è qualcuno dentro e in cui è impossibile andare se non quando la persona ne sia uscita, il significato lo seppi dopo un po’ di tempo.
‘Ci stanno senza pagare!’, gridò lo zio una sera alla ex-moglie.
Fu così che Fiamma mi diventò ancora più simpatica.
Quando venni a sapere che la famiglia che c’era dentro era la sua (Era un’occupante)”.

Non sarebbe meglio lasciare che, in un’epoca in cui l’età adulta si è andata sempre più abbassando, e si diventa grandi prima, che ognuno di noi si presentasse (da) appena possibile, da sé?

(” ‘Leggo, io’, dico. ‘Studio e leggo. Scommetto che ho letto tutto quello che avete letto voi. Non pensate che non abbia letto. Io consumo le biblioteche. Logoro le costole dei libri e i lettori ROM. Sono uno che fa cose tipo salire su un taxi e dire al tassista: ‘In biblioteca, e a tutta’. Con il dovuto rispetto, credo di poter dire che il mio intuito riguarda alla sintassi e alla meccanica sia migliore del vostro”. (IJ)

Perché no? A cosa servono, davvero, “gli zii” e le famiglie, in generale? Quale la loro funzione, se non quella di creare evidenti disagi, se non veri e propri disturbi psicologici?

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