Gli amici e le amiche su Volevamo essere giganti







Filippo La Porta – Finora nessuno aveva raccontato il ‘68 dal basso, e cioè dal livello di una bambina di 9 anni come è Lucy, la protagonista diVolevamo essere giganti diAngela Scarparo (Gaffi), che esordì nel 1992 con Shining Valentina. Il primo incontro della bambina con i “manifestanti”, lei che era venuta a Roma dal Sud con mamma e zia (il padre era scappato) che gestiscono un bar in un circolo di tennis, è emozionante: «erano tutti vicini, ingolfati, spettinati…». Questa emozione si ripeterà nel corso degli anni. Ad esempio davanti a un corteo sul Lungotevere, in cui ritrova l’amica con il padre che ha al collo un fazzoletto rosso: «così ho visto solo qualche contadino, dei pescatori e una prostituta…». Sembra che Angela Scarparo abbia scritto l’intero romanzo per poter dire tale esperienza vertiginosa, la sensazione fisica di benessere che ha quando cammina di fianco a un corteo: «Quella impressione di stare assieme a qualcuno che non conosci di persona e che però senti che è un pò come te» (che poi mi sembra una ottima risposta a chi chiede cosa significhi essere di sinistra). Lucy da grande diventa la professoressa Lucia Testa, libertaria, anticonformista, schierata dalla parte degli studenti svogliati e asini, e perciò in conflitto con la scuola e con i genitori.
Il libro è il resoconto meticoloso della sua formazione sentimentale, tra Bitano, Puglia (dove c’è santa Ovona, una donna esoterica che faceva le uova per le famiglie indigenti), e la capitale (dove precipitiamo negli anni di piombo), fatto alla psicologa Emiliano (un po’ scettica). La lingua è semplice, dimessa, vicina al parlato, mai in primo piano. La Scarparo aveva una storia “forte” da raccontare, animata da una urgenza morale e da una passione politica (il corteo come promessa di felicitàpubblica), scandita da personaggi molto coloriti e al limite della macchietta, ma tutti incisi con sapienza drammaturgica. Però si ferma a un certo punto e rinuncia a una radicalità di sguardo cui pure accenna. La personalità ribelle di Lucy nasconde infatti una nevrosi, una oscura coazione. La psicologa le dice che questa sua ansia di conflitto è «la molla per ritirarsi, per non fare nulla per gli altri». Quasi un ribaltamento: la smania di aiutare il prossimo, di difendere le vittime è solo una diversione, un modo per mettersi tra parentesi, per non affrontare i propri problemi. Eppure l’autrice non approfondisce questo spunto straordinario, che avrebbe messo in gioco l’autorappresentazione troppo edificante della protagonista e che avrebbe illuminato in lei la relazione tra destino e carattere (come è della vocazione stessa del genere romanzesco). Forse si affeziona troppo a Lucy, alla sua pedagogia antiautoritaria, alla sua protesta conto gli adulti che dicono qualsiasi cosa di fronte ai bambini senza curarsi degli effetti: ci dice tutto sul conflitto con la società, indulgendo a una contrapposizione manichea tra lei e la madre piccolo-borghese, “fredda” e fascistoide, ma pochissimo sul conflitto con se stessa. E La pagina più bella è però quella in cui la bambina rivela il suo desiderio di essere un cow-boy: per il modo di camminare che denota sicurezza, accordo con altri e dunque- anche qui – un legame comunitario. (Left, 19 gennaio, 2013)

Pasquale Voza
 – In una lettera del 1843, indirizzata a Ruge, Marx scriveva: «Si mostrerà che il mondo da tempo possiede il sogno di una cosa della quale deve solo possedere coscienza per poi possederla realmente». Ebbene, nel suo ultimo romanzo (Volevamo essere giganti, Gaffi, Roma 2012), Angela Scarparo, con una sapiente strutturazione narrativa, mette in scena il processo di formazione del suo sogno di una cosa (una sorta di «comunismo» esistenziale e libertario): lo fa a partire da come tale sogno indistinto comincia a germinare e ad abitare nel cuore e nella mente di una bambina di sette anni, trasferitasi da Bitrano (in Puglia), con madre e zia (il padre aveva lasciato la famiglia), a Roma, dove gestiscono un bar in un elegante, «borghese» circolo di tennis. La piccola Lucy vivrà come in una zona di frontiera tra l’universo piccolo-borghese della provincia meridionale e l’ambiente benestante e levigato del circolo, e in tale carcere-osservatorio andrà sempre più accumulando un furore psico-fisico, rivoltoso e disobbediente, memore in certa misura del protagonista adolescente del romanzo moraviano La disobbedienza(«Altre volte, se ero nervosa, o mi veniva da vomitare, con le mani a coppa di fianco alla bocca, facevo rivolta alla strada: “Ohi! Morti!”. Evidentemente mi sfogavo. “Deficienti! Stronzi! Morti!”, urlavo»).
