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Il quarto d’ora di Alberto Arbasino

 

 

Qualche giorno fa, ho preso l’autobus con Alberto Arbasino.
Siamo saliti alla stessa fermata, a via Gianturco, davanti a casa sua che poi è la stessa dove aspetta sempre l’autobus per andare in centro anche Valentino Zeichen, che abita dall’altra parte di via Flaminia, dove c’è il meccanico, al Borghetto.
Gli ho subito detto, inciampando nel corridoio mezzo vuoto, “Scusi, ma lei è Alberto Arbasino? No, sa perché a me piace molto leggere”.
Così.
No, non è vero.
Non gli ho detto niente. La verità è che stavo inciampando nel corridoio dell’autobus, cercando di timbrare il biglietto, perché lui è stato per un attimo indeciso su cosa fare. Però mi sono attaccata alla maniglia e quando lui si è spostato, dicendogli “Scusi…”, sono andata a timbrare il mio biglietto.
Lui si era messo in fila, dietro di me. Io, senza dire niente, ho messo il mio biglietto nella macchinetta: una volta. Ma quella non funzionava. Ho provato la seconda volta, niente.
“Cosa c’è?”, ha detto lui.
“Non va…”, ho risposto. Poi ho parlato di Roma, del fatto che niente funziona e anche anche se ci si sforza di comportarsi bene è tutto inutile, perché tanto i servizi non funzionano, e non va niente.
Non è vero. Non ho detto niente. Sono stata zitta ancora.  Vero è solo che mi sono spostata. Non ho neanche detto la frase che sarebbe stata normale, “Vuole provare a timbrare lei?”.  Mi sono spostata, e basta.
Lui ha fatto due passi avanti come se glielo avessi chiesto di provarci, col suo biglietto, a timbrare. Ha infilato nella macchinetta il suo biglietto. La macchinetta, lo stesso, non ha funzionato.
Ancora ha fatto il suo ppprrrrrrr, di ordinanza, come prima.
Però a questo punto io, approfittando del fatto di avercelo davanti ho preso il tablet e zac zac ho fatto una bella foto ad AA, lo scrittore che secondo me ha dato una vera sferzata, un soffio di vitalità giovanile alla letteratura italiana. Certo, dopo gli ho detto, “Le dispiace?”. E anche, “Ciao Alberto, sai sono l’amica dell’amico dell’amica del tuo amico…”, e gli ho porto la mano. Anzi, le due mani perché era una persona anziana.
L’ho fatto. Vero.
Ma no. No, che non è vero. Non ho detto niente. Non ho neanche cercato di sedermi di fianco a lui.
Mi sono seduta davanti alla macchinetta scassata, perché il posto era libero. Non ho neanche cercato di vedere dove si sarebbe andato a sedere Alberto Arbasino. Non si possono sfracassarle a un signore che prende l’autobus in una bella giornata. E neanche si può passare la propria vita a rincorrere le persone, per intervistarle.
Certo l’ho pensato che ciò che conta, quando ami un autore, sono i suoi libri e non lui. Che è poi la cosa che mi hanno insegnato quando lavoravo alla Guanda, che però non era la Guanda di adesso, ma la Guanda di Diego Paolini e di Marianto Prina, la stessa dove ho conosciuto Enzesberger, e tutta quella roba che ho detto già un sacco di volte.

Però insomma era lì, ce l’avevo di fianco. Avrei potuto chiedergli, “A cosa sta lavorando?”, oppure, “Dove sta andando?”, e anche, “Si ricorda di me? Ci siamo visti a casa di MB e abbiamo anche chiacchierato…si ricorda? Ma anche a Milano, si perché io sono l’amica…”.
Non ho detto niente.

“Dottor Arbasino che dice, la facciamo una bella intervista? Sa, perché io ho un blog!”. No, “…perché io sono una blogger!”. Un attimo: “Dottor Arbasino, c’è un mio amico che si è inventato un giornale, un quotidiano che però pubblica su Internet. Lei crede nella tecnologia? Un’intervistina in radio? Per favore…”.

Aspè.

“Che dice? Mi lascia il numero di telefono e provo a proporla a un cartaceo?”

Ho visto che anche lui si sedeva di fianco alla macchinetta scassata, la stessa che a tutti e due ci aveva restituito il biglietto, davanti a me,  di fianco alla stessa macchina scassata per la quale non avevamo protestato, né io né lui. Non avevamo detto niente.  Niente su Roma, sull’Atac, nessun tentativo di cercare solidarietà e complicità in un altro utente come me, cosa che di solito peraltro faccio.
Era lì, davanti a me, Alberto Arbasino. Aveva una camicia di cotone Brooks Brothers rosa, e i pantaloni blu. Il modo di vestire più diffuso al Nord Italia nelle mezze stagioni, e nei paesi occidentali (avanzati, per gente ricca) in generale.
Aveva gli occhiali da sole, neri, tipo Ray Ban. Anche io avevo gli occhiali, ma da vista, perché intanto mi ero messa a leggere. Ho alzato lo sguardo per guardare Alberto Arbasino.
Lo volevo vedere bene, perché anche se stavo cercando di leggere “Un mondo di stranieri”, il libro di Nadine Gordimer, che avevo aperto alla fermata, e che non avevo neanche avuto il tempo di infilare dentro la borsa, mi sembrava lo stesso una scemenza far arrivare la discrezione fino al punto da non guardarlo neanche, Alberto Arbasino, visto che ce l’avevo così vicino.
Mentre lo guardavo, ho visto che piegava un poco la testa, e che la piegava in avanti. Non so se sia educata come cosa. Comunque anche io, fregandomene dell’educazione, lo faccio sempre. Mi metto a guardare che cosa legge la gente.
Deve aver letto il titolo del mio libro. Allora io a quel punto ho alzato la testa, ho detto: “Le piace? La conosce? E’ brava, vero?”. Mi riferivo alla Gordimer, certo.
L’ho fatto. Perché? Che c’è di male?
No, non è vero. Non l’ho fatto.  Ho alzato la testa dalle pagine sì, ma solo per guardare fuori. Gli alberi di Villa Borghese, quei pini marittimi dalla testa così grossa che puoi vedere da qualsiasi parte lì intorno tu ti posizioni sotto la collina, ci sono sfilati davanti.
Il sole attraversava  l’autobus da tutte le parti.
Non abbiamo percorso in silenzio, uno di fianco all’altra, in mezzo a quel tepore, e con l’autobus mezzo vuoto, che le quattro o cinque fermate che uniscono il cancello di Piazzale Flaminio a Porta Pinciana.
Lui, prima dell’ultima si è alzato e mi ha detto, “Arrivederci!”.
Allora anche io ho detto: “Buongiorno, arrivederci!”.
E mentre se ne andava, ho pensato che doveva essere stata sicuramente la foto in bianco in nero che c’è sul libro di Feltrinelli, annata 1958, quella bella della Gordimer, sulla copertina della Economica (gialla, in questo caso), a ricordare a lui cose piacevoli della sua vita. Sarà stata sicuramente l’autorevolezza riconosciuta a Nadine Gordimer, la sua sapienza e serietà, a fargli salutare, ad Arbasino, la signora che aveva davanti e che ero io. La stessa signora che l’aveva aiutato con la macchinetta che non timbrava, e che non gli aveva chiesto, per non disturbarlo, “Scusi, lei è Alberto Arbasino, vero? No, sa, perché a me piace molto leggere…”.

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