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La conversazione ne I Buddenbrook come equivalente dell’impossibilità di essere liberi

Uno dei motivi per cui I Buddenbrook, il romanzo di Thomas Mann, ha sempre avuto così tanto successo, è da rintracciarsi con molta probabilità nel fatto che si tratti di un romanzo su come ottenere – o meglio sarebbe dire, come rassegnarsi e rinunciare al – la libertà.

Il sottotitolo, «Decadenza di una famiglia», indica una parte della storia. O meglio ne indica i confini, che sono, come si sa, quelli definiti dalle vicende di una comunità familiare, a Lubecca, (comunità di fede strettamente luterana), lungo l’arco di tre generazioni, negli anni che vanno dal 1833 al 1875.
Una famiglia, quella de I Buddenbrook, che esercita per anni, e, (almeno fino a un certo punto) con successo, l’attività commerciale.
Quando dico che il vero tema di questo romanzo, o comunque uno di quelli fondamentali, è quello del tentativo di acquisire libertà, (e che delle libertà, e delle possibilità di perderle, è un vero e proprio piccolo trattato) è perché nessuno dei protagonisti, così come nessuno dei personaggi minori, che sono tanti, e di tutte le età, sfugge a un dato: la caratterizzazione linguistica.
Non c’è tic che Mann – che scrive l’opera a 26 anni – non elenchi. Non c’è modo di parlare, sfumatura linguistica su cui il giovane Thomas non si soffermi.
E così, se per descrivere il disprezzo che Tony, nella prima metà del romanzo, prova per colui che (ahilei!) diventerà suo marito, «Lui parlava così! Non diceva ‘questo sta bene’, o ‘abbellisce la stanza’, ma, ‘ è straordinariamente decorativo’…era così sciocco, gliel’assicuro!», dice.
Proprio come Christian, che, a sentire il fratello Thomas, «…combatte con le parole, si comporta come se lottasse per esprimere una cosa fine, misteriosa e rara…».
In realtà, chi ha letto il romanzo, sa che ciò che il ragazzo Christian cerca di esprimere è una qualche forma di autonomia, di originalità, o di distanza dalla famiglia. Lui, che sin dall’inizio, e più degli altri, da questa è schiacciato. Prende forma sin dalle prime pagine la sua malattia, quel non resistere a star seduto troppo a tavola, il cibo che gli si ferma in gola e non riesce ad andare su, né giù, suscitando preoccupazione, o noia, nel resto dei commensali.
Il linguaggio come modo, forse l’unico, di subire l’esistenza, ma anche come modo, per provare a ottenere la libertà, quindi. Il linguaggio come forma che irregimenta.
All’inizio della storia, anno 1833, l’autore descrive una cena a casa del vecchio Johann Buddenbrook. Sono invitati un poeta, il pastore luterano, il mediatore, il senatore, un mercante di vini: «Ben presto vennero a parlare d’affari, cadendo senza accorgersene sempre più nel dialetto, quel linguaggio confortevolmente rozzo che sembra unire la concisione commerciale con una signorile indifferenza accentuata qua e là da bonaria autoironia. Non dicevano ‘alla Borsa’, ma semplicemente, ‘a Borsa’…e per di più la r veniva pronunciata come una e chiusa. Il che dava al volto un espressione gradevole», racconta l’autore.
E se ciò non bastasse, c’è l’indicazione del modo di parlare, l’espressione facciale, vocale, con cui ogni personaggio viene presentato, a definire l’irregimentazione, quella linguistica, che andrà avanti per tutta la narrazione.
Si va così dalla descrizione comica, del professore di scuola, Stengel, che diceva «quaata» invece di «quarta» e non «anni», ma«onni», – descrizione fatta da Christian alla famiglia riunita, e nel tentativo di suscitare le loro risate – a quella di Therese Weichbrodt, l’insegnante della giovane Antoine, che «non diceva ‘burro’, bensì,‘borro’ o addirittura ‘barro’ , e chiamava il suo cagnolino caparbio e ringhiante non ‘Bobby’, bensì, ‘Babby’».
Non c’è nessuno che sfugga alla catalogazione. Non c’è nessuno che sfugga alla gabbia linguistica cui è condannato, dal censo, dalla provenienza geografica, dal piacere che suscita (la bella Antoine) – o dal non -piacere (la gobba Weichbrodt) – nell’interlocutore. Qualche decennio prima di Lacan, e parallelamente a de Saussure – il cuiCorso di linguistica generale uscì postumo nel 1916, ma – il cui «Saggio sul sistema primitivo delle vocali nelle lingue indoeuropee», era uscito nel 1878 – Thomas Mann descrive l’arbitrarietà del linguaggio, e la dannazione che esso – l’imposizione di esso – può causare – sui corpi.
Ed è per questo che, la frase, “La conversazione procedeva, tranquilla”, segna, in Mann, sempre l’inizio della complessità.