Ma non si tratta della riproposizione «ritardataria» di un romanzo di formazione, si tratta invece di un «ambiguo» romanzo sul presente: dal momento che la scrittura narrativa si finge, si pone come il resoconto accurato richiesto dalla psicologa alla Lucy divenuta adulta, divenuta la professoressa Lucia Testa, che, su sollecitazione della presidenza della sua scuola, si accinge, sia pure con malcelato scetticismo, a interrogare la natura e le ragioni del suo attuale furore anti-conformista, che la spinge continuamente a schierarsi dalla parte dei suoi studenti, e ferocemente contro i loro genitori.
Il resoconto si nutre continuamente di una mistione di passato e di presente e si vale di un’abile, tenace, talvolta persino compiaciuta, tessitura dialogica, di un parlato fittissimo e sapido, a cui fa da contrappunto qualche momento di sintesi e di consapevolezza del presente, espresso con dolente levità («Andammo avanti ancora per un pò. La mamma con calma allungava lo straccio umido sui neon, poi lo dava a me. Io lo passavo a Iris che lo immergeva nell’èacqua, lo strizzava, e me lo restituiva. Poi da me tornava alla mamma. Proprio una bella catena di donne»).
Cruciale, senza dubbio, è lo «scontro» tra la protagonista e la dottoressa Emiliano, là dove quest’ultima diagnostica che la sua paziente tende a sostituire le richieste ribelli di quando era bambina con la capacità che ella oggi attribuisce «al socialismo di modificare le cose fra gli esseri umani», e là dove la protagonista rivendica il valore e la necessità funzionale di tale «malattia», di tale «morbillone dell’anima». In connessione con ciò, si comprende lo stupore avido della piccola Lucy davanti a cortei e manifestazioni della Roma anni ‘7o, e anche l`attrazione oscura, emotiva, nei confronti di una bambina, figlia di una terrorista. E si comprende anche la «sensazione di felicità» provata talvolta allora e tuttora persistente, che – come afferma l’autrice – «ancora mi piglia quando cammino di fianco a un corteo».
Viene in mente, per contrasto, un’altra figura femminile, Elisa Dentera, protagonista del romanzo precedente (L`arte di comandare gli uomini), inetta e intellettuale («inettuale» diceva l’autrice), affetta da un’altra malattia, non quella della lotta e del volo (come Lucy-Lucia Tempesta), ma da una sorta dicupio dissolvi che tendeva a farsi opportunismo e cinismo nel tempo della frammentazione e disgregazione corporativa e atomistica della società. Si tratta, forse, di due facce della stessa figura femminile, una e bina. Intanto speriamo con lei di non doverci ridurre un giorno a sospirare che non ci sono più i cortei di una volta. (Corriere del Mezzogiorno, 17 maggio 2013)


Maria R. Calderoni – Un famoso film di Vittorio De Sica si intitolava “I bambini ci guardano”. Anche la bambina Lucy ci guarda. Occhi grandi che vedono bene, notano, giudicano, fissano. Innocenti e impietosi, gli occhi dei bambini non sanno mentire. E Lucy non è Alice nel Paese delle Meraviglie. Lucy è una Bambina Cattiva che vede e sente e racconta tutto quello che vede e sente così com’è, senza togliere e aggiungere niente. Così com’è, un piccolo mondo di piccoli piccolo-borghesi. Che Lucy guarda. Coi suoi occhi di bambina, occhi che non perdonano.
Si intitola “Volevamo essere giganti” (Gaffi editore, pag. 316, euro 18) il nuovo romanzo di Angela Scarparo (dopo ” shining Valentina”, “Disturbando famiglie felici”, “L’arte di comandare gli uomini”), il romanzo della Cattiva Bambina Lucy. Una bambina “di giù” – un paesino pugliese, Bitrano – che va “su”, a Roma, addirittura nella metropoli, al seguito della famiglia che qui ha trovato il lavoro. La famiglia, cioè la mamma, lei e la zia Iris, location il Bar del Circolo del Tennis sul Lungotevere, che mamma e zia gestiscono da brave donne di fatica. Il lussuoso Circolo del Tennis, dove – così vede lei coi suoi occhi di bambina – «gli uomini e le donne ci entravano vestiti da tennis…ed erano così eleganti, erano così bianche le loro divise da sembrare azzurre».
