Vero è che queste mostre non le vede quasi nessuno: il diritto al dissenso nella Berlino di oggi.

A vedere la mostra Deutsche geschichte,  in esposizione permanente, presso il Deutsche Historisches Museum, vengono pensieri. Viene da augurarsi che la gente se ne stia a casa e non pensi alla cultura. Questa esposizione non è stata infatti allestita in un piccolo museo privato, da un buffo storico in mania di revanscismi. È una delle tre mostre che, per soli 8 euro chiunque arrivi a Berlino è invitato, con grande spiegamento pubblicitario, ad andare a vedere ( le altre due sono, rispettivamente sul terrorismo, e su l’immigrazione).
Al di la’ della costatazione sulla precisione documentaria, la presenza di ricco materiale, ciò che salta agli occhi è l’indicazione sull’inevitabilità, oltre che l’inesorabilita’ della situazione politica attuale. Almeno per ciò che riguarda l’Europa. Al resto del mondo si accenna in modo quasi casuale, giusto nella mostra sul l’immigrazione.
Che tipo di politica culturale viene espressa da queste mostre? Quale la funzione dell’ente pubblico che l’ha realizzata? Che cosa è la Germania, che storia ha, e soprattutto quale il futuro che si prospetta in Europa, a partire da essa?
Queste domande hanno tanto più senso in una giornata come quella di oggi, in cui buona parte del mondo piange la morte di 12 persone sotto il fuoco nemico di un’arma impugnata da un gruppo islamico.
Vediamo dunque: la mostra sulla storia della Germania, inizia, in un modo devo dire abbastanza imprevedibile, con una cartina che spiega il concetto del confine (grenze), e a partire da quello, va avanti, dal medioevo al 1994, con un’incredibile parata di governanti e governatoresse. Si comincia con Carlo il Grosso che viene detto, era chiamato così perché alto ben un metro e ottanta, e si prosegue, fra armature e cavalieri con e senza lancia, con e senza cavallo, fra plastici e arazzi, fino ad arrivare all’imperatore Carlo V, raffigurato più volte come colui che tiene al guinzaglio l’aquila imperiale, e attraverso un giusto sbeffeggiamento di papi e prelati – visti come quelli che tengono  solo a riempire le loro saccocce – ci si sofferma a lungo su Lutero. Non un Thomas Muntzer che sia uno, non una battaglia popolare, non una rivolta che sia una non un esempio di vita non dico comunitaria, ma un disegno su una casa di contadini, o un quadro di quelli fiamminghi in cui viene affrontato il tema della vita dei campi, una se la aspetta, e invece niente. Quella della Germania, a guardare da questa mostra, pare che sia stata una storia di arazzi, e tende da campo per imperatori, di memento mori (di cui peraltro, alcuni bellissimi) e di borracce per i soldati. Certo, e’ la storia attraverso la vita quotidiana, ma proprio per questo, una per esempio si aspetta che esista un’indicazione sulle classi, e invece, niente. Tutto è talmente fatto per medaglioni – così diceva la mia professoressa di storia del liceo, quando voleva intendere la storiografia di destra, o quella dei . cattivi storici – che una è curiosa di vedere come hanno organizzato l’epoca rivoluzionaria.  Del 1789 c’è solo una stampa in bianco e nero, che riguarda una riunione del Terzo Stato in Francia, riunione in cui i rivoluzionari vengono dipinti come una massa di alterati, e poi via, avanti con il Napoleone di Gerard (Francois), non brutto, anzi, devo dire. Una sequela, dicevo, di luoghi e linguaggi da cui si deduce non solo l’inesorabilita, quanto l’inevitabilità della grande Germania. Lo stesso, così, tutto, fino al 1994, DDR compresa che viene vista come l’epoca del giubbotto blu di cotone, e della Trabant. La domanda che viene da farsi a fine mostra è: che tipo di meccanismi culturali mette in moto una tale autodescrizione, una simile visione di se stessi da parte dei tedeschi?
 Che visione di convivenza tende  mettere in campo? C’è da augurarsi o no, che venga vista dagli islamici, non dico fondamentalisti, ma dalle migliaia di persone che, ormai da decenni vivono e abitano non solo la Germania, ma anche gli altri paesi europei? La cosa che salta agli occhi – e  vale soprattutto per la mostra successiva, quella sulla RAF – è che la Storia viene raccontata come unica. Così come si comporta per quel che riguarda il sistema economico, la Germania, quella che governa, è chiaro, fa con il racconto di se stessa. Non solo non esistono alternative, ma alle  tribù n cui capiti eventualmente di attentare alla sua esistenza, viene imposta una fine ingloriosa. “O troveremo  il modo di vivere senza violenza, o non vivremo”, dice  M.L. King, alla fine del percorso della mostra sulla RAF. Il che non solo giusto, ma anche auspicabile. Resta da vedere che fine farà il dissenso. Non solo la Germania pare volerlo rendere roba mai esistita, se non in qualche storia di scioccati tipo RAF, ma la fine che farà lo racconta proprio la storia della RAF.

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