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Doni, non solo per Natale, non solo per donne

Immagino una marziana ospitarti sul suo pianeta. Ti illustrerà, ti racconterà dopo il primo saluto, i principali nodi della convivenza (non-umana?): «Qui ci nutriamo così… ci incontriamo di qua… ci riproduciamo cosà…socializziamo lì…ci procuriamo il cibo colì… immaginiamo e sogniamo così e cosà». Certo che non potrà mancare: «Ci facciamo male così », e «moriamo cosà».

Nella mia testa, ogni autrice che amo è una marziana. Una extraterrestre che mi ha convinto a parcheggiare sul suo pianeta, per farci un giro, o addirittura, nel caso in cui mi piaccia molto, per mettermi comoda ed ascoltare. Se ho qualcosa in comune con loro, tante sono le cose diverse e che mi sforzo di capire. Ecco perché non mi pare giusto limitare i «consigli», al Natale e alle «donne». E non neanche una questione di «democratico confronto». Certo di più il piacere di un «bel viaggio». Abbiamo tutti e tutte un bel po’ di cose da fare, oltre che leggere, e siamo sempre in arretrato di tempo. Non vedo perché intrattenersi con «parchi giochi» che non ci interessino, fatti di materiale che non ci piace, o montati in maniera a nostro parere, scadente. Ecco qui, un po’ di autrici  (un libro, per ciascuna di loro) il cui lavoro rappresenta un ingresso in un’ originale «Terra di Nessuno». Seguiranno aggiornamenti.

Ognuna ha particolari modalità esistenziali, di lavoro e di scrittura. Modi e maniere che, anche con il passare degli anni non perdono in originalità e capacità di analisi.

Sono elencate in ordine di nascita.

Flannery O’Connor: nata nel 1925, statunitense, ha scritto due romanzi e innumerevoli racconti. Capace come pochi di ironia quando non addirittura di sarcasmo, nel suo Il cielo è dei violenti  (Einaudi, 2008, tr. di I. Omboni) parla di un ragazzino, F.M. Tartawer che, orfano di entrambi i genitori, viene adottato dal prozio. L’unico interesse di quest’ultimo è di sottrarlo alla laicità e di convincerlo in tutti i modi ad abbracciare il «timore di Dio». Che succederà, quando lo zio morirà? Una rara precisione di tocco  accompagna una narrazione surreale quanto, a tratti, divertente.

Alice Munro: nata nel 1931, canadese, ha scritto per lo più raccolte di racconti. La mia preferita è Chi ti credi di essere?  (Einaudi, 2015, tr.di S. Basso). Uscita nel 1978, narra da più punti di vista, e in diverse epoche, storie della medesima protagonista, Rose. Se mai c’è stato – o nel caso ci fosse bisogno di un contemporaneo Rashomon  – non potrei indicare che questo libro.   Nella mia testa è sempre stata un romanzo, più che una raccolta di racconti.

Anita Desai:  nata nel 1937, indiana, ha scritto romanzi e racconti. Il mio romanzo preferito è Digiunare, divorare (Einaudi, 2005, tr.di Anna Nadotti). La vita di un gruppo di persone, dall’India al Massachusetts e ritorno, descritta attraverso il rapporto col cibo. Nessuna ingenuità, o folclore gastronomico, in questa autrice: è dal controllo del cibo che passa (anche) il rapporto col potere.

Joyce Carol Oates: nata nel 1938, statunitense, ha scritto moltissimo fra romanzi, racconti, teatro, poesia. In La donna del fango (Mondadori, 2013, tr.di G. Costigliola) l’autrice descrive la vita (quotidiana) di una donna (di successo) «segnata nell’infanzia». È possibile in un mondo come quello contemporaneo (in cui vince chi riesce a essere più ipocrita), la sopravvivenza, per una persona che dalla sua abbia solo una grande onestà e una straordinaria forza di volontà? Forse no. Quale (e quanto?) il ruolo del caso?

Annie Ernaux: nata nel 1940, francese, scrive romanzi in cui è forte il riferimento all’autobiografia. Se non è tanto importante verificare quanto le vicende narrate siano reali, è fondamentale invece che la rete di relazioni che l’autrice costruisce, così come i sentimenti e la psicologia dei personaggi, disegnino «una geografia del possibile». In Passione semplice (Rizzoli, 2013, tr.di I. Landolfi) un uomo e una donna sono tenuti assieme dalle modalità, e dagli intervalli, di una breve storia d’amore clandestina.

Jennifer Egan: nata nel 1962, statunitense, scrive romanzi e racconti. In Il tempo è un bastardo (minimum fax, 2011, tr.di M.Colombo ) è la sua mano sicura, da «narratrice onnisciente» a tenere assieme vite, modi di scrivere, personaggi, abitudini e modalità esistenziali diversi. Tra una San Francisco degli anni 70, una New York  e una Napoli simili a quelle di oggi, un ex cantante ossessivo, oggi discografico di successo e la sua manager, inseguono una ragazza cleptomane che cerca di guarire.

 

 

 

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