La sua famiglia è tutto il mondo di Lucy. Il suo microcosmo, che è piccolo ma anche micragnoso, lei ha appena sei anni ma se ne accorge con la prodigiosa capacità di osservazione dei bambini; non le piace, quel suo piccolo mondo e, da quella Bambina Cattiva che è, gli fa le boccacce. Peggio, lo descrive – lo “rivela” – così com’è. Il mondo piccolo-borghese è nudo.
Un racconto, il suo, appassionato e sentimentale, denso di risentita angoscia. «Cara piccola borghesia, vecchia aria di casa mia, non so se fai più pena, schifo, rabbia o malinconia», è una bella canzone di Claudio Lolli, molto nota negli anni Settanta. Piccola borghesia, quella appunto di cui narra Angela Scarparo, la piccola piccola-borghesia protagonista del suo romanzo.
Non è certo “La saga dei Buddenbrook”; la vita familiare – e sociale – che lei racconta è insieme povera e limitata, anche un po’ gretta, anonima, quasi senza storia. Eppure trecento e rotte pagine non sembrano troppe per raccontare la vita ristretta di un mondo ristretto, popolato di persone vere, in carne ed ossa. Qui fatte rivivere – ed è questo il fascino del libro – nella loro dimessa realtà. Dentro la loro quotidianità faticata e opaca, senza slanci né illusioni né ideali, dal lessico familiare ai minimi termini e – rincara la Bambina Cattiva – a diffusa tendenza fascistoide.
La tua Cattiva Bambina ti guarda, mamma. «Come in un sogno deve aver visto il mio unghia-smangiucchiato dito indice puntato contro di lei, vittima, anche io, a mia volta, di uomini-che-mettono-incinte-le-donne-e-poi-se-ne-vanno». Già, quando si è sposata, «era incinta di me, mia madre. Però se glielo dico, mia mamma ancora adesso lo nega». Quella gran brava e onesta donna di sua madre. Alla quale però lei non perdona di chiamare «negro» il facchino di colore; definire «mangiapane a uffa»  quelli che emigrano per andare a lavorare; di essersi sposata solo «perché lo facevano tutte»I suoi occhi scavano le sofferenze, l’infelicità, le paure di chi la circonda, ma anche le pochezze e le ipocrisie, senza indulgenza. Né dal suo infantile e terribile “specchio della verità” si salva certo lo zio Gianni, l’ex marito della zia Iris che a un certo punto va a vivere con loro. Uno – rivela la verace Bambina Cattiva – che quando «vedevamo un film sugli indiani, diceva “guarda gli indiani con quelle penne, Lucy, guarda che schifo. Fateli fuori tutti!”». Uno «che il peggio lo raggiungeva nei telegiornali. “Politica? Quale politica? Quella dei magna magna!”, diceva». E sta alla larga, Lucy, da certa gentaglia, diceva, specialmente «russi, cinesi, comunisti»ì, Lucy riuscirà ad essere «diversa» , lascerà la madre che è tornata in Puglia; andrà a Roma a vivere e lavorare da sola, portandosi dietro tutta la sua ribellione irriducibile, e però intrisa di dolore e affetto. «Povera Iris voglio raccontare la sua morte. Perchè ci sono vite in cui la fatica che si fa, invece di tornare indietro come ricompensa, simile a una porta che ci torni in faccia, ci fa stramazzare per terra e basta, mia cara dottoressa».
Già, tutto il libro non è che la storia della sua infanzia raccontata da Lucy alla «dottoressa Emiliano», la psicologa presso la quale adesso, che di anni ne ha più di venticinque, segue una terapia. Dice la dottoressa che lei «ha vissuto la sua infanzia come una sorta di continua prigionia» e che ha «interiorizzato la fuga, il volo, come un elemento di lotta e di vittoria».
Un elemento di libertà, cara dottoressa. Io sono mia. (Liberazione.it, 17 gennaio 2013)

Matteo Pucciarelli – L’incipit.  «Neanche quel giorno ero andata a scuola. Giocavo a tennis contro il muro, nel cortiletto tra il bar e la casa, con una racchetta che nel mio ricordo è alta quasi quanto me. Ogni tanto mia madre veniva a dirmi di smetterla. “Con quella palla ci bombardi in testa. Basta! E pum pam pim! Vuoi che ci caccino? Di!”. Non lo guardavo. Tanto dopo un po’ lei, in adorazione dei soci come stava, si scordava di me (…) A quell’epoca pensavo che una vita riuscita fosse fatta di clienti, tennis e caffè. Ero felice. Non mi avevano ancora detto che avrei dovuto scegliere. anni dopo, fra andare da una psicologa o il licenziamento».
