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Grandezza e limiti (pochi) di Susan Sontag

«… viola tutte le norme della decenza stabilite per i critici; la sua è critica per immersione senza linee di guida», dice Susan Sontag rivolta a J.P Sartre nel suo saggio  “Genet di Sartre”, uno dei pezzi appartenenti alla raccolta, “Contro l’interpretazione”. 
Pubblicato in Italia la prima volta nel 1967 (e ristampato nel 1998 con la traduzione di Ettore Capriolo) questo bel libro è esaurito sul mercato italiano, ed è un peccato. Peccato perché l’autrice prende di petto una della questioni che più sembrano attraversare la nostra epoca, e cioè quella della validità del giudizio estetico. Esiste o no una verità, quando si parla di un’opera d’arte? E se sì, chi la stabilisce? Quale è il compito della critica? 
Il libro è composto di 25 articoli, divisi in sezioni e di un’introduzione, scritta dall’autrice stessa, in occasione dell’ultima ristampa, a distanza cioè di trenta anni. 
Se nei primi due pezzi (“Contro l’interpretazione” e “Sullo stile”), scopo di Sontag è dimostrare l’arroganza di certe posizioni estetiche, oltre che la loro superfluità, (quella di Sartre, per esempio) negli altri sembra invece esercitare il proprio sapere allo scopo di esemplificare, puntellare, la validità del proprio impianto teorico. 
Nascono così recensioni (“L’age d’homme di Michel Leiris”), brevi saggi (“La critica letteraria di Gyorgy Lucaks”),  ritratti (“Ionesco”), esercizi critici in cui finalità ultima, ci dice l’autrice, è la “trasparenza” (transparency), intesa come « capacità di vedere le cose per quello che sono». 


Forse il saggio più adatto a esprimere le istanze teoriche di questa grande saggista e cosa intenda per “trasparenza”, è quello su  Bresson. Considerato più grande anche di Bunuel, l’autore di “Pickpocket” e di altri film straordinari, è apprezzato  per  il suo «stile spirituale», capace di «disciplinare le emozioni nel momento stesso in cui le suscita».  Accentuazione della parola rispetto all’immagine, scena punteggiata di intervalli, quasi totale assenza di suspence, recitazione degli attori fredda, gli elementi che caratterizzano il suo stile. Una sorta di minimalismo espositivo, di poverismo della narrazione è ciò che lega, in questo caso, il critico all’artista.  
Torniamo adesso a Sartre. Come mai così tanta antipatia, così tanto astio da parte dell’autrice?
Chi, come ha fatto Sartre, scrive cinquecentosettantré pagine di chiosa alla vita e al prodotto di Genet, secondo Sontag maschera in realtà altre problematiche, che vanno oltre l’estetica.
Nel caso specifico, «La lunghezza e il tono inesorabile di Saint Genet sono il realtà il prodotto di un’angoscia intellettuale», insiste.  L’opera d’arte è intraducibile, ci suggerisce, poiché l’esperienza artistica è unica. 
E’ Sartre, dice la filosofa statunitense, che «non riesce a lasciare in pace il mondo», e deve a tutti i costi riempirlo di significati, «moraleggiare». Non che l’autrice non riconosca al filosofo esistenzialista di essere «uno psicologo di prim’ordine, meritevole di essere posto accanto a Dostoevskj, Nietzsche, e Freud». Ciò che gli contesta è l’esercizio di «un piacere intenso, e non molto socievole, che deve essere ripetuto in continuazione». L’esercizio ermeneutico in Sartre, si riduce secondo Sontag a una forma di piacere solipstico: «Masturbare l’universo è forse il tema di tutta la filosofia, di tutto il pensiero astratto», dice.  



Quale è quindi il compito della critica? 
«Di esaminare la funzione formale dell’argomento», cioè lo stile di un’opera, spiega.
Non a caso un intero, breve saggio, (“Sullo stile”) è dedicato a questo tema. L’artista è, riprendendo Nietzsche, non colui che imita la natura, ma colui che attraverso un atto di volontà, la ricrea. Lo stile è il modo attraverso cui un(a) artista lascia memoria di sé, del suo passaggio sulla terra: sono i segni,  i tempi, i luoghi, le modalità con cui costruisce la sua opera a dover interessare il critico, non altro. Critico è colui che studia le opere degli artisti, le modalità con cui essi lasciano tracce di sé, nel mondo. 
Il presupposto da cui parte Sontag è che in un’opera d’arte, fra stile e contenuto non vi sia antitesi, né gerarchia.  Non serve, dice, l’indagine psicologica, né quella marxista, non servono l’analisi psicanalitica, né quella strutturalista. Da qui, l’attacco a Sartre.  
Veniamo adesso al «compito morale», un’altra delle istanze teoriche della filosofa statunitense. E’ possibile parlare di bene e male, di giusto e sbagliato quando si analizza un’opera d’arte?  
Le qualità proprie all’esperienza estetica  sono le stesse di una «reazione morale» alla vita, suggerisce lei. Sono l’intelligenza, la sensualità, l’attenzione, la generosità, la partecipazione intellettuale (fra le altre) a fare di una vita, una vita buona. 
Proprio come per un’opera riuscita.
Quanto tutto ciò, è valido ancora oggi, ci chiediamo noi?  
Se temi e modalità utilizzati in questi saggi possono sembrare superati o opinabili, resta in essi una capacità di analisi e di ironia, che non passa di moda. Resta l’invito, che l’autrice ribadisce nell’introduzione al libro, a non scambiare «l’elogio della cultura popolare», (quella che lei faceva trent’anni prima), con una forma di «ripudio della cultura alta e del suo bagaglio di serietà, profondità». Così come, suggerisce «la denuncia di certi tipi di facile moralismo» che faceva allora, era «in nome di una serietà più vigile, meno compiacente», e non un invito al disimpegno. 
Non avrebbe immaginato quasi mezzo secolo prima, ci racconta nella bella introduzione che «l’idea di serio (e di onesto) sembra obsoleta, ‘irrealistica’ alla maggior parte della gente; e probabilmente anche malsana, qualora la si accetti come arbitraria decisione caratteriale». 
Se ricordiamo oggi, adesso, questo libro esaurito e introvabile, è  per stare dietro a una delle speranze dell’autrice: «…che una nuova generazione di lettori possa contribuire al compito pressoché disperato di puntellare i valori su cui si fondavano quei saggi e quelle recensioni».

uscito su http://www.succedeoggi.it

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