Io la Resistenza la adoro




Stavo finalmente andando a New York. 

Cioè, su indicazione di Leandro stavo andando a trovare una anziana scrittrice. Cioè, io volevo diventare una scrittrice. Lo volevo tanto. E così un giorno che eravamo a Milano, dissi a Leandro: “Be’, Leandro, sai, io adesso vado da Filippotto Loppo, lo scrittore. Lo conosci no?”
“Ma perché, lo conosci? Filippotto Loppo.”
“No. Ma me l’ha chiesto, di portargli un racconto che ho scritto, e adesso sto andando…”, gli ho detto.
“Ma perché devi portare questo tuo racconto a Filippotto Loppo scusa? Perché devi prendere un’iniziativa così, se vuoi fare la scrittrice? ”
“L’ho incontrato al banco dei formaggi, al supermercato. L’ho riconosciuto, e insomma, lui è quello della lotta ai fascisti, e della resistenza, e dei tre giorni di carcere duro…insomma, era un comunista! Ed è anche uno scrittore! E allora io voglio diventare una scrittrice e sono di sinistra…”
“Ma non si fa così! Non si porta un racconto a uno scrittore! Non si fa! Se si vuole fare la scrittrice!”
“E come si fa?”
“Si telefona a qualcuno che controlli una casa editrice!”


Leandro è sempre stato molto più sveglio di me. Solo che io vedevo me più sveglia di lui perché avevo quell’euforia mista a depressione che solo certe persone hanno. Soprattutto immaginavo, che esistesse qualcuno più fanatico e anche un po’ più di sinistra di me. Quindi, quando Leandro, approfittando del mio viaggio a New York, mi gridò nel telefono, “Ehi, vai a trovare Marisela Fabbri, che ti aspetta!”, agitata come uno stomaco all’ora dell’aperitivo gridai soltanto, “Io da Marisela Fabbri? La scrittrice di sinistra?”

“Certo!”, rispose lui, “Cosa credi? Vai, falle un’intervista e consegnala al Corriere di Milano, che l’aspettano”
Gridai, e chiusi, per quanto ero felice.


Marisela Fabbri era una donna sfinita. Incedeva a passi d’elefante nella sua casa che dava su Park Avenue come se si trovasse nella peggio stanza del peggio ospedale della peggio città del terzo mondo. In Italia non la intervistavano più da almeno 35 anni. E in questo senza dubbio aveva influito il fatto che di lei si dicesse che si era bevuta qualsiasi cosa, dai vinacci fetidi agli amaretti migliori, profumo compreso, prima di iniziare eccezionali sedute terapeutiche e infiniti ricoveri in cliniche disintossicanti di tutti i tipi.