Come ribellarsi, allora? Come rompere il dolore, la sofferenza, il senso di smacco, cui, nel romanzo, condannano, non solo il linguaggio in senso proprio, ma anche «quell’insieme di cerimoniali», che è la religione, (e quella forma specifica di religione della responsabilità), che è il luteranesimo?
Serve, come fa Christian, irridere ad essi, passare il tempo nelle fumerie, o stordito nei ridotti dei teatri? E che ribellione è, quella che lui porta avanti, e che gli fa dichiarare, in modo quasi comico, “Non vedete che soffro? Non vi accorgete che ho i muscoli di una parte del corpo più corti di quelli dell’altra?”. Aiuta davvero, rifugiarsi nella malattia? E se no, a proposito di Thomas, è utile, viceversa, sacrificarsi ad essa irregimentazione, credere in lei, come lui fa?
Serve sottomettersi alla massima che corona il frontone della casa, (e che sopravviverà anche alla vendita, della casa stessa) quel DOMINUS PROVIDEBIT? Vediamo.
Lasciando perdere il capostipite, quel Johann Buddenbrook, che nato nel 1765, è l’unico che, nella descrizione dell’autore, sembri realizzare l’ideale di Schiller di «Giocare lavorando, e lavorare giocando…», e che porta dritto dritto in braccio al sessantottino Marcuse, chi riuscirà ad uscire dalla sorta di «cerchio magico» che questa famiglia esemplare, ha costruito attorno a ogni personaggio?
Non la bella Tony, che lasciata perdere la possibilità di essere felice con il giovane futuro medico, (Morten Schwarzkopf), passerà di divorzio in divorzio, fino ad approdare a una casa in affitto con figlia Elisabeth, a carico, e anche questa, a sua volta – o meglio sarebbe dire, a differenza della madre – lasciata sola.
Non Thomas, che, mollata (anche lui), ogni speranza di essere felice con la fioraia dagli occhi lunghi, (conosciuta da giovane) dovrà rassegnarsi, ed accettare l’andamento ossessivo della sua esistenza, segnata da una progressiva tirchieria, da una vera e propria mania di tenere pulite cose, vestiti, e persona, e che così, pieno di malessere, morirà.
Non Christian che, (anche se) a fine romanzo, riuscirà a convivere con la «equivoca» (quanto dai famigliari odiata) Alina, sarà in un istituto per malati, che vedrà la sua fine dei suoi giorni. E non sicuramente il piccolo Hanno, che morirà di tifo troppo giovane. Che cosa è, allora, la libertà, e, (nel caso sia impossibile come «obiettivo»), quali indicazioni trarre da questo romanzo, che, più di altri, (che hanno per tema la «famiglia»), continua, secondo i dati di vendita ad avere un ininterrotto successo?
La risposta da parte dell’autore è netta. Non tutte le epoche offrono le stesse opportunità. E se la frase «Lavorare giocando, giocare lavorando…», (quella che Thomas, più volte ricorderà come esempio di esistenza riuscita), viene pronunciata dal capostipite Johann, non è perché l’autore volesse dare inizio alla storia, con una sorta di eroe moderno, ma solo perché a quel Johann, nato nel 1765, è capitata la fortuna di vivere durante le Rivoluzioni. Quelle stesse che hanno nella libertà, uno dei loro obiettivi. E dopo? Al progresso, in questo storia, si accompagna la conservazione. Alla conservazione, la paura. Alla paura, la «decadenza», come dice il sottotitolo.
Che cosa conta, allora, in una vita, in cui la libertà sia – se con come «maschera da stolti», accessorio per egotisti, rivendicazione per problematici – obiettivo storicamente impraticabile? Sono le relazioni, che contano, in una vita, così. «Quelle d’amore, per esempio», sembra dirci l’autore, quando sembra «punire» Tony e Thomas per aver rinunciato ad esse. E’ l’arte, pure. Sono i bassorilievi (come quelli) di Thordwalsen, le visite a « le bellezze del Medioevo, le chiese, le Porte, le fontane, il mercato…», è il «viaggio in Italia», a contare. E’ la musica, il linguaggio tecnico che l’accompagna, che ne I Buddenbrook è anche il linguaggio femminile, quello di Gerda, la madre di Hanno. E’ la lettura, ancora, a rendere un’esistenza meno complicata, coi compagni, e gli amici di una vita – Kai, per Hanno, o la signorina Weichbrodt, per Tony – a renderla meno oppressiva. Sono i racconti, anche. Valga per tutti, la storia – che Kai racconta ad Hanno – del ragazzo che cade in uno stagno e trova un anello con cui libererà i prigionieri, del castello infestato da mostri. Gli stessi, che da lì a qualche anno presero forma, e che segnarono in modo definitivo, la storia d’Europa.

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