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La cartina dei bombardamenti

Si era deciso di fare una ventina di giorni tutti assieme.

L’avevano deciso verso la fine del mese di giugno, appena le scuole erano finite, in modo approssimativo ma quasi certo, e sulla base del lavoro di Joseph, che non era il capofamiglia, ma solo perché  la loro non era «una famiglia, quanto un nucleo di cinque persone singole e tutte ugualmente responsabili», come gli piaceva dire.

Il 17 di agosto a Joseph «toccava» ritornare al lavoro. Anche questo gli piaceva dire, e a Cora non dispiaceva invece quel suo volersi sempre caricare di tutte le responsabilità. Joseph lavorava in un’importante Organizzazione Non Governativa che funzionava a livello internazionale. Era una delle più accreditate per l’accoglienza e il rifugio dei migranti, e Joseph ne era il direttore generale, quello che «fa andare avanti la baracca»: anche questo amava dire.  Doveva essere puntuale, preciso, responsabile. Aveva sotto di sé più di quindici dipendenti, e comunque molte di più erano le persone che si fidavano di lui e che aspettavano, come ultima, la sua parola prima di muoversi o fare qualcosa.

Fosse stata per Cora, no, non ci sarebbero stati problemi.

«E ti credo. Cos’è il tuo, un lavoro?», rise Joseph, quando Cora disse sì, anche per lei andava benissimo partire nell’ultima settimana di luglio e fermarsi in Francia fino alla metà di agosto.

Cora non aveva raccolto la battuta. Si occupava di giardini pensili, lei. La sua attività, sulla carta, quasi non esisteva. Cora si era laureata in architettura ma subito dopo aveva avuto i due gemelli, e aveva deciso di occuparsi di loro.

«…per divertimento», diceva. Ed era vero.

Ne parlava spesso, di aver «fatto» e accudito i suoi bambini solo perché le piaceva. Non solo non se ne sentiva sminuita ma le pareva anche di aver dato origine a una cosa bella. Però poi erano sopravvenuti i problemi, perché entrare nel «mondo del lavoro» quando se ne resta fuori per troppo tempo è complicato. Cora non si era presa nessuna specializzazione. Questa cosa dei «giardini pensili» se l’era un po’ inventata ed effettivamente non è che venisse pagata molto per quello che faceva. Però si divertiva. Aveva reso «abitabili» piccoli balconi di amiche, così come la terrazza di un grande albergo (quel lavoro però gliel’avevano pagato), una consulenza che le aveva fatto avere il suo ex marito, che le passava «gli alimenti», non senza protestare.

«E’ un lavoro un po’ pesante e che richiede continuità. Dovrai alzarti presto la mattina, ma devi farlo!», le aveva detto. «Ti aiuterà a tornare sul mercato».

In vacanza con Cora e Joseph sarebbero andati i figli dei rispettivi matrimoni, i due gemelli di lei, Diego e Alessandro e la figlia di lui, Manuela.

Come posto avevano scelto la Normandia.

«Non farà tanto caldo…», aveva spiegato Cora ai gemelli, prima di partire. Avevano tredici anni, i ragazzi. L’avevano raggiunta in camera da letto.

«Ma perché dobbiamo venire anche noi? Con questo caldo, vogliamo andare al mare…», Diego come faceva da quando erano piccoli, si era espresso a nome di tutti e due. Alessandro era andato a sedersi sul letto. «Andiamo nel posto dello sbarco?», aveva chiesto allora alla madre, mangiandosi le unghie.

«Certo che è il posto dello sbarco, Ale! Dove ti credi che vi portiamo?».

«Ci saranno mitra, kalashnikov, mine…»

«Bum!»

«… elmetti della seconda guerra mondiale!», era saltato in piedi il ragazzo, come un tappo di champagne che esploda all’improvviso e aveva riso e gridato, sollevando le gambe secche e nude dai lunghi piedi, di un buon dieci centimetri da terra.

«Ma cosa vuoi che ci siano i kalashnikov Alessandro, smettila…», aveva risposto allora Cora seria, e riprendendo a ridere però appena il figlio aveva cominciato a baciarla festoso, di fretta, «Mamma, ti amo! Sì, che bello, voglio venire!».

«Alessandro, sei il solito coglione…», si era intromesso Diego prendendo sul letto il posto che il fratello aveva lasciato libero. «Avremmo potuto rimanere a casa da soli! Che coglione, cazzo!».

«Ma neanche per idea!», aveva chiuso Cora, e «Forza, fuori dalla stanza che devo cambiarmi e non ho più voglia di sentirvi!», aveva insistito, chiudendo la porta appena furono effettivamente usciti.

Adesso era il Primo giorno di agosto.

Erano seduti nella sala interna di un ristorante a Dieppe, perché fuori faceva troppo freddo.

Piovigginava.

Non vedevano il sole da tre giorni. Non che questo avesse impedito ai ragazzi di divertirsi. Con indosso due esili giacchette impermeabili col cappuccio dalle maniche troppo corte, che nascondevano due sbiadite magliette a mezze maniche, i due non si fermavano mai. Non solo si erano incantati a guardare il mare a Omaha Beach, avevano anche cercato nella sabbia umida e senza alcun successo pallottole, oggetti che potevano essere appartenuti ai soldati, addirittura delle «pistole», e approfittato di ogni bandiera per fare il gioco del «Chi arriva primo».

