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I miserabili, Alberto Sordi e gli isolati del Colosseo


Da quando, per volare a Parigi, sono sufficienti 40 euro, sempre più gente ci va
. Che sia per un fine settimana, o per quindici giorni, obiettivo obbligato sono i bellissimi musei o gli straordinari monumenti. Molte volte capita addirittura di partire avendoli come meta, solo che e non è infrequente il trovarli chiusi per gréve (sciopero, in francese). E però, tu provaci, a dire a uno dei custodi, “Sono venuta apposta”, e vedi dove ti manda. Prova, a fare la faccia schifata per lo sciopero o l’assemblea in corso. Difficile trovare qualche parigino o parigina che solidarizzi con te. Non c’è presidente del consiglio di destra, né di sinistra, non c’è Hollande né Sarkozy che si intrometta. Ci sono diritti acquisiti in Francia, su cui nessuna “guerra di classe dall’alto contro il basso” (guerra forte, da loro come da noi) può fare molto. 
Nel senso comune dei francesi, tornare indietro sui diritti dei lavoratori di riunirsi in assemblea o di scioperare, vuol dire far fare passi indietro a tutta la Francia: “la Francia, grande paese”, come la intende buona parte di loro, dico. 
La Francia così come la intende sia il padronato che parte della classe lavoratrice. E che la Francia sia davvero così grande, non ha neanche poi tanta importanza. Resta un fatto: la richiesta dei diritti, così come l’affermazione di essi,  non hanno bisogno dell’intercessione continua di altre formazioni politiche, giuridiche, come è in Italia (una volta interviene il Papa, un’altra volta l’Unione europea, la terza un altro Stato, la quarta la Magistratura). Quei diritti sono stati sanciti dalla Rivoluzione Francese e tenuti in vita (certo, con molte limitazioni), anche dallo Stato, e la ” guerra di classe” che pure è forte e pure si combatte, non passa per il divieto del diritto di sciopero o di riunirsi in assemblea. Sceglie altre vie, altri canali, più sottili, più efficaci forse, ma non questi.
Qualcuno dice “stiamo messi meglio noi, perché così il capitale mostra tutta la sua reale violenza”, qui da noi. Io non lo penso.
Il potere illimitato di cui si impossessa, da noi, ogni presidente del consiglio, la messa in discussione dei diritti individuali, anche di quelli dati per scontati, lo svuotamento di autorità contrattuale che colpisce i corpi intermedi (come il sindacato, e non sto qui a discutere sulla altre cause che, negli anni, hanno portato alla sua attuale mancanza di autorevolezza), porta, nel nostro paese a una sorta di continua sfiducia, di stanchezza generalizzata, a una continua forma di isolamento, a una guerra di tutti contro tutti, a una sorta di guerra per bande infinita. 
I lavoratori chiusi (ieri) in assemblea nel Colosseo, (un simbolo non solo di Roma, dentro e fuori il nostro paese), rappresentano bene l’Italia di oggi. Come dimenticarsi di Alberto Sordi che in Un americano a Roma, in un gesto estremo di protesta ci si arrampica?
Chiusi, isolati, sta(van)no. Fuori i turisti. 
L’isolamento di chi stava dentro il Colosseo somigliava a quello dell’Albertone nazionale? Un po’. Lì era un pubblico improvvisato sotto  il monumentoo, a solidalizzare, a tifare. Qui: forze politiche, singoli, donne, uomini, forze sociali. In molti si sono mobilitati sul web, sui social, per difenderli, pronti a scendere in piazza per affermare i loro diritti.
Da cosa dipende il loro isolamento? Hai voglia a parlare di moltitudine, se la moltitudine si limita a dividersi, ad isolarsi, se la moltitudine è confusa, impaurita.
Una buona occasione, questa del Colosseo per chiedersi come mai, certe categorie e certi modi di sentire, gli stessi che andavano per la maggiore negli anni settanta, siano stati spazzati via. Dagli anni ’15, pluf: dritti ai ’50.
Chi sta fuori dal Colosseo, chi non fa parte dei sindacati di categoria, dei corpi intermedi, dei partiti, scopre la loro esistenza dai Telegiornali, dal web. Come nei cinquanta era la gente che urlava a farne avvicinare altra.
Chi sta fuori, arriva a conoscerli, solo quando Renzi e il suo scopino Franceschini hanno già (almeno in parte, e a modo loro) chiuso la vicenda. Se cerchiamo qualche precedente a Renzi, è alla figura del Podestà che dobbiamo pensare. Forse un Podestà da commedia, ma tant’è. Sto parlando della doppia morale. Si è scordato Renzi, di quando, nel 2013, chiuse ai turisti Ponte Vecchio, a Firenze, per darlo in affitto a privati? Non sto qui a discutere del buono o cattivo gusto di quei privati.
Constato invece che i musei, per decreto, sono stati dichiarati beni essenziali da questo Governo. Beni su cui vige cioè una sospensione dei diritti che riguardano il lavoro. Dovremmo essere contenti?
Ci sono musei che muoiono, o di cui si curano solo gruppi di volontari e a spese proprie. È cosa nota che svolgano lavoro gratuito squadre di volontari, a Napoli come vicino Roma (parlo di quelli che conosco personalmente).  Ci sono siti archeologici che chiudono per mancanza di manutenzione. Perché la presidenza del consiglio non ne parla? Non solo. Ma, se i musei sono servizi essenziali, non sono essenziali anche il diritto alla casa, alla sussistenza? 
La cosa meglio riuscita al Governo Renzi (ma anche Monti e Berlusconi non sono stati meno bravi), è l’instillazione della sfiducia nel corpo sociale che governa. 
Non c’è bisogno di tagliare sussidi ai disabili, o togliere soldi ai consultori per togliere energia a un paese: è sufficiente dividere il corpo sociale, i corpi sociali. Mettere uno contro l’altro. Poveri turisti, contro custodi cattivi. Salvo il fatto di dare Ponte Vecchio al riccone di turno. Cose già viste, diremo. Se non fosse una tragedia sarebbe una commedia. 
Questi lavoratori chiusi dentro il monumento più famoso d’Italia, hanno dimostrato una cosa:  se qualcosa vogliamo (possiamo, dobbiamo) fare, dobbiamo creare legami. Dobbiamo stabilire relazioni: fra chi sta dentro, e chi sta fuori le istituzioni; fra chi è precaria e chi non lo è. Così come, da ieri, gli stessi lavoratori, dovrebbero essere l’emblema, il simbolo, di un governo reazionario quale neanche quello di Berlusconi era riuscito a diventare. Se non altro perché, (come uomo dell’altro secolo?) Berlusconi ha sempre amato circondarsi di gente, cene e cose “eleganti”.
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