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(Cambiamenti nella lista dei) I miei altri (50) titoli estivi

1. Italo Svevo – La coscienza di Zeno
2. Alberto Moravia – Gli Indifferenti
3. Fausta Cialente – Natalia
4. Mario Soldati – Le lettere da Capri
5. Roberto Longhi – Officine ferraresi
6. Giovanni Testori – Il fabbricone
7. Anna Banti – Artemisia
8. Alba de Cespedes – Quaderno proibito
9. Elsa Morante – L’isola di Arturo
10. Livia de Stefani – La vigna delle uve nere
11. Guido Piovene – Lettere di una novizia
12. Massimo Bontempelli – Vita e morte di Adria e dei suoi figli
13. Aldo Palazzeschi – Sorelle Materassi
14. Giorgio Bassani – Il giardino dei Finzi Contini
15. Carlo Cassola – Monte Mario
16. Alberto Arbasino – Le piccole vacanze
17. Renzo Rosso – La dura spina
18. Raffaele La Capria – Ferito a morte
19. Ennio Flaiano – Tempo di uccidere
20. Natalia Ginzburg – Caro Michele
21. Luciano Bianciardi – La vita agra
22. Ottiero Ottieri – Donnarumma all’assalto
23. C. E. Gadda – Quer pasticciaccio brutto de via Merulana
24. Flora Volpini – La fiorentina
25. Elio Vittorini – Conversazione in Sicilia
26. Trilussa (C.A. Salustri) – Poesie scelte
27. Sibilla Aleramo – Una donna
28. Tommaso Landolfi – La biere du pecheur
29. Giuliana Ferri – Una donna spezzata
30. G. A. Borgese – Rubè
31. Ercole Patti – Un amore a Roma
32. Gabriele D’Annunzio – Notturni
33. Eduardo de Filippo – Sik-sik
34. Carlo Levi – L’orologio
35. Guido Morselli – Dissipatio H.G.
36. A. Maria Ortese – L’infanta sepolta
37. Goffredo Parise – Il prete bello
38. Cesare Pavese – La casa in collina
39. Luigi Pirandello – L’esclusa
40. Alberto Savinio – Tragedia dell’infanzia
41. Giuseppe T. di Lampedusa – Il Gattopardo
42. Umberto Saba – Il Canzoniere (1900-1954)
43. Camillo Sbarbaro – Poesie
44. Milena Milani – La ragazza di nome Giulio
45. Sandro de Feo – Gli inganni
46. Maria Teresa Nessi – Sabato Sera
47. Giuliana Morandini – Caffè Specchi
48. Franco Fortini – Dieci inverni
49. Vasco Pratolini – Cronaca familiare
50. Enrico Emanuelli – Settimana nera

Questa lista è del 2014.

Due, i cambiamenti effettuati, oggi, a distanza di tre anni.

Il primo. Al numero 29. ho messo Un quarto donna , di Giuliana Ferri, al posto di Esterina, di Libero Bigiaretti. Questo perché le riflessioni che Ferri fa, nel suo romanzo, sulla resistenza come fenomeno politico – o meglio sul suo fallimento – agli inizi degli anni ’70 sono, oggi, imprescindibili da qualsiasi seria ipotesi di lavoro.

Il secondo. Al numero 31. ho messo Un amore a Roma di Ercole Patti, al posto di Il bell’Antonio di Brancati. L’ho fatto perché la lingua di Patti è, secondo me, più distesa, meno preoccupata della complicità del lettore (che si suppone maschio).

Io credo che un buon romanzo sia tale a partire dalla voce che ha e che riesce a conservare negli anni. Avevo un amico, tempo fa (nel 2014 ce l’avevo ancora) che mi rimproverava di premiare – quelle che chiamava – le vocine. E con questo termine si riferiva – spesso, quasi sempre anzi – a romanzi scritti da donne.  Era e resta vero. Se devo scegliere fra il romanzo, scritto da una donna, che contenga anche solo una (per me) verità, e che nessuno abbia consacrato, e il testo, consacrato, di un uomo  (e che per me sia sopravvalutato), scelgo il primo.
Su questa cosa ci aveva preso. Assolutamente. Non sto a dire perché. E anzi, ancora oggi continuo a ripetere quello che lui chiamava un (mio) errore.

Ciò che, più di tutto, mi rimproverava di questa lista, era l’assenza di Paolo Volponi. O, peggio, la sua sostituzione con Maria Teresa Nessi*.

Non ho mai pensato che il nome di Volponi non andasse inserito in una lista dei migliori autori italiani del novecento. Pensavo, però, ci fosse Ottieri a parlare, in rappresentanza di quella che è stata chiamata – anche qui, secondo me a sproposito, perché l’unico elemento di valutazione di un testo è il testo stesso, non il suo tema – letteratura industriale.  Fuori da quel tipo di catalogazione temo – penso, ma può essere che sbagli – che Volponi vada piuttosto ridimensionato.
D’altronde, ripeto, può anche essere che io sbagli. Perché questo elenco, come il resto delle mie geografie, l’ho elaborato dai romanzi che leggo, dagli studi e dalle ricerche che cerco di portare avanti, e non dagli indici delle antologie, o delle storie letterarie. O, comunque, non solo da quelli.

A partire da questa indicazione di lavoro, di cui spesso ho parlato anche a voce, ritengo che l’unica cosa veramente inutile, in letteratura come fuori, sia alzarla, la voce.  Cosa che molti, in modo assolutamente esagerato e inopportuno, spesso fanno. E non solo a proposito di letteratura.

Sul gioco del chi è rimasto e chi no: io credo che in letteratura (così come dovrebbe essere nel giudicare gli esseri umani) molti siano i criteri validi. Uno soltanto ritengo sia inefficace (non dico sbagliato, dico inefficace): quello del vincere (o del perdere); dell’esserci o del fallire. Uno(a) scrittore(ice) (o un critico(a), perché il lavoro della letteratura – anche se può sembrare banale ribadirlo – prevede entrambi, e a volte nella stessa persona, ma va!) che si ponga come obiettivo il fatto di vincere, arrivare, esserci, comparire (escludendo quindi ricerca, che prevede tempo, riflessione, che prevede solitudine, studio, che prevede entrambi), secondo me fa, spesso, un’altra cosa. Cosa, non sta a  me dirlo. Dal punto di vista della letteratura, dico (spesso, non sempre) fa altro. Ma, anche questo, è un mio parere personale e non pretende di avere validità ed efficacia assolute.

*di Maria Teresa Nessi (che fu pubblicata da Garzanti) parla bene Giorgio Bassani, per esempio,
qui

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