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Italian Thought, scuola napoletana e pensiero dell’esclusione: il caso Capuano.


Nel suo convincente saggio “German Philosophy, French Theory, Italian Thought)” (sta in AA.VV, Differenze italiane. Politica e filosofia: mappe e sconfinamenti, 2015, DeriveApprodi, a cura di Dario Gentili e Elettra Stimilli) il filosofo napoletano Roberto Esposito sostiene, fra le altre cose, che la riflessione più avanzata sul presente (quella, per dirla tutta, apprezzata anche negli Stati Uniti) in Italia parta dagli anni sessanta. 
Precisamente, dalla prassi politica che ha caratterizzato quel decennio, e non solo in Italia. Secondo il filosofo, ciò che accomuna Virno a Negri, Agamben a Tronti, Cacciari a Muraro è il partire dalla politica. Una politica vista come pratica e gestione del conflitto. Un conflitto determinato anche da una  società che falsamente include. 
Senza mezzi termini, Esposito identifica parte della responsabilità di questo conflitto, nella teologia politica (della religione cattolica e del cristianesimo più in generale) e nella falsa inclusione che essa ha praticato nella storia.
Affronta secondo me le stesse tematiche, gran parte del cinema napoletano attuale (Paolo Sorrentino, Mario Martone ma anche Giuseppe Gaudino).
A proposito di conflitto, di ipocrisia, di finta inclusione, pensiamo al Giovane Favoloso, al padre orrendo di Martone; ai solitari, autoesclusi per eccesso di (falsa?) consapevolezza di Sorrentino in Youth; alla madre di Gaudino, (in Per amor vostro) i cui criteri di esistenza non possono che portarla ai limiti del suicidio, nella Napoli in cui vive.
E la società che include escludendo, la sua ipocrita moralità, troviamo anche da sfondo al bellissimo film di Antonio Capuano, Bagnoli Jungle. 
Bagnoli: oggi. Il film si apre con un vecchio (comunista del PCI?) in carrozzella che vuole essere portato a visitare i ruderi dell’Italsider, e si chiuderà con una manifestazione fatta di bandiere rosse e giovani donne e uomini, fuori da qualsiasi luogo comune vittimista sul Sud. Meglio sarebbe dire che le inquadrature che chiudono questo film sono composte da donne e uomini che manifestano, ai giorni nostri, dietro delle bandiere rosse. E a chi si chiedesse come mai, a chi pensasse che è fuori tempo come scelta, Capuano, con la sua bella storia, avrà già risposto: lottare. Perché questo, e solo questo è quello che si può fare.
Perché tolta la lotta politica a Bagnoli (quella con cui puoi riuscire a conquistarti un tetto, in una scuola occupata) c’è sì, altro. Ma è roba con cui non si mangia. E di questo altro, ci racconta Capuano nel suo film. Che roba è, questo altro?
L’altro è tutto il comico cui ti capita di assistere e che non si può improvvisare. Roba per cui ci vogliono secoli. E allora, giù col divertimento: ecco il racconto sull’ultima notte di Maradona a Napoli, un mito che ancora (ancora!) tiene assieme una città; ecco il fare-arte (a Bagnoli, ma non è l’Italia? sono tutti poeti, attori, pittori) come ultima forma di rivalsa, una forma a portata di tutti; ecco la seduzione, ancorata a forme infantili quanto patriarcali (cui le giovani generazioni di donne, ma anche di uomini, sembrano tener testa bene); la generosità di certi personaggi, contrapposta all’avidità di altri; il blow-job (chiamato così da uomini e donne), come forma privilegiata di sessualità: chi lo fa per soldi fa prima, e gli uomini si accontentano. 
Ed è proprio la comicità che rompe il dualismo inclusione escludente.  
Che hanno a che fare i nostri personaggi con questa comicità e come la esprimono? Tre sono le figure che ci portano all’interno della città.
 Giggetto, il primo in ordine di comparizione, cinquantenne, vive di piccoli furti, è dipendente dalla cocaina, pesca i polpi a mani nude, lì fa cuocere (e bruciare, perché si addormenta) a casa del padre dove vive, recita poesie nei ristoranti, è separato. Il padre è quell’Antonio, vecchio del PCI, tanto retorico (“Bagnoli è il nostro Colosseo, qui sono morti i nostri schiavi”) quanto avaro. Lui, il padre (il secondo a comparire) tiene i soldi (che usa per sedurre la badante ucraina) nascosti in un cassetto del materasso e passa le giornate a raccontare di Maradona con la stessa retorica fasulla con cui racconta dell’Italsider. Solo l’intrattenimento è vero.
Il terzo, Marco, diciotto anni, lavora come garzone in una salumeria e ha fatto una parte come attore in Gomorra (“Nessuno di loro mi ha più telefonato”, dice). E con loro, a unire e dividere, cóndomini artisti sbattuti fuori di casa da fidanzate che li rimproverano per i soggetti (“Hai fatto  Pippo verde! Ma vattenn’! Chi se lo prende, a Pippo Verde?”); amici di vicinato; vecchie donne che tengono in camera da letto un cavallo vero, che curano, prima di riportarlo a correre;  donne belle che, finché dura, vivono della loro bellezza; ragazze che in città girano in costume da bagno, (“Tanto è uguale!”) ma non rinunciano, infantili, al coccodrillo gonfiabile; ragazze, come quella che piace a Marco che fanno danza classica e che (con la gente che le guarda dal balcone) ballano Petruska sulle punte, in mezzo alla strada, con la musica del telefonino.
Una cosa è certa, sembra dirci il regista: a Bagnoli, a differenza che altrove, la bruttezza, la miseria, puoi vederli. La bruttezza è: la spazzatura per strada; è la mancanza di reddito; la povertà. E allora c’è che  puoi ancora guardarla in faccia, questa mancanza. E riservare una parte della tua giornata al suo contrario. C’è che puoi metterti assieme ad altri e altre, anche se hai superato da un pezzo l’età delle lotte (ma la si supera mai, o non c’è sempre un buon motivo?) per occupare le case (come parte della popolazione fa), o decidere che il centro sociale occupato lo usi per fare corsi di ballo per pensionati, o una biblioteca pubblica dove c’è spazio per Moby Dick.
Perché dico che parte dalla vita, Capuano? Perché la vita, secondo lui, è incomprensibile senza la Storia. Quella di chi è vissuto e cresciuto di fianco all’Italsider, (per essa) in questo caso.  Così come  è incomprensibile una narrazione senza caratteri.  Bravo il regista a identificare parte del male nel padre (il retorico) Antonio. La retorica può far male almeno quanto la malavita, sostiene. Alla fine, Giggetto è ucciso per un furto. Ruba una borsa da una macchina, senza accorgersi che dentro c’è della roba. Ma se il padre (quel qua-qua-ra-qua), non l’avesse messo per strada, Giggetto forse sarebbe un povero, patetico poeta, ma vivo.
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