La scocciatura era arrivata quando avevano deciso di coinvolgere  anche il resto della famiglia.

«Appena vediamo una fila di bandiere, voi dovete sceglierne una!», si era messo a urlare Diego dalla spiaggia. Avrebbe vinto chi per primo l’avesse raggiunta. «Volete giocare?», aveva continuato a urlare al resto del gruppo, sempre da lontano e aiutandosi coi gesti.

Manuela non gli aveva proprio risposto, Cora si era limitata a fare no con la testa con decisione. Solo Joseph, quella volta come altre, si era unito al gioco, correndo lui per primo.

E così, era da qualche giorno che si sentiva urlare all’improvviso, sotto il sole, ma molto più spesso sotto la pioggia: «Europa!», «Francia!»,  «Germania!» e immediatamente dopo si vedeva partire uno di quei due ragazzi secchi con addosso un impermeabile rosso (Alessandro), o blu (Diego). Li si vedeva poi fermarsi sotto un palo grigio, le mani lungo i fianchi, seri, sia l’uno che l’altro, con sopra la testa una bandiera sventolante o no,  più spesso bagnata che no.

E così Manuela, che procedeva sbuffando e leggeva anche mentre camminava, e anche gli adulti, ebbero grazie ai ragazzi la possibilità di constatare l’ enorme quantità di bandiere che, dopo la fine della seconda guerra mondiale, aveva cominciato a sventolare sulla costa Nord della Francia.

«Papà, ma cosa sta facendo in bagno, Alessandro? Io voglio andare, sono stufa di stare seduta a tavola!», disse la ragazza.

Il ristorante era vuoto. La luce fuori, grigia e compatta. Le goccioline ricamavano i vetri con quell’ accortezza che solo la natura ha.

«La fa lunga quando va in bagno al pomeriggio!», sorrise Diego, grattandosi sul mignolo della mano destra una bollicina, «reperto storico», come la chiamava, della puntura che una zanzara gli aveva procurato quando ancora erano a Roma.

La madre lo guardò e il ragazzo smise di grattarsi.

Joseph senza rispondere alla figlia, si alzò e raggiunse l’esterno del ristorante. Lo fece come se qualcuno da fuori l’avesse chiamato, o da dentro improvvisamente qualcosa l’avesse spinto a uscire.

Cora, senza preoccuparsi dei ragazzi seduti a tavola, si alzò e lo seguì.

Adesso i ragazzi, dal tavolo, potevano osservarli discutere da lontano, da dietro la porta a vetri.

Quando anche il secondo gemello fu partito,  diretto al bagno, Manuela raggiunse il padre, fuori dal ristorante.

«Mi spiegate di cosa state discutendo? Che cosa dobbiamo fare?», chiese, rivolta a entrambi. Parlavano di albe, di telefoni tenuti accesi di notte, di ritardi nello spegnere la luce. Una goccia di pioggia colpì Manuela sull’occhio, ma fu immediatamente rispedita al mittente con un’energica ditata.

Il padre si fermò. Fu come se la figlia, invece che avergli fatto due domande, gli avesse versato addosso due secchielli di acqua ghiacciata. Lui la fissò, poi fissò Cora, e disse: «Andiamo dentro, forza!».

Con un segno della mano, Joseph si avviò da solo.

«Papà, ma non volevo interrompere la vostra discussione…»

«E allora perché sei uscita?”. La ragazzina lo guardò: “Tranquilla! Non sta succedendo niente, tranquilla. Dobbiamo pagare! Rientriamo».

Cora li seguì dentro.

Diego e Alessandro adesso erano entrambi seduti al tavolo e stavano guardando una cartina dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Era fatta tutta a colori diversi. Quanto più il bombardamento era stato pesante, tanto più il colore era scuro sulla carta.

«Joseph!», gridò Diego, «Guarda Roma come è chiara! Mamma, guarda! Vuol dire che hanno bombardato pochissimo…», insisté, strappando la cartina dalle mani del fratello.

«Fagli vedere Dresda! Joseph, mamma, guardate Desdra!»

Manuela, la ragazza, continuava a fissare i gemelli come fossero stati due cuccioli di cane non sufficientemente educati a far fuori i propri bisogni.

«Forza, tutti seduti al tavolo!», aveva urlato Joseph. Poi si era guardato indietro e aveva contemporaneamente chiamato con una mano il cameriere, e chiesto a Cora, «Tu lo vuoi il caffè?»

Prima che quella potesse rispondere, «Io! Lo voglio io!», si era intromessa Manuela. Cora aveva fatto sì con la testa, e si era seduta.

La velocità di Joseph nel  passaggio dal «tengo gli occhi chiusi, la mano a pugno sulla fronte e mi concentro su quel che devo dire»,  a «tengo gli occhi ben aperti e parlo loro guardandoli direttamente negli occhi» fu immediata quanto non consapevole. Fu come un’esecuzione. Le mani che lisciavano la tovaglia.

