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Circoletti ai tempi di Facebook.

 

La prima cosa che sentì il bisogno di fare, fu questa: mandare un messaggio in privato di insulti a quella mentecatta che le aveva fatto una critica sulla HOME, in pubblico.

A quella demente che aveva detto del suo ultimo film: “Cara Peri, però lo scorso era meglio”. 

Peri, perché Peripatetica era il suo nickname, ma lo sapevano tutti che si trattava di lei, Giada Giadetti.

E così pigiò MESSAGGIO, e senza salutare, né niente ci scrisse dentro: “Lo scorso cosa? Cosa nei sai dei miei film? Tu, cara Giovanna, faresti meglio a tacere”.

Doveva aggiungercelo, o no: “In pubblico” e “Tu, povera mentecatta?”.

Ma sì, sempre meglio terrorizzare un po’.

Tanto poi quella si sarebbe sfogata con altri poveracci registi e sceneggiatori dei circoletti, (“Sfigati!”) suoi simili. E mai più le avrebbe parlato in pubblico. L’avrebbe costretta al privato, per sempre.

“Il suo circoletto di arraffoni!”, ripeté. Si fermò un attimo.

“Arraffoni o arruffoni? Come è che si dice?”.

Il vantaggio che lei, Giada Giadetti ne avrebbe ottenuto sarebbe stato impagabile. Quella mentecatta di Giovanna Alamari avrebbe smesso di scriverle in BACHECA. La cosa ogni tanto la preoccupava. Perché se è vero che esisteva la funzione: CONTROLLO DIARIO, era anche vero che quella poteva sempre commentare qualcosa mentre lei dormiva, o inserirsi nella conversazione in qualche modo. Sì, doveva scriverle! La doveva offendere. Bloccarla, non poteva.

Avrebbe finalmente smesso di parlare di lei sulla HOME. E non era già qualcosa? Cristo! Guardò la profilatura, color carta da zucchero, di Facebook che ben conosceva.

«E perché dovrebbe parlare di me? Sono io che decido con chi voglio parlare!», si disse.  «Liberi!»

Se volevano parlare di lei, se potevano, dovevano solo farle complimenti. Altrimenti, cosa ci stava a perdere tempo su Facebook? Per questi deficienti dei circoletti?

Aggiunse quindi, «Tu, povera mentecatta…».

Veloce ritrasse un secondo la mano, come se si fosse pentita, ma poi cliccò il pulsante e spedì. Non era un po’ troppo?

Scorse di nuovo la HOME. Si avventurò su. Più su.

«Ecco quest’altra cretina: Reina Mercanzìa.»

Lo sapevano tutti che aveva imparato l’inglese guardando film porno. E che ne aveva fatti, anche. E adesso pretendeva di recensire, di scrivere.  E tutto solo perché era stata con un funzionario (peraltro anche di un circoletto, di seconda categoria!), della Scuola di Cinematografia. Si capiva come mai. Era negra. Si vedeva anche dalla foto che aveva messo che non era tutta sta grande intelligenza. Quella camicia a quadri e la boccia del pesce rosso sulla testa! La bocca a O come se fosse stata anche lei un pesce rosso.

«Sarà vero che agli uomini piacciono di più? O è una leggenda?».

Che cosa aveva scritto?

«Fatemi leggere, per Dio!»

Spinse bene gli occhiali, con la mano sinistra, se li spinse fino quasi a farseli andare a sbattere sulla fronte. No, così no, era troppo. Dio, se si odiava! Il suo corpo, i suoi occhi miopi. La sua stazza. Perché? Perché non poteva (non doveva) essere alta, magra? Sai quanti problemi in meno avrebbe avuto? Merda di occhiali. Le impedivano di aprire e chiudere bene le palpebre.

«Saida!», gridò.

«Cosa c’è?»

«Ricordiamoci che devo rifarmi gli occhiali!»

Dall’altra stanza nessuno le rispose.

«Notiamo in John Ford un’allargamento dell’idea geografica di libertà», aveva scritto la Mercanzìa. Che cosa voleva dire, quella cretina, con quelle parole? Di che stava parlando?

«Mamma!».

Oddio, il suo figlietto si era svegliato e la stava chiamando. Merda, doveva scrivere! Non gli rispose. Poi pensò che non sarebbe mai diventato il primo in tutto, se lei lo avesse ignorato. Si sa che i ragazzini che non vengono trattati da primi, hanno poche possibilità di diventare i primi.

