I postmoderni e le ragazze del Cavaliere


Ma dipenderà dalla crisi dell’immaginario o no, se l’Olgettina è piena di tante belle ragazze che volevano sistemarsi? O sono invece le ragazze che vogliono stare all’Olgettina con il loro immaginario fra Farah Diba e la Nanà di Zola – con il Berlusca nel ruolo del direttore Bordenave a dire “Il mio bordello”, invece che “Il mio teatro” – a rappresentarla in tutta la sua nudità ‘sta benedetta crisi? Mi spiego. In La signora delle camelie, Margherita Gautier così come Nanà nel libro omonimo, rappresentano un tipo di donna che in quella società è l’eccezione, non la regola. E invece qui da noi, adesso, cosa bisogna fare, se a Piazza San Carlo, a Torino, ai provini per le veline, l’autunno del 2008, lo spiazzo era così pieno di ragazze sculettanti con madri, che non si riusciva ad attraversarla? E come mai solo le ragazze d’Italia fra tutti i paesi capitalistici tendono ad avere un immaginario così barbino, vecchio, antiquato, ridicolo, scrauso, scadente, muffito, logoro, vetusto, angusto? Roba che le donne con il burqu, e addirittura con il chador se le metti in un film finiscono per avere sempre una loro dignità e le nostre niente dignità zero, manco a inzepparcela con il Bostik? Chi glielo insegna a queste ragazze, la stronzata che “senza libri e senza studio, andando al mare sul panfilo la vita si che è bella”, e come mai sono così tante? Chi e che cosa le induce a confondere “una vita all’insegna dell’arte”, o meglio, un mestiere come quello che in Italia è stato di Anna Magnani, Sofia Loren, ma anche Monica Vitti, Ingrid Bergman  con “l’arte di sbarcare il lunario”? Sarà colpa della biografie delle suddette, per cui non c’è grande attrice internazionale in Italia che non sia, o non sia stata almeno per qualche anno moglie , amante, figlia, compagna di un produttore, di un regista? Pare non sia così. Le risposte a un questionario dicono infatti che circa l’ 80% di queste ragazze non sappia chi siano Monica Vitti e Ingrid Bergman. Sarà colpa allora del fatto che in Italia si è passati in pochi anni, dall’epoca del consumo aristocratico a quello un tanto al peso, nel campo della cucina come in quello delle attrici? Mi spiego.



Se, come raccontava Fellini in Amarcord soltanto uno era il pranzo di Natale e su quello si investivano un sacco di soldi, come solo una era l’Anitona che veniva scelta per fare la parte dell’Americana che si butta nella Fontana, oggi che invece i posti da Velina-Letterina-Meteorina sono tanti, proprio come tante sono le pubblicità dei bagnoschiuma, non sarà da stupide non provarci? E come mai, nell’immaginario delle famiglie di provenienza, argomenti e parole come consapevolezza, autocoscienza, senso di responsabilità, impegno, lotta, capitalismo, sfruttamento, sembrano non essere passate mai? Che cosa facevano questi genitori negli anni sessanta, settanta e ottanta? E, sarà vera, la divisione proposta da un istituto di ricerca secondo il quale in Italia il 50 per cento della popolazione è disposto a farsi sedurre da un libro, e a comprarselo almeno un libro al mese, e l’altra metà non ne vuole assolutamente sapere? Saranno di quella parte dell’Italia là i genitori di questi ragazze? E sono loro allora la vera “crisi” dell’Italia? E come metterla allora con le parole di Pasolini secondo cui sarebbe stato meglio che i poveri rimanessero poveri e senza cultura, perché la cultura borghese è qualcosa che violenta gli esseri umani, in specie quelli terra terra? Non sarebbe stato meglio se queste persone invece di passare da un immaginario da poveri anni ’50, direttamente a un ‘immaginario da Bellissima 2010 avessero conosciuto una cultura, quale che essa fosse stata? E sarà, però davvero tutta colpa delle madri, e dei padri se, a quanto si apprende dalle intercettazioni, il tentativo quasi di tutte le ragazze è di arraffare il più possibile? Dalle macchine ai soldi, dai gioielli alle case. Per farne cosa, dopo? Queste madri e questi padri pensano davvero pche le proprie figlie possano continuare a vivere araffando per altri sessant’anni, e senza imparare un mestiere che sia uno, visto che nella maggior parte dei casi si tratta di ragazze tra i venti e i venticinque anni? Che faranno nel mezzo secolo che hanno davanti? Quale è l’immaginario in cui sono immerse queste ragazze, e ancora più interessante, quale è l’immaginario in cui sono immerse le madri di queste ragazze? C’è un vecchio detto, una scritta sotto l’elefantino dietro Piazza del Pantheon, a Roma, che dice, “Ci vuole una robusta intelligenza per sostenere una vasta sapienza”, che vuol dire: è inutile che una o uno continui a inzepparsi di dati e date, se non è in grado di avere un punto di vista, se non è capace di dare un ordine alle sue idee, se non è capace di avere una Weltanschauung. Ma allora vale anche la cosa contraria, e cioè: “Una intelligenza sveglia ti fa fare guai, e basta, se non c’è un minimo di sapienza a sostenerla”? E anzi, sta a vedere che forse non si chiama neanche più intelligenza, ma si chiama furbizia quella cosa lì, e cioè il modo che ti permette di sopravvivere, vivacchiare, stare al mondo, esserci, girare, fare delle cose, senza mai leggere uno straccio di libro? E ancora, senza avere una tradizione culturale, delle madri seppure putative e istruite ad indicarti uno straccio di passato che vita di merda si fara mai? Che vita sarà quella in cui non si apre mai un libro, non si guarda mai un film, non si ascolta mai della musica che non sia la sigla del programma con Rita Dalla Chiesa? Non sarà alla fine un immaginario, quello sì, da sfigati e sfigate? E sempre a proposito di crisi, sarà un segnale il fatto che se ti fai un viaggio in treno Bari- Roma, sono più i lavoratori, ma soprattutto le lavoratrici del general intellect, genericamente inteso, (ricercatrici, professori, assistenti universitarie, assistenti alla regia, lavoratori dello spettacolo) che quelli con un lavoro tradizionale ? Ma allora la vera crisi starà nel fatto che giustamente tutte e tutti pensino di aver diritto a fare il lavoro che desiderano, e non ce la fanno a realizzare i loro sogni?




