Inganni romani (un libro di Sandro de Feo)

gli inganni
Sandro de Feo pubblica il suo Gli Inganni nel 1962. Tre anni prima, a Padova, all’uscita della chiesa di Sant’Antonio, si dice vi fosse appeso uno striscione. Diceva: «Preghiamo per il peccatore Fellini». Era appena uscito La dolce vita. E così, stando alle cronache, anche in altre parrocchie, in tutta Italia. De Feo, che è nato nel 1908, a quell’epoca non è più un ragazzo. Ma l’atmosfera di oppressione, di angustia intellettuale, di miseria morale in cui si vive nell’Italia di quegli anni, devono averlo colpito. Noto nell’ambiente cinematografico come sceneggiatore, ha lavorato con Rossellini nel 1952, per Europa ‘51, e nel 1952 con Mario Soldati per La provinciale.
Gli Inganni, che alla sua uscita fu recensito entusiasticamente da Montale sul Corriere della Sera, è la storia della giornata di uno sceneggiatore. Di mattina presto, ad Antonio, mentre dorme, arriva in casa dalla Puglia, regione da cui anche lui proviene, il «cugino Vituccio». In realtà non c’è relazione di parentela fra i due, e il secondo è il figlio dell’amministratore delle terre che appartenevano alla famiglia di Antonio. Ma, proprio come in un romanzo russo (pensiamo alle dinamiche che legano i personaggi ne La famiglia Golovlev di Saltykov-Scedrin, o al rapporto che ne I demoni, lega la «imperiosa» Varvara Petrovna ai suoi pupilli e fittavoli) Vituccio sa di poter contare su Antonio, per via di un rapporto che lega più di quello di sangue. «Era stata mia madre a farmi promettere che l’avrei sempre aiutato», dichiara infatti il secondo. La madre che, ormai morta, controlla ancora la vita del figlio da una fotografia appoggiata nella fessura dello specchio.
A partire da questa visita, la giornata del protagonista prenderà una piega diversa da quella prevista. Vituccio infatti, che si considera una specie di «grosso imprenditore», un «importante puttaniere», o che almeno, così vuole essere considerato, ha saputo qualche giorno prima al paese, di un pettegolezzo che lo riguarda. Qualcuno, uno che a questo punto lui ha l’esclusivo interesse a distruggere, l’avrebbe definito, sminuendolo, «puttaniere di paese». Quel qualcuno è il fiduciario dell’Azione Cattolica, a Bari. Ma Vituccio sa anche delle relazioni di Antonio, della sua parentela con un giovane gesuita, Alfonso, e così gli chiede di intercedere per un appuntamento. Antonio accetta. Li ritroviamo in macchina, per le strade di Roma, diretti in centro. La giornata estiva, così come la città, sono dominate dallo scirocco, un vento caldo e appiccicoso, il cui influsso si fa sentire sui nervi dello sceneggiatore. La visita al parente nelle stanze vaticane lo avvilisce, e la sua descrizione dell’ambiente diventa «un passaggio nella quarta dimensione vaticana». Poco dopo sono diretti a Tivoli, a Villa Adriana. Il protagonista deve fare dei sopralluoghi per un film, ma per strada sono costretti a fermarsi: una ragazzina, dodici anni, è rimasta vittima di un incidente. Un grosso camion ha investito la Vespa su cui era seduta con la zia e il fidanzato di lei. Stavano cercando un riparo dall’afa, davanti a un baracchino.
Antonio e Vituccio accettano di accompagnare la ragazzina al Policlinico, dove sono costretti a lasciarla. La sensazione, non certa, è di averla vista morire. Sono il sorriso di lei, mentre è sdraiata sul sedile di dietro, e la macchia di orina che sullo stesso ha lasciato, ad accompagnare Antonio durante il viaggio. Gli pare che Vituccio si fosse un po’ innamorato, di quella bambina. Lui no. Ed è anzi convinto che se farà in tempo, in serata, o forse domani, le porterà dei fiori. Ma solo per gentilezza.
A Villa Adriana li accompagna Silvana, una giovane donna. Ha vent’anni meno del protagonista. I due hanno una relazione. Mentre chiede informazioni all’usciere, Antonio ha l’impressione che Silvana e Vituccio stiano cominciando una storia. Ma potrebbe sbagliarsi. Ormai però è amareggiato. Non ha combinato niente. La giornata si chiude cercando un po’ di conforto e di sesso fra le braccia della domestica, cui viene chiesto di apparecchiare lo studio in modo che Vituccio, che è in giro per Roma, vi possa rimanere a dormire.
Non sono poche le cose che fanno pensare al film di Fellini, a Flaiano, e alla loro poetica, in questo libro, e certo la più rilevante è la struttura narrativa a episodi. La descrizione della realtà sociale e politica italiana attraverso gli ambienti e i personaggi, è un altro degli elementi che li accomuna. Così come il linguaggio, che in entrambi i casi è piano, volutamente non poetico. La polemica contro la Chiesa, che poteva interessare, da un punto ideologico, anche un Moravia o un Morselli, è condotta qui non per linee teoriche, ma attraverso la relazione dei tre personaggi maschili. Non manca il tema, caratterizzante questo, la narrativa dell’epoca, delle difficoltà nelle relazioni fra uomo e donna, o quello, anche esso molto diffuso, della mancanza di senso, nell’esistenza.
la dolce vitaSe è vero che la scelta del soggetto, così simile a quello de La dolce vita, può aver penalizzato questo libro, è pur vero che una lettura, anche superficiale, di esso, è sufficiente a dissipare qualsiasi dubbio. De Feo è intellettuale attento, ironico, vivace, autonomo. Non imita, non si atteggia. C’è in lui una rassegnazione più pacata, riguardo al destino che tocca agli esseri viventi, un’accettazione più mite di esso. Non a caso molti passaggi, nel romanzo, sono dedicati alla descrizione degli agenti atmosferici. Al racconto di come agiscano e influenzino la natura umana. Solo una superficialità che appartiene, come una seconda pelle, alla nostra cultura può spiegare dimenticanze come quella che riguarda questo libro. Una sorta di sindrome che, se andremo avanti in questa rubrica, chiameremo solo, in modo mica tanto ironico, sindrome-Pompei. E che sta ad indicare una sorta di ottusa indifferenza, (da parte di chi dovrebbe invece occuparsene), nei confronti della città distrutta dal Vesuvio, così come di una vecchia collana editoriale, o di un singolo volume, o dell’intera opera di un autore, di un’autrice.
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