La storia. Lucia Testa è una professoressa di lettere, decisamente arrabbiata. È indignata soprattutto con i genitori dei suoi studenti, per l’educazione che danno ai figli. «Non è mica una vendicatrice di studenti, per l’educazione, lei», la rimprovera la preside. Da dove nasce la sua conflittualità?, si domanda e le domanda l’analista. È così che si torna indietro, all’infanzia di una bambina senza padre arrivata a Roma dalla provincia pugliese con la madre e la zia. La piccola Lucy, sette anni, ha una sola colpa: non si accontenta di avere una vita normale, con persone normali, pensando e professando idee normali.
Pregi e difetti. Il libro è un flusso ininterrotto di pensieri e dialoghi, divisi in piccoli capitoli. Sta qui il pregio così come il difetto. Lucy osserva tutto e prova a interpretarlo, e poi parla, e urla, e va controcorrente e difende cause perdenti. Di sfondo ci sono gli anni che cambieranno l’Italia, fatti appunto di conflitti, di passioni forti e di ipocrisie altrettanto lampanti. Tutto riletto con gli occhi di una bambina troppo intelligente per godersi la propria età. «Altre volte, se ero nervosa, o mi veniva da vomitare, con le mani a coppa di fianco alla bocca, facevo rivolta alla strada: “Ohi! Morti!”. Evidentemente mi sfogavo. “Deficenti! Stronzi! Morti!”, urlavo».
A chi serve. Per chi è appassionato degli anni di piombo, il libro offre numerosi spunti di riflessione, offrendo uno spaccato quasi sociologico di Roma. I benestanti del quartiere borghese con i loro passatempi e le loro abitudini, l’emigrazione dal sud con tutta la voglia di chi arriva di essere accettato e emergere: è un’Italia ancora fortemente classista; e al contempo la contestazione, la critica al modello di società, la rivoluzione in politica e nei costumi. «Capii da cosa viene quella certa sensazione di felicità. È la sensazione che ancora mi piglia a volte quando cammino di fianco a un corteo. Quella sensazione, che è fisica, di stare bene come quando hai corso».(Repubblicasera.it, 29 gennaio 2013) 



Daniela Matronola – Chi voleva essere gigante in questo libro, come ci dichiara il titolo del bel romanzo di Angela Scarparo, titolo sopravvissuto – pare – a una trentina di tentativi di modifiche? Godiamo alle ironiche triangolazioni di Lucy settenne «all’epoca dei fatti», cioè tra il 1969 e il ‘70 – con sua madre e sua zia: le sorelle Serra, Lucia e Iris, liberatesi entrambe dei propri mariti. Gustiamo il duello intellettuale tra Lucy-ora (nel 2011) docente di Lettere, donna indipendente, puntualmente sola con cane – e la psicologa della scuola paritaria in cui insegna (psicologa con cui dovrebbe ammansire certi suoi estremismi professionali, come farsi carico delle turbe dei suoi studenti mettendo in discussione i loro genitori). E ci viene da concludere che quel NOI di cui parla sta per noi donne. Infatti altre incisive figure femminili attraversano qui la scena e la colorano con il rosso l’arancio l’azzurro della politica e della contestazione: Cecilia, bambina accudita da suo padre; la madre, terrorista latitante, in realtà presente per assenza; una giovane donna, leader evidente di un corteo di manifestanti, tutta risolta, per riassunto e sostituzione, in un basco rosso. Molte donne danno vita a questa storia che incrocia gli scontri e i movimenti all’alba dei Settanta nel centro di Roma, mutando il bianco e nero delle vite ordinarie, della borghesia coraggiosa e totalizzante, nel technicolor di vite para-eroiche, di avventure simil-epiche, un secondo prima del loro viraggio anche al grigio piombo. Le donne, come scrive qui Scarparo, sono anche cretine, non si fanno furbe: se ci riescono lo fanno in sordina, senza clamore, senza cambiare in sostanza nulla. Una serie di immagini sparse nel libro, cariche della irridente ambiguità del comico, intessute di paradosso e doppia leggibilità, infiltra il bianco: la cripta dei cappuccini a via Veneto, foderata di crani e stinchi, più che la santità indica l’approdo fatale che ci riallinea tutti; il pallore è bianco come le pareti di un’ostrica senza perla. Comprendiamo meglio quel NOI.
Nella Italia “romana” che democristianamente si dibatte in un progresso senza sviluppo, Lucy vive in modo caparbio e più aperto la stessa lotta di sua madre somigliandole a metà: come Lucia ha messo in fuga gli uomini, ma ha imparato a fidarsi, come ci mostra un’immagine formidabile: vola oltre un cancello e si lascia raccogliere dai compagni di lotta. La lotta e il volo sono le frecce all’arco di Lucy in questo romanzo lavorato nella scrittura con cura ossessiva, la cui struttura formula con ironia caustica un tessuto reso liscio tra racconto e discorso in una vaga cornice sveviana. (Leggendaria, 1 novembre 2012)

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