E perché la marocchina che lei pagava, (e con il suo lavoro, non con quello del marito, uomo troppo spesso assente!) non alzava le sue larghe chiappe, per andare a vedere che volesse?

«Saida!», gridò.

Nessuno rispose. Porca miseria, quanta energia negativa anche quella mattina. Ma perché se l’era tirata in casa?

«Mamma!»

«Cosa vuoi, Ferruccio?», gli urlò. «C’è Saida a farti da mangiare?». No, doveva stare calma. Non doveva farsi prendere nel gorgo della negatività. Era quello che quella stronza di Saida voleva. Ignorarla. Ecco, che doveva fare.

«Sì, ma io non voglio mangiare. Voglio darti un bacio. E poi no, no c’è!», gridò il bambino dall’altra stanza. Quanta negatività!

Porco zio. Le veniva da bestemmiare. Ma il nuovo fitoerapeuta le aveva detto, anzi, le aveva imposto che «non deve lasciarsi andare a scatti d’ira».

«Ok. Ok. D’accordo. Se mi viene da bestemmiare, devo trasformare la bestemmia in uno scherzo».

Si sforzò di atteggiare la bocca ad un sorriso. Si ricordò.

«Forza, sorrida! Positività, positività ci vuole!», gli aveva detto.

«Ho capito. Un attimo. Adesso taccia per favore…», gli aveva risposto l’ultima volta che si erano visti. Poi aveva stirato la bocca, come stava cercando di fare adesso.

«Mamma!», si lamentò ancora.

Abbassò lo sguardo. Era veramente troppo robusta. Senza volere si era vista petto e cosce! Aveva sofferto prima di bulimia, poi di anoressia, ora di nuovo di bulimia. Ma si stava curando. Era la migliore. Camminava. Quando era sola in casa, danzava pure.

«Mamma!»

«Che impiastro! Saida!», gridò. La saliva le andò per traverso. Tossì.

Si alzò, decisa a dirgliene quattro. Tossì di nuovo.

In cucina trovò suo figlio sdraiato su due sedie che con il dito in bocca guardava un punto imprecisato sotto il tavolo.

«Che cosa stai facendo? Alzati! E’ tardi!»

«Non si va a scuola oggi. E’ sabato»

«Ah, già! E Saida dov’è?»

Il bambino, col dito in bocca, continuava, in pigiama, a fissare il suo unico punto di riferimento, sotto il tavolo.

«Saida!»

«Sì, Giada!».

Se era stata lei, Giada a dirle di chiamarla per nome, quella mattina se ne pentì. La povera scema era in bagno.

«Brava. Crepaci nella tua negatività di merda!», pensò Giada.

«La colazione!», le gridò. L’altra le rispose qualcosa che lei non sentì.

Se non sentì fu perché da lontano, sullo schermo, nel frattempo Giada aveva fatto in tempo a vedere, e prima ancora di tornare a sedersi, i numeri rossi (la sagometta, è chiaro!) sull’angolo in alto di Facebook! Dio, quanti erano. Che bella sensazione! Le veniva quasi da piangere all’idea di avere così tanti amici. Amici fissi su Facebook, per lei, amici che aumentavano ad ogni suo film. Amici e amiche!

Tutti lì, tutti i giorni, erano lì. Per la simpatia che provavano per lei, Giada Giadetti, regista, sul suo PROFILO PRIVATO.  Dio, quei numeri.

«Che bella cosa, la modernità. Quanta energia!»

Quei numeri. Indicavano la presenza di altre persone, di là. Persone vive, pulsanti. Persone la cui vita, lei aveva l’obbligo, il dovere, e in qualche modo anche il piacere di istruire, far ridere, controllare, divertire. Doveva tenersi in contatto. Invitarli a cena ogni tanto: non tutti, certo. Solo gli intimi. E non troppo spesso, certo. Ma lo faceva!

Vederli d’estate (anche quello faceva, prima di Ferruccio di più, certo!). Per non perderli. Sempre. Per sempre. Avrebbe fatto un altro film.

Si chinò sul bambino. Ne annusò l’odore. «Dio, quanto ti amo!», gli disse. «Tesoro, adesso arriva Saida e ti prepara la colazione, ok?».

