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Il parere di Fausta

Ieri, durante un’intervista ci chiedevamo, con F.P. come mai la pagina di Fausta Cialente (nata nel 1898 a Cagliari e morta a Pangbourne, nei dintorni di Londra nel 1994) sia così ricca (modalità espressive, modi di parlare e di fare), così importante. Come mai, ci chiedevamo, Cialente conosce tante cose, e in modo così profondo? Come mai il suo giudizio è così netto, la pagina così pulita, mai sciatta e soprattutto mai urlata? Come mai, arriva così al cuore delle cose? Come si sa, l’autrice nei suoi romanzi prende spesso ad oggetto l’aggressione che il colonialismo ha portato avanti su uomini e donne, lo sfruttamento della borghesia “colpevole e incosciente” a danno delle classi più disagiate, non solo in Italia, lo spaesamento degli immigrati, la solitudine dei bambini. I suoi libri (Natalia, 1929; Pamela o la bella estate; Cortile a Cleopatra, 1936; Ballata Levantina 1961; Un inverno freddissimo 1966; Il vento sulla sabbia 1972; Le quattro ragazze Wieselberg 1976) coprono un percorso che va dalla nascita del fascismo agli anni settanta, passando per la guerra, il Dopoguerra e la Resistenza.  
Gli argomenti di cui si occupa sono stati ampiamente trattati nel secolo scorso, così tanto, da poter ormai essere  considerati alla stregua di luoghi comuni della nostra cultura. Eppure: Cialente riesce invece a dire qualcosa di vero e di originale. Come mai? 
Siamo arrivate a una conclusione, che è questa: esistono delle formule, dei mantra, che tante e in tanti recitano in Italia, almeno dal secondo dopoguerra (contro lo sfruttamento, a favore dei bambini e degli emarginati, contro la borghesia) in poi. Queste formule vuote sono ormai talmente consolidate da essere diventate litanie, da non arrivare neanche più ai soggetti cui sono indirizzate: i proletari, i poveri, i bisognosi, appunto. Sono diventate appunto, inutili forme retoriche.
La storia come si sa non è di ieri. Non è da ieri che la fragilità degli esseri umani e la solidarietà sono, giustamente, oggetto di poesia così come di attenzione da parte di chi scrive.
Per Cialente, recitare le formule non è sufficiente. La sua unicità sta in questo: è questo il punto che l’autrice affronta. Non si limita alla recita del mantra, fa battaglia politica. Non si compiace sulle ferite dei bisognosi, usa Radio Cairo per rintracciare i prigionieri italiani nei campi di internamento inglesi, durante la seconda guerra mondiale. Usa l’inchiesta (ne farà sulle mondine, sulle retiarie – donne che lavorano le reti dei pescatori a San Benedetto del Tronto – le conserviere – donne che lavorano i pomodori – del napoletano; ne studia le condizioni di vita e le denuncia) nel secondo dopoguerra.  C’è attenzione e rispetto nel suo lavoro, non solo per il prossimo, la prossima. L’altro, l’altra nei suoi libri non sono occasioni per raccontare.  Fuori da tutte le cricche, la scrittrice non lavora per la visibilità e il potere. E’ la pagina scritta a essere usata per ridare dignità a chi non ce l’ha. Non ci sono vuote formule al lavoro.
Chi scrive, Cialente sa di che parla.
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