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Il potere politico (e colpevolizzante) dei non-stanti-tanto-bene

Sono ormai venticinque anni che mi sento dire: “Lascia perdere, non sta bene”, a proposito di devastati psichici, e sulla maniera giusta per rispondere alle loro uscite, non propriamente “civili”. Cominciò Silvana Ottieri (donna e amica meravigliosa) a proposito di Marramao. Ora, io lascio perdere – è una vita che si lascia perdere – ma vivere, e non in un solo contesto, con l’idea che “Tizio non sta bene” “Caia è esaurita”, e che quindi bisogna tacere (il parlare peggiorerebbe, infatti, talmente tanto, lo stato di malessere psicologico degli interlocutori “terzi”, i non-stanti-bene, da rendere, comunque, preferibile il silenzio) mi sta cominciando a dare noia.
Anche perché Tizio e Caia i loro obblighi quotidiani sono in grado di svolgerli. Rispondere però della loro “devastazione culturale” (“ma no, è psichica!”, dice qualcuno, e ricominciamo il balletto), no. (“Non stanno bene!”).
È come vivere in un eterno (e cattolicissimo) stato di “obbligo alla comprensione”. La comprensione, o è sincera, o è ipocrita. Di essere ipocrita, mi sarei stancata. Tutto un balletto che somiglia tanto alla frase: “Lascia perdere che sei più grande”, avvolge buona parte dei miei ricordi. Sembrerà strano, ma una percentuale altissima di tutto ciò cui anelo sta nella possibilità di poter pronunciare una frase breve, agile, tutto sommato laica : “Ma vaffanculo, sonora testa di cazzo!”. Da quando ho sei anni, per me, è questa la libertà (che rarissimamente ho praticato).
Motivo, gli obblighi di cui sopra. Una proposta: ricominciamo a chiamare le “devastazioni culturali” col loro nome. Io, infatti, ammetto di aver potuto lavorare, in silenzio, per molti anni protetta da questo obbligo, che sentivo di aver contratto con chi mi voleva bene (“Taci, non alterare l’ordine”), anche in contesti diversi. Ora, se l’ordine su cui però siamo posizionati è una sorta di “disastro”, metodologico e comunicativo, tanto vale smetterla di essere comprensivi.

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