«Dobbiamo un attimo parlare…», disse. Continuava, con la tovaglia.

I due gemelli non smettevano di guardare la cartina. Cora guardava Joseph, seduta sul bordo esterno della sedia. Manuela si comportava come se la cosa non la riguardasse minimamente. Prese una prugna gialla che era rimasta sul tavolo e continuò a leggere.

«Mi ascoltate?»

«Sì, Joseph, ti ascoltiamo. Però è vero o no che gli Stati Uniti non hanno subito bombardamenti, e che ci hanno salvato la vita a noi europei?», gridò Diego.

«Per favore! Ascoltate…», rispose lui. “Tutti!”

Quando ripetè «Per favore…», Manuela smise di leggere e i due ragazzi lo fissarono.

«E’ successo di nuovo…», disse.

«Joseph, per favore…». Anche Cora usò quell’espressione,  («per favore») ma il significato che le dava lei era  molto diverso.

«…ero convinto che per vostra madre con me sarebbe stata l’ultima. E invece, no. E’ successo di nuovo…»

«E quindi…», con la mano destra tenuta morbida, come quella di un allenatore di pugili, Joseph si accarezzava la sinistra, tenuta a pugno. La poggiò come l’altra, sulle cosce:  la tovaglia le sfiorava appena.

«E quindi, io ritengo sia giusto lasciare oggi, libera vostra madre…»

«Ma Joseph, ho fatto…».

«Ma cosa è successo?»

«Che hai fatto, ‘ma?»

«E quindi, credo che oggi le nostre strade, le strade di noi tutti…lasciami finire!»

Diego diede al gemello un buffetto sulla mano, per impedirgli di mangiarsi le unghie.

«Joseph, mi sembra veramente che tu stia esagerando. Siamo al Primo di agosto, a metà vacanza. Siamo stanchi. E’ vero, ammetto la mia colpa. Lo dico davanti ai ragazzi: ho mandato cinque messaggi, cinque, a una persona…basta però, mi sembra stupido!»

La figlia di Joseph guardò i gemelli, prima di riprendere a leggere il suo libro.

«…non siamo a metà di agosto. Non è quello il problema. I messaggi non sono un problema. Non sono mai stati un problema fra di noi.  Cora, io rivoglio la mia vita. Te lo dico davanti ai tuoi figli. Tu dovresti farti visitare…». La guardò. Poi, poiché lei non si difese, «Tu non stai bene con me…»

«Questo, io… almeno questo, dovrei essere io a deciderlo»

Quando il cameriere si avvicinò per portare i caffè e il conto che Joseph aveva chiesto, Diego diede al fratello un altro buffetto sulla mano, solo che questa volta Alessandro le unghie non se le stava mangiando.

«Voglio chiarire una cosa: il problema non è che vostra madre possa o no avere un’ altra relazione. Siamo tutti persone libere. Il problema è che vostra madre mente. Mente a me, come ha mentito ad altri prima di me…e sopratutto mente a se stessa».

Quando Cora si alzò e si avviò all’esterno del ristorante, i due ragazzi rimasero al tavolo  dove recuperarono la cartina dei bombardamenti. Manuela, sempre col libro davanti agli occhi, si alzò e seguì il padre fino alla cassa.

Nel posteggio, Cora non c’era. Il percorso fino all’albergo i quattro in macchina lo fecero in silenzio, ciascuno a guardare come la natura stesse ricamando gocce di pioggia sui vetri. Cora non era neanche in albergo.

«Sono alla stazione di Dieppe», diceva il messaggio che spedì in copia, identico, sul cellulare ai quattro. E poi, ai due ragazzi soltanto, sempre in CC, aggiunse in Word un allegato: «Caro Diego, caro Alessandro, forse è vero. Mi sono innamorata di un’altra persona, o almeno, così mi pare. Ma questo non intacca, e non avrebbe minimamente intaccato la mia stima e il mio amore per Joseph. In questi anni, mi sono comportata secondo le regole lui ha stabilito per me, e per voi. Mi sono fidata di quello che ha detto, a me e a voi, sulla libertà, e sul fatto che le buone relazioni non saranno mai intaccate da altri affetti. Non voglio farla troppo lunga. Ho sbagliato a mandare quei messaggi, e a rispondere a quelle telefonate. Volevo solo dirvi che se vi va di restare ancora per un po’ in vacanza, se vi va insomma, di rimanere con Joseph e Manuela, o se siete un po’ arrabbiati con me, e non vi va di vedermi, insomma, io non prenderò il fatto che non partiate con me come un tradimento da parte vostra. Nel caso in cui vorreste tornare a Roma invece, muovetevi 🙂 c’è un treno che parte fra tre ore. Io ho un libro con me, non so se sia buono, perché non l’ho appena comprato, ma se vi va, vi aspetto. Altrimenti, figli miei cari, ci rivedremo a casa. A riparlare di tutto. A presto.  La mamma.», scrisse.

Poiché i gemelli non arrivarono all’ora stabilita per la partenza del treno, Cora, da sola, quella sera stessa, partì.

(uscito susuccedeoggi.it)

 

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