“Ciao ragazza bruna, come va?”
“Bene, Marisela, ehm, signora Marisela!”
“Sono vecchia, ma non è gentile da parte tua ricordarmi quanto!”
“…”
Incedendo come un elefante di almeno seicento anni, andò a sedersi sulla poltrona che stava al centro della stanza, proprio dove arrivava il sole. Dietro di lei, arrivò, poco dopo, coi capelli lisciati di fresco su un cranio tutto pieno di macchie di melanina, e anche una pelle della faccia e delle mani, piene della stesse macchie, il marito.
“Piero, è lei, la giovane scrittrice…”, disse Marisela.
“Sei già stata in bagno?”. Ho capito dopo qualche secondo che ce l’aveva con la moglie. Nel frattempo avevo risposto sì, ma per fortuna lui era distratto e non se n’era accorto.
“Allora, ragazza, come va? Sei d’accordo sulla lettura della Resistenza Italiana, dell’articolo che ti ho dato? Sai di che si tratta, no? Non dimenticarsi mai della Resistenza! Ce l’hai fatta, Piero ad aprire l’armadietto?”
Questa volta stetti zitta.
Pensai solo di trovarmi davanti a due esemplari di tossicodipendenza. 
La prima dall’alcol, il secondo dalla moglie. Forse prima, per entrambi era stato qualcosa d’altro. Io allora ero solo entusiasta. Mi sentivo un’idiota, ma andava bene. Andava bene così. Erano gente di sinistra. Mi avrebbero insegnato un sacco di cose. Finalmente la sinistra italiana che ha casa sulla Park Avenue, e a Portofino, come a Roma. 
I vetri erano perfettamente puliti. Si vedevano pure i nidi degli uccelli sugli alberi di fronte.
“Io la Resistenza la adoro!”, dissi.
 Le pupille mi si erano ridotte a due punture di spillo, per l’eccitazione.
“Meno male!”. Era ancora lui che parlava, “Meno male che la adori…perché anche Marisela, da giovane, con la sua intelligenza e la sua velocità, della Resistenza aveva capito l’essenza, sai? Ragazza! Pura generosità. Eh, sì. Organizzazione istituzionale della generosità, ecco! 
Purtroppo poi ha cominciato a stare male, eh, Marisela! Povera Marisela! E’ stata male e non si è più ripresa, e anzi ha stroncato la vita di tutti quanti noi…ci ha ammazzato.” Fece una pausa. “Eh Marisela, ma non è un problema, noi gli vogliamo bene lo stesso!”. 
E dicendo così la spettinò. Pensavo che si trattasse di un leggero dispetto, anche perché lei, fu costretta a togliersi i capelli dalla fronte. Ma non mi sentivo all’altezza di esprimere un giudizio.
Marisela mi guardava. Se mi avessero detto che le era stato praticato un elettrochock, non mi sarei meravigliata, ma avrei pensato che lo sbaglio era sempre stato mio. Io non avevo capito quanto possa essere chic e di gusto, l’elettrochoc.
“…bene! Adesso io vado di là, tu le fai l’intervista, mi raccomando, se vedi che si alza, vieni di là a darmi una voce, o dai la voce alla cameriera che sta in cucina a preparare il caffè…lo vuoi anche tu?”
Ce l’aveva con me. “Oh, sì. Io lo prendo a bottiglioni!”
Mentre Marisela parlava non riuscivo a distogliere lo sguardo dalla stanza e dai suoi innumerevoli ammennicoli. Era tutto così elegante.
“Il problema dell’Italia di oggi è che non ci sono più le operaie” stava dicendo Marisela, “ma quando ci vivevamo noi, erano la cosa più chic che ci si potesse immaginare!” 
Tossì forte.
Be’, potevo capire che cosa stava cercando di dirmi. Tutte quelle cose che avevo già imparato a Milano. Quanto fosse bello e chic, che esistessero dei poveri. 
“…avevamo delle cose da dire, noi scrittrici capisci? C’era tutta questa bellezza da descrivere! Non che fossero belle queste operaie, eh? Per carità! Erano orrende, ma la loro vita, quella in cui ci immergevamo, oh, quella sì…”
Che peccato. Molta di quella povertà di cui Marisela parlava era sparita. Lei oltre che di vino buono e pessimo, aveva potuto sfarsi anche di tutta la povertà del dopoguerra in Italia.
Prendevo appunti.
“…lavoravo in un campo di riso…una risaia…ci sono andata a lavorare dopo la mia laurea a Kensignton sur la Mere del Pont. Sai dov’è?”
“No…viaggio poco!”
“Già. Tu vieni dalla Bassa Italia, vero? Però dovreste svegliarvi un po’, laggiù voi, eh?”
Avrei voluto dirle, entusiasta, “Sì, vengo dalla Bassa Italia, ma sono già almeno sette o otto anni che cerco di diventare come voi, e, non ho lavorato in un campo di riso, come una mondina, ma in uno di pomodori sì! Un giorno solo però…” Glielo dissi, questo ultimo passaggio, quello dei pomodori.
“Anche io ho lavorato in un campo di pomodori!”, ripetei.
“Davvero? Non appartieni allora a quell’orrida piccola borghesia che infesta i nostri giorni… spero non siano gli ultimi per me…sai, mi piace vivere…anche se so che mio marito mi considera più che un peso…” Tosse. Tosse forte.
Avevo paura che mi dicesse, “Una rompicoglioni!” Invece “Certo. Visto che comunque non ho tantissimo da vivere, mi piacerebbe che i nuovi governi si occupassero del fatto di togliermi da torno questa orrenda piccola borghesia che riempie le nostre città, le nostre vacanze le nostre vite…che trovasse il modo di riempire di nuovo le nostre piazza di quella gente bella e buona della mia infanzia…”
