Il padre di Edoardo Albinati

Roma vista dalla Flaminia



Azzardo un’ipotesi. Che non si possano scrivere buoni romanzi se non si riesca a dare una connotazione precisa ai corpi nel contesto della narrazione. Dire che cosa significhino per uno scrittore, perché li abbia messi lì. Perché li usi. A cosa gli servano. Mi spiego. Se in Fielding, così come in parte in Dickens il corpo è uno strumento di fuga e di ribellione, in Dostoevskij ha una funzione di rottura, di disordine, all’interno della comunità. Se in Thomas Mann è strumento che fa parte della testimonianza che l’uomo – più raramente le donne – lascia sulla terra al suo passaggio, in Ivy Compton Burnett sarà invece l’ente che non muore, quello che attraverso il linguaggio, crea continuità. Dico questo perché nel nuovo libro di Edoardo Albinati il corpo (quello del padre, il suo, del protagonista, ma anche i corpi dei bambini, o della madre) rappresenta ciò che dà un senso alla storia. Hai l’impressione (che raramente si ha leggendo storie contemporanee), che ci sia al fondo della narrazione, un bisogno, e non solo un’aspirazione.
La storia di Vita e morte di un ingegnere si apre e si chiude negli anni 90 del secolo scorso. Narra brevemente dell’esistenza di un uomo, e soprattutto narra della sua morte. A raccontare è il figlio, che si chiama Edoardo, come l’autore, un uomo nato nella metà degli anni cinquanta, come l’autore. Sottolineo il fatto che ci sia una sostanziale similitudine fra chi scrive e il narratore, perché in questo libro che l’autore o voglia o no, viene fuori anche la storia di una generazione, (quella che nel sessantotto era troppo piccola per partecipare al cambiamento, e che negli anni settanta aveva vent’anni), cosa che comunque secondo me è abbastanza doverosa, quando si scriva un romanzo. Prendiamo per esempio il rapporto con la politica, intesa come organizzazione dell’esistenza, organizzazione che cambia a seconda delle epoche, che cambia di paese in paese, quel mondo di fatti che se vengono per comodità  appoggiati uno di fianco all’altra e studiati su una freccia unidirezionale, costituiscono la grande Storia dell’Umanità.
Edoardo, a un certo punto della malattia del padre, va a fare un viaggio a Berlino. Io non so se sia vero, se nella vita vera Edoardo, col padre malato, per staccare abbia davvero accettato “l’offerta fattami da un poeta tedesco conosciuto in America”. So che questo viaggio, gli permette di dire, “mi sarei impresso nella mente i paesaggi sconvolti della storia più memorabile del nostro secolo”, o di immaginare che “avrei comprato austeri giocattoli d’acciaio per i miei figli, avrei girato la città in metropolitana o a bordo di una di quelle Trabant che sbeffeggiavano in televisione come la vergogna del mondo sviluppato”  e di rendersi conto qualche riga dopo conto invece, di “essere immerso in una storia” e di non poterne uscire “per entrare in un’altra”. Anzi, si rende conto, qualche riga dopo, di riuscire a parlare coi suoi genitori, solo attraverso la presenza del bambino, di suo figlio: “Il bambino era un ottimo sistema per tenerci impegnati, assorbiva tutto il tempo e l’attenzione, dovevamo badare a lui e questo ci impediva di discutere e di guardarci negli occhi. Triangolando sul bambino riuscivo in qualche modo a dialogare con mio padre e a stargli accanto con minore disagio”. Quella che doveva essere una riflessione su una delle questioni massime della nostra epoca, il comunismo come si è realizzato nei paesi dell’Est, si risolve nell’osservazione di un’incapacità, quella che consiste nel non riuscire neanche a parlare con il proprio padre.
Difficoltà che è risolta  dalla presenza fisica del piccolo.
C’è un altro brano in cui il narratore si rende conto di quanto il dolore del padre, e la sua sofferenza gli impediscano “di vedere e di ragionare” e “strangolava ogni comprensione in me, annebbiava la mia mente, mi annoiava, mi imbarazzava, mi indeboliva assoggettando il futuro alla sua legge priva di senso”, dice. Succede quando Edoardo va a New York. E lì, davanti alla “fauna febbricitante che poteva in varie forme replicare l’immagine infelice di mio padre, io rivolgevo uno sguardo ardito, politicamente comprensivo ma freddo e raziocinante”.  Che è come dire, i corpi astratti della sofferenza umana si possono osservare, quello del proprio padre no, perché non si riesce.
“Siamo una generazione in cui le avventure politiche sono state  avventure ideologiche, o i cui risultati si stanno disfacendo” sembra dire l’autore. Se Edoardo riesce a guardare “gli sciancati, i pieni di croste”, e se “il disordine del mondo provocava un furore freddo, descrittivo come se fossi emerso da un bagno tonificante in qualche vecchia poesia di Bertolt Brecht”, il padre invece, il proprio padre, può solo essere guardato mentre “affonda”.
La presenza del corpo del padre, il suo dolore, la tenerezza che suscita nel figlio,  e ciò che gli impedisce oggi l’azione, ciò che fa venire i rimpianti su tutto ciò che non si è fatto. Mi rendo conto che il tema del corpo nella narrativa degli ultimi anni con tutto ciò che implica – il femminismo, Foucalt e le istituzioni totali, la metafisica del desiderio, il discorso sul genere e il suo esaurimento – sia troppo complesso per poter essere svolto in poche righe. So che gli accenni a cui rimanda questo buon romanzo di Albinati sono tanti. Mi sento di dire che forse il mestiere che Albinati si è scelto sia stato la sua fortuna. Insegna dalla metà degli anni 90 nel carcere di Rebibbia. Forse questa continua frequentazione dei corpi dei detenuti gli dà una concretezza che in altre carriere di autori (magari all’inizio più promettenti di lui) viene a mancare. Un accenno così, come ho voluto fare in questo breve testo, non mi permette di dilungarmi su altri pezzi del racconto. So che le scene finali, quelle in cui il corpo del padre viene sotterrato, e poi cremato, sono fra le più belle (e anche divertenti, con la descrizione dei becchini, del posto dove avviene la cremazione, con la ruggine che distrugge i tubi colorati in blu della costruzione sulla Flaminia, nata apposta per eseguire una pratica ancora ostacolata nel nostro paese, la cremazione appunto) della letteratura italiana degli ultimi anni.

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