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Il marito di Goliarda Sapienza

Qualche tempo fa, a una presentazione dell’opera di Goliarda Sapienza, un signore, un uomo, che si era presentato come suo marito, disse, in maniera più o meno testuale: “Goliarda non era femminista. Goliarda era una donna fragile che (più o meno n.d.a.) cercava solo qualcuno che le volesse davvero bene. Una donna che voleva solo scrivere”.
A conferma di questa tesi, il Marito di Goliarda Sapienza insisteva a dire: “Io lo so, perché ci ho vissuto assieme…”.
Un altro concetto, che il Marito di Goliarda Sapienza insisteva a ribadire, era questo: “…le femministe usano l’opera di Goliarda…lei non era femminista!”.
A chi provasse a intervenire, a dire che, per Goliarda, sono le opere che rispondono, e anche il grande numero di articoli che su di lei sono stati scritti, lui insisteva a rispondere: “No, sono io che lo so. Perché io l’ho conosciuta…”.
La stessa cosa ho visto scritta, qua e là, a proposito di Virginia Woolf, in occasione del suo compleanno.
Il fatto che Virginia Woolf abbia, più volte, parlato di “differenze” fra uomini e donne, che abbia lamentato una vera e propria, secolare, forma di ingiustizia sociale, e che sia, quindi, considerata, da alcune femministe, una delle pensatrici più rappresentative, non ha, secondo questi recensori, nessuna importanza. Anzi, secondo alcuni di essi, non c’entra praticamente niente, coi suoi volumi, col suo pensiero: i quali, in due parole, farebbero parte di quel settore dell’espressione umana definita “arte”, e, come si sa, “l’arte c’entra poco con l’ideologia”.
La scrittrice inglese, secondo questi “ideologi” (tali sono, anche se non amano sentirselo dire), soprattutto nell’ultimo periodo della sua vita, non solo si sarebbe allontanata da un metodo di lavoro costruito con esperienza, competenza e talento, in tanti anni, ma, in più, avrebbe praticato una sorta di “abiura” dal “pensiero politico” (inquinato dall’ideologia, come si diceva), tutto a favore dell'”arte”.
Non ho tanta voglia di ribattere a sciocchezze di questo tipo, che si commentano da sole. Ho, però, notato che, simili atteggiamenti non si estendono solo al campo della “spiegazione da parte di mariti, e, o, ideologi” su quel che “davvero”, una donna sappia, o voglia. La stessa cosa, qualche tempo fa, ha cercato di fare un signore a proposito di Gramsci.
Senza uno straccio di prova (fosse pure un angolo di fazzoletto su cui vi fosse scritta una breve frase), uno studioso, mi pare siciliano, dall’oggi al domani, si è messo a raccontare, qua e là, di persona e per iscritto, che Gramsci avrebbe scritto su un quaderno (ora sparito, naturalmente!) della sua volontà di “non essere più comunista”.
Gramsci (il signore lo sa!) sarebbe diventato, negli ultimissimi anni della sua vita “un liberale”. Prove ne sono state chieste, a questo signore, così come al Marito di Goliarda Sapienza, e a chi si occupa di Virginia Woolf.
“Si deve leggere l’opera fra le righe…”, la risposta. Basterebbe, secondo loro, avere la vista acuta per rendersi conto del cambiamento, in senso “revisionista”. Ma, mi dico, non era fondamentale, una volta, per poter “rivedere” ill lavoro di un autore, di un autrice, il fatto di aver trovato nuovi documenti, uno straccio di prova, due righe “mai viste prima”, da cui partire?
Oggi no. Non è più così. Oggi è sufficiente partire dal nostro “desiderio” per cercare di convincere il prossimo che la realtà sia, esattamente, come la vogliamo (“anticomunista” e “antifemminista”, nella maggior parte dei casi). 
Il tutto, se non fosse ridicolo, sarebbe tragico. 

 

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