Poi, poiché il bambino sembrava tranquillo tornò in studio. Si sedette. 

Sudore. Sudore fra le tette. Sudore sotto le cosce. Sudore.

«Se non fossi così grassa non suderei…».

Si tolse la stoffa, troppa, del vestito (larghissimo) che indossava in periodi come quello, da sotto le chiappe.

«Dio! Quando ero anoressica non conoscevo il sudore!». 

Lasciò scorrere il pulsante sulla HOME.

«Quanta roba inutile».

Lesse un po’ di nomi.

«Quanta gente, scrive. Ma perché?».

Lasciava che i pezzetti di testo le scorressero sotto gli occhi senza davvero leggere.

«Non c’è ancora nessuno», pensò. 

Era ancora troppo presto. Era mattina. «Solo quelli dei circoletti!», si disse.

Rimise la freccia sul pezzo della Mercanzìa. L’ aveva appoggiato sull’angolo in basso a destra dello schermo. Ci cliccò dentro due volte. Lesse. Di nuovo quelle due dita sugli occhiali.«E’ incredibile. Questa qui, pensa di essere una profonda intellettuale» disse, a voce bassissima. Invece la frase: «Ma non lo è! E in altre epoche…ma zitta, idiota!», invece la espresse chiara chiara. 

Controllò i “mi piace” che la Mercanzìa aveva ottenuto con quella banalata su John Ford. Fra i tanti dementi ce n’erano due che conosceva. Una era Daniela, sua amica. Ne raggiunse la bacheca. Schiacciò il pulsante MESSAGGIO.

«Ma cosa ti salta in mente di piacciare la mentecatta?», scrisse. Inviò. Sicuro dormiva. Ripigiò il quadratino con su scritto MESSAGGIO, e scrisse: «La negra!». Ne avrebbero riso!

«Questa dorme anche da sveglia!», rise ancora, rivolgendo all’amica Daniela questo pensiero tenero.

E poi, Davide Megliori? Stava leggendo bene? C’era il MI PIACE di Davide Megliori sotto il pezzo della Mercanzìa?

«Non ci credo…». L’unico che non le avesse recensito il film. L’unico che non avesse risposto ai suoi messaggi privati. Oddio, non è che fosse proprio l’unico. Ce n’erano altri due o tre. Forse anche tre o quattro. O quattro o cinque anche, che la ignoravano. Ma erano gente inutile, senza importanza!

«Sfigati!», ripeté.

Ricercò in fretta la bacheca di Davide Megliori e su MESSENGER scrisse: «Carissimo, hai ricevuto il mio invito a trascorrere una serata in casa mia, a Salita del Grillo, per vedere il mio ultimo lungometraggio? Se non vieni, capirò. E’ un film noiosissimo. Firmato, Giada Giadetti.»

E no, però doveva metterci anche qualcosa per poter parlare – nell’eventualità – male, malissimo di quella demente della Mercanzìa. La negra che lui aveva piacciato. Doveva dirglielo. Ma come?

«E’ out!», pensò. «E’ completamente out! Pessime energie, correnti di negatività. Una perdente totale!»

Scrisse: «P.S.Volevo anche dirti…». Ma no, non poteva essere esplicita. Toc-toc-toc. Cancellò.

«Ma sì, ignorare…», pensò.

«Mamma!»

«Don’t worry, signora! Ci sono io», gridò Saida dall’altra stanza. Giada non rispose.

«Certo, io non sono John Ford…», scrisse. Avrebbe capito? Doveva arrivarci così.

La malattia. La grassezza. «...sono solo una donna malata…». Doveva fargli sentire quel leggero senso di colpa. Non una cosa violenta. Quanto bastava perché se la ricordasse. Cancellò, riscrisse:

«Sono malata e non sono certo John Ford».

Rilesse, e «Ma mi sto curando. Ho bisogno di amici, non sto bene, venga a cena. Ho una bellissima terrazza, e ci sarà la luna piena…non sia razzista al contrario, la prego..

«Mamma!»

“Questa demente…di Saida!”.

Si alzò.

Che cosa altro doveva scrivere su quel cazzo di MESSENGER? Che cosa, perché Davide Migliori le rispondesse, e si decidesse a recensirla, il bastardo? 

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