“Certo! Io i pomodori…”
“I pomodori! Brava! E dimmi, dimmi, come è stato?”. Sembrava improvvisamente eccitata. I suoi occhi con le palpebre scese mi guardavano curiosi.
“Faticoso. Ci si alzava troppo presto…”
“Beh, sì, anche di quello io parlo nei miei libri, cara. Quei dieci mesi nei campi di riso sono stati una gran fatica. Ma io ho conosciuto il Capitale…questa povera gente…queste donne…brutte, ma forti! Ti ho detto che è nata la mia prima nipotina? I suoi capelli sono biondi come l’oro! E’ splendida!”
Volevo che mi parlasse ancora di lotta di classe.
Sentivo il bisogno di dire la mia: “Io ho preso una scatola di biscotti pesante. Una scatola di biscotti di metallo in fronte, anzi, qui, sulla tempia, qualche mese fa, perché sono andata a un’assemblea…”
“Assemblea? Mica avrai a che fare coi terroristi?”
Il marito ci portava il caffè. La cameriera nera dietro di lui, lo guardava. Aveva la crestina come la Mami di Via col Vento. Tutte cose che con i miei pantaloni a zampa sì, ma strascioloni e strappati, ecco, io non avrei mai immaginato.
Il marito aveva fatto cadere il caffè sulla tovaglia. “Porca ma…porca miseria, Adelina, ho troppo caldo!”, gridò. E buttando tutto là davanti, si scostò dal tavolo.
Adelina a piccoli passi scomparve verso la cucina.
“Questa donna è un po’ stupida”, disse il marito di Marisela.
La vista fuori dalla finestra era splendida, ma io non vedevo niente. Ero eccitata, e troppo presa da loro. In quella casa avevano un modo così grandioso di trattare la domestica, e che io non avevo mai immaginato. A casa mia certe volte dormivano con noi, quando io ero piccola. Avrei dovuto impararlo, mi dicevo. C’era un sacco di roba che ancora non sapevo. Ecco come erano delle persone di sinistra. Avrei dovuto abituarmi.
“…e allora! Leandro ci ha detto che scrivi…”
“Be’ solo qualche intervista…”
“Sai, Marisela è una poveretta, adesso, tu la vedi così”.
Marisela si era alzata, e di spalle si stava avviando lentamente verso il bagno. La sua carcassa di vera donna di sinistra mi dava la commozione. L’avrei rincorsa e se non avessi avuto paura di sbatterla per terra, l’avrei abbracciata. Li vedevo che erano sfatti di qualcosa, ma cosa poteva essere?
Erano chic, eleganti. Per terra c’era un tappeto che Marisela quando tornò dal bagno mi disse che era fatto con le creature che stavano ancora nella pancia della mamma di certe caprette asiatiche. Cioè. Operavano le madri capre per prendere i cuccioli, che poi certe volte morivano perché erano troppo giovani, per farci questi cazzi di tappeti. Lo disse perché ci stava inciampando dentro.
“L’ha portato mia figlia per sottrarlo al contrabbando! Che situazione orribile in certe parti del mondo! La guerre! Ach!”, mi disse.
Che stile. Non come quel babbeo di mio padre che pensava solo a guardare la televisione e a cantare le canzoni napoletane. Niente traccia di racchette da tennis, in questa casa e neanche di passioni tipo il calcio, o le gite con la 124. E la passione finta per Gesù. Questi ero sicura, sapevano sì che esisteva Gesù. Ma per loro era come un parente un po’ stupido. Un po’ cafone, e di quelli che alzano troppo la voce, ecco.
Erano fatti bene questi, fatti come piacevano a me. Fatti di testa, voglio dire, con la testa piena di roba senza senso che solo una lunga consuetudine con il troppo senso può darti, e io ero così contenta che non sapevo come dire loro una cosa. Volevo essere ridotta al più presto possibile nel loro stesso stato. Vivere finalmente!
“…se tu sapessi la vita che mi ha fatto fare, questa donna! Io l’ho tanto amata, eh? Ma ha distrutto la mia vita! Sono stanco! Non ce la faccio più! ”
“Be’, ma è una grande scrittrice!”
“Certo, ed è anche molto buona…solo che ci sono delle persone così pesanti, che nella vita uno a volte si dice, perché è dovuta capitare proprio a me?” Si lisciò il cranio lucido. Marisela stava tornando dal bagno.
Elefantiaca come al solito sprofondò di nuovo sulla sua poltrona al centro della stanza. Il sole le andava addosso, in un modo che la faceva sudare. Nessuno le cambiava la posizione della poltrona.
Anche a me, dopo quel quarto d’ora passato con loro, sembrava normale che lei sudasse così.
“Hai preso lo Xanax? E il Prozac? Il Litium? Mica avevi nascosto qualcosa in bagno, eh, Marisela?”
“Ho preso tutto, ma certo…cosa vuoi che abbia nascosto, che mi avete massacrato?”
“Te la senti di cominciare l’intervista?”
“Sì, certo. Sono solo un po’ stanca…”
Il marito si alzò. Sulla porta mi disse di avvicinarmi. “Io adesso esco dieci minuti. Sono stanco. Altro che, dice lei, è stanca. Non ce la faccio più Ho bisogno d’aria. Mi raccomando vale sempre quello che ho detto prima. Appena si alza vai ad avvisare la domestica. Bisogna tenerla sempre sotto controllo…”
Si avviò verso la porta. Cominciavamo l’intervista. 
Io ero al settimo cielo. 

















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