O sta lì sì la crisi, ma anche nell’impossibilità per migliaia e migliaia di ragazze e ragazzi di avere accesso a un qualsiasi reddito senza avere precisi desideri? Mi spiego. Nel primo caso le persone che pensano di aver diritto a un lavoro sono disposte a farsi sfruttare in cambio di un’ identità che le metta a loro agio. Ci sono molte attrici, assistenti alla regia, scrittori, giornalisti, disposti a farsi sfruttare pur di fare il lavoro che loro piace. Nel secondo caso invece quello che si chiede alla società è la possibilità di sopravvivere. Di questo conflitto, di questi conflitti, si approfitta il capitale. E allora, non spetterebbe a noi, donne e uomini di sinistra chiedere che immediatamente venga istitutito un reddito garantito in modo da rassicurare chi vuol fare un lavoro che corrisponda ai suoi desideri? Non sarebbe compito nostro fare una lotta per assicurare, a chi non ha ancora le idee chiare, qualche mese o qualche anno di studio, o di attività non retribuite, o meglio il tutto retribuito attraverso la garanzia di un reddito? Dice, “Ma da dove si prendono i soldi?”. E non si potrebbero per esempio prendere da tassazioni una tantum da grandi patrimoni, visto che abbiamo in Italia almeno tre miliardari di quelli che stanno nella lista dei prima trenta al mondo? E non si potrebbero prendere tagliando dagli sprechi? Sarebbe compito nostro o no, fare una lotta serrata per il reddito garantito, onde evitare che tante e tanti finiscano per perdersi e sognare l’Olgettina di turno come bene supremo e prima ancora di sapere cosa davvero desiderano? Su una cosa chi scrive sente di poter difendere le ragazze dell’Olgettina e di poter dichiarare che la crisi dell’immaginario in Italia fosse precedente a loro. In Italia esiste un tipo di intellettuale che si definisce post, (dalla parola postmoderno) il cui livello di insipienza è pari soltanto alla sua capacità di combinare danni. Secondo questa corrente culturale, costituita da uomini che prendono soldi da Berlusconi, e però dicono di non essere di destra, o da donne che si autodefiniscono femministe e contemporaneamente pensano che un fenomeno come quello del patriarcato sia definitivamente tramontato, il pensiero postomderno è l’unico in grado di tenere testa al capitale. Ora, un chiarimento. Col termine postmoderno, si intendono tante cose. Per non fare confusione facciamo riferimento al libro di Lyotard uscito in Italia nel 1981. Pubblicato da Feltrinelli e tradotto da Carlo Formenti, si intitola La condizione postmoderna. L’autore descrive in esso un tipo di società caratterizzata dalla scomparsa delle grande narrazioni metafisiche, fra cui anche il marxismo. La società postmoderna è quella in cui non esiste più ”orizzonte culturale comune” a un gruppo sociale, e in cui smettono quindi di esistere anche le utopie rivoluzionarie. Detto in modo banale, tocca accettare l’esistente così come ci viene dato. Mentre mi scuso della ipersemplificazione, e rimando ad altro luogo un’analisi seria del postmoderno in letteratura, mi limito a dire che il problema dei post nostrani è che confondono la libertà del soggetto con la mancanza della possibilità di scegliere e che ignorano qualsiasi etica, salvo quella che contribuisca a dare a loro un minimo di visibilità o sostegno economico. Etica che a volte i post stessi, definiscono “del fare”. Ora. Se indicazioni come quelle contenute nel libro di Lyotard le fai circolare per trent’anni in un paese come la Francia, dove più o meno il reddito garantito esiste e il diritto all’alloggio è moneta corrente, gli intellettuali che proclamano questo si accontenteranno oggi come ieri, di un po’ di passaggi televisivi. Da noi, in cui il welfare che funzioni è un sogno, la chiesa cattolica un incubo onnipresente e il diritto all’alloggio una chimera, le preposizioni postmoderniste degli intellettuali fanno diventare il diritto della sedicenne di aspirare all’Olgettina, identico, uguale, preciso, al desiderio di un’altra sedicenne di diventare una studiosa. Essendo dal punto di vista metanarrativo, i due desideri, identici. Ma non bisogna essere dei geni per capire che non è così.

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Un pensiero su “I postmoderni e le ragazze del Cavaliere

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