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Perché l’amore

Sta per uscire il film “Dopo l’amore” (2016) del regista belga Joachim Lafosse. E’ la storia di una coppia che si separa, ma che (per motivi economici) è costretta a convivere. “Una volta si riparava tutto”, dice una donna (che potrebbe essere la madre) nel trailer, alla protagonista.
“Frigoriferi, calzini”, aggiunge. “Adesso si butta. Cala il desiderio? Si butta”. Quest’ultima frase riferita al farsi e disfarsi delle coppie (nel mondo contemporaneo). Ma è davvero così? E’ davvero caratteristica esclusiva della contemporaneità (occidentale) quella di aprire e chiudere relazioni sentimentali? E se sì, se è davvero caratteristica legata alla modernità, quella di chiudere e ricominciare (in un movimento inutile e circolare), ha ragione la donna del trailer a sostenere che “Una volta non era così”? In realtà, nel 1906, D.H. Lawrence a proposito di un suo prossimo romanzo, scriveva: “Di solito si prendono due coppie e si sviluppano i rapporti fra di loro. I romanzi di George Eliot sono quasi tutti costruiti così. Ma io non voglio una trama, presto mi verrebbe a noia. Comincerò con due coppie, poi si vedrà”.
Il racconto del farsi e disfarsi dell’amore come trama che lascia spazio a una grande libertà, quindi. Un ambito in cui, tutto può succedere, e attraverso cui è possibile narrare (quasi) qualsiasi cosa. E per questo, “Non voglio trama”, suggerisce Lawrence, perché “Presto mi verrebbe a noia”, dice.
Forse l’esigenza dei contemporanei di vedersi come parte di una coppia sempre provvisoria e “migliorabile” (e da qui le frequenti rotture), e la narrazione dell’amore di cui parla Lawrence sono la stessa cosa. Forse, in un mondo dominato dall’esigenza di sicurezza e di chiusura (dall’obbligo di), l’amore (la coppia nelle sue diverse forme) è l’unica finestra aperta su ciò che non abbiamo l’obbligo di controllare. I doveri verso il lavoro, verso i genitori, verso i figli, verso “il mondo che soffre” sono difficilmente evitabili, infatti.
La relazione d’amore quindi, come unica chiave di accesso a un’esperienza di libertà (libertà nel conoscere una – o più – persona, un sentimento, un modo di stare assieme, ma anche di viaggiare, di avere accesso ad altri ambienti). Forse è sempre stato così, nella letteratura. Forse il raccontare la composizione, la rottura e la ricomposizione delle coppie, attiene alla storia dell’umanità. Perché – banalmente – non è vero che le donne e gli uomini siano tenuti (“per natura”) alla monogamia, alla fedeltà. E forse anche perché l’esperienza dell’amore non prevede che la comunità sia nostra complice: anzi. Quasi sempre, per ciò che riguarda l’amore, la comunità (nelle trame classiche) è ciò che osteggia “il libero fluire del sentimento”. La comunità è (già) prevista come ente che vorrebbe impedire alla situazione di cambiare, di diventare altro, di migliorare. Bellissimi, sul tema dell’infedeltà (che è pressoché infinito) “Una manciata di polvere” di E. Waugh, un romanzo del 1949, in cui l’autore inglese narra dell’abbandono di Tony da parte della moglie Brenda, proprio nel momento in cui lui si sentiva più sicuro (Bompiani, 2003). O “L’adultera” di Laudomia Bonanni. E’ del 1964 e narra ventiquattro ore di una donna (sposata) che per lavoro fa la rappresentante e, quindi, viaggia, cambia paesi e luoghi di incontro (Elliot, 2016).

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