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Divisa, o del 27 novembre (a due giorni dalla celebrazione della GIdVClD)




In occasione della giornata contro la violenza sulle donne, che si celebra il 25 novembre, mi sono posta una domanda: ma da cosa dipenderà l’incapacità di tante donne di vedersi portatrici e soggette di diritto? 

E in questo caso non mi riferisco a coloro che la violenza la subiscono. Si, ci sono anche loro. Ma la riflessione che qui volevo fare riguarda un altro soggetto femminile: riguarda cioè, quelle donne che (pur non subendo violenza) identificano la possibilità di un’uscita da un percorso di subordinazione e di violenza,  solo nei cambiamenti riguardanti la sfera culturale, e distanti dai tribunali, dicono. 
Questo perché il diritto, da una parte, sarebbe, secondo loro, la sedimentazione di percorsi intellettuali e di potere distanti dalla vita delle donne che quel potere (diritto) dovrebbero esercitare, e dall’altra, perché il diritto (potere) sarebbe una sfera tendente a considerare la donna come soggetto che va protetto, esclusivamente una vittima, cioè.. La domanda che faccio è: si può davvero sostenere che il diritto sia, per sua stessa natura, incapace di  modificare in meglio la vita delle donne, e che le uniche trasformazioni valide passino  invece per delle forme di “cultura altra”? E se è così, quali sono queste forme “altre” (queste forme sottratte alla sfera del potere) che renderebbero possibile una modifica della nostra esistenza, e da dove passano? E soprattutto perché il diritto (i diritti, in questo caso) non è (non sono) compreso(i) fra esse? 

Io credo che alla base di questo ragionamento – le trasformazioni che riguardano le relazioni uomo/donna passano solo attraverso i cambiamenti culturali – ci sia un gigantesco equivoco, tanto semplice quanto dannoso. L’equivoco consisterebbe nel pensare il diritto, non solo come l’attività attraverso cui si esercita il  potere, e in quanto tale prima di tutto maschile, ma anche come una sfera totalmente separata dalla “cultura”. E’ come se, in chi sostiene questa tesi, (e per usare paradigmi propri di altre discipline, uomo o donna che sia), ci fosse qualcosa che assomiglia a un vero e proprio complesso di inferiorità. E’ un po’ come se una qualche patologia nei confronti del potere (del diritto) portasse le donne a confondere il diritto (il potere) esercitato quotidianamente dalla sfera statale, con la propria incapacità (impossibilità, a volte giusta) di esercitare (poteri e) diritti. Non è per caso che indico il primo  al singolare, e i secondi al plurale. Il diritto, infatti, anche se è banale dirlo, non è uno solo. 
E quando dico che “non è uno solo”, non mi riferisco tanto alla sfera pubblica e alla sfera privata, o alla sfera giurisprudenziale e a quella normativa. Certo, ci sono queste distinzioni. C’è la possibilità di usufruire di queste distinzioni, di cambiare materialmente la propria esistenza attraverso lo studio e la consapevolezza di esse.   Ma con l’espressione “il diritto non è uno solo”, mi riferisco in realtà alla grande varietà di situazioni che il legislatore(la legislatrice) ha previsto (e non sempre, o non per forza, in conflitto con chi quel diritto dovrà esercitarlo).
Ora, se è evidente che la giornata della violenza contro le donne, è un evento che vede da una parte “le vittime” e dall’altra coloro che le vittime proteggono, (e che ciò non può che essere dannoso), è anche vero che non si risolve il problema della violenza facendo del diritto un sinonimo del potere. Una cosa è dire che le trasformazioni nelle relazioni fra uomo e donna passano per vari canali; che è inutile e ingiusto, oltre che deviante, (e aggiungo io, “perverso”), concentrare l’attenzione sulla “vittima” in una giornata apposita, senza identificare (di volta in volta) chi quella violenza esercita, e un altro conto è negare l’efficacia di un esercizio dei propri diritti.
Chi vede nella sfera giuridica solo parte di una riflessione che ha, (a partire dall’autobiografia) una serie di rivoli, nessi e incroci, assiste a una doppia negazione. La prima è quella, tragica, (di vedere ridotte a festività, poste sotto i riflettori) di veder diventare “casi umani” le donne che hanno subito violenza. E la seconda è quella, ugualmente tragica, di vedere il trionfo degli stereotipi ideologici – “la violenza si supera attraverso la cultura, non in tribunale” – stereotipi che impediscono una seria riflessione (quella giuridica, che è, per fortuna anche) femminile.
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