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Critica o superstizione?

Modifiche strutturali nella critica contemporanea.

(Intervento al seminario: “Critica o superstizione?”, a cura di ARES)

Nell’incipit di un suo articolo, intitolato “Un’ aggiunta alle ‘fasi giovanili’ del Correggio” – raccolto da Pietro Marani nel libro “La realtà della pittura” (Longanesi, 1995) – il critico-scrittore Giovanni Testori si esprime, seppure in modo indiretto, sulla critica d’arte come disciplina. Su cosa sia, e su come funzioni. Ed è, secondo me, nella sua sinteticità uno dei pezzi più interessanti sul tema, che mi sia capitato di leggere di recente.
Vediamo: “Quando, nel ’58, accogliendo sul n.101 di questa rivista l’invito espressogli dal Popham di chiarire le ‘frequenti allusioni a opere ancora ignote del Correggio giovine’ (…) Roberto Longhi cavava, dalle miniere segrete dei suoi fornitissimi e chissà come formicolanti appunti, una serie inaspettata d’inediti (inaspettata, s’intende, per chi con lui non avesse avuto occasione alcuna d’intrattenersi sull’argomento)… “.
Perché dico che è interessante?
Testori fa riferimento a una sorta di collaborazione, fra lui e Roberto Longhi. Lunga, si deduce dal testo, basata su una comune conoscenza, anche perché comuni sembrano essere gli intenti di studio. Fa riferimento a una rivista.
E ancora: “Intrattenersi sull’argomento”, “fornitissimi e chissà come formicolanti appunti”, sono le parole con cui il critico-scrittore, brevemente, suggerisce un metodo di lavoro. Lascia intendere una comune passione dell’oggetto trattato, un comune obiettivo di comprensione. E, soprattutto, descrive un lavoro stratificato nel tempo (“miniere segrete”, insiste) . Pur essendo destinato alla terza pagina di un quotidiano, il pezzo ha poco a che vedere con la facilitazione e l’abbassamento che viene richiesto oggi dalle terze pagine. La prosa è ricercata. Il periodare lungo, complesso.
Se, non volevo, nel pezzo trascritto invitare a una sorta di esclusivismo (nel linguaggio, così come nei temi), né auspicare il ritorno di un canone in letteratura (come qualcuno/a, spesso, rimprovera), intendevo invece sottolineare il fatto che, così come non c’è opera senza lettore, non può esserci critica, senza un confronto fra critici.
Se, come dice qualcuno, la “ricezione” del lettore è fondante del processo artistico esattamente quanto l’opera stessa (vedi Jauss) – fino al punto da immaginare che la seconda non possa esistere, senza la prima – viene il dubbio che il lavoro critico possa darsi, senza confronto fra critici.
Il reticolato di giudizi, opinioni, tesi, testi, confronti, non si aggiunge forse all’opera fino a crearne un unico indistinto? Pensiamo ai classici. A quanto indistinguibile sia il Proust “come l’abbiamo letto noi”, dal lavoro di Painter; o, per passare alla storia dell’arte, a quanto Caravaggio faccia “corpo unico” col lavoro di Roberto Longhi.
Senza lavoro critico non c’è opera, quindi, così come senza lettore non c’è romanzo? Non sarei così sicura sulle risposte da dare. Gli interrogativi sono aperti.
Di una cosa, invece, sono abbastanza sicura: la mancanza di confronto (considerato l’aumento smisurato dei dati in circolazione nella società contemporanea) è elemento che danneggia non solo la diffusione della conoscenza, quanto la qualità della vita umana. Il perché, lo dirò alla fine di questo mio breve intervento.
Il venir meno delle “tecniche” che assicurano ascolto e riproposizione, studio e rilettura di un testo – così come di un ‘opera d’arte – è elemento che sta modificando la struttura del vivere civile.
La facilità di accesso alla scrittura, ai testi, e alla diffusione di essi che caratterizza il nostro tempo, invece di portare a un innalzamento della qualità della critica, sembra aver portato a una sua diversificazione.
Se, da una parte, abbiamo una tendenza iperspecialistica – spesso legata all’ambiente accademico, e che ha scarsi contatti col mondo della cosiddetta divulgazione – dall’altra abbiamo una ipersemplificazione del prodotto e della sua fruizione.
Se uno degli aspetti negativi del cambiamento riguarda la “calendarizzazione” (l’eccessiva elencazione, a cadenza oraria: il millesimo di secondo è la misura del tempo) del prodotto culturale, tra quelli positivi c’è la possibilità di venire a conoscenza di una infinita quantità di materiale; non solo contemporaneamente, ma da qualsiasi parte della terra. Negli elenchi che il web sputa fuori, convivono cose buttate sul mercato per fare cassa, e produzioni di discreto (o addirittura ottimo) livello. La diffusione avviene tramite web (social e mail inclusi), su quel poco che resta di “cartaceo”, e attraverso la TV.
Ogni giorno navighiamo fra pagine e pagine di “giudizi” e “opinioni”, più o meno disinteressati, più o meno competenti, sul web o su carta, ma che in comune hanno l’alternarsi, nella stessa figura, del “consumatore” e del “critico” (di chi, cioè, è in grado di modificare con il suo giudizio – poco o molto, non importa – la ricezione, così come l’acquisto o la vendita, di un prodotto). Chi la sera prima era spettatore televisivo, potrà, il giorno dopo indossare i panni di recensore dell’ultimo romanzo uscito.
A fronte della scomparsa del critico come contenitore di memoria e diffusore di cultura (“miniera”, diceva Testori) ci troviamo, quindi, davanti a un soggetto che svolge, di volta in volta, diversi ruoli. Lo spettatore (cosiddetto) “passivo” (che, come si sa, condiziona per via di telecomando le scelte aziendali, sulla base del mercato pubblicitario), si affianca a colui che ha funzione di “runner” per una (o più) casa editrice, e, quest’ultimo, al “critico in proprio sul blog”, o al “segnalatore di film o romanzi sui social”.
Riassumendo: a fronte di migliaia e migliaia di “lettori in cerca d’identità” (capaci però di spostare il destino di un romanzo attraverso il passaparola), di “spettatori in coda al cinema (o a una mostra)” (che possono cambiare l’esito di una produzione), e di “utenti della programmistica televisiva” (non dimentichiamo il potere del telecomando), esiste un piccolo fronte di critici che, fra social e blog, svolge una funzione utile di scelta e selezione.
Vi è poi una terza figura di critico.
Figlio diretto della massima che recita: “Diventa imprenditore di te stesso” (massima – e fenomeno – nata negli anni ’90), il “critico in proprio” ha una caratteristica comune a tutta la categoria imprenditoriale: per essere davvero tale, deve riuscire a vendere ciò che produce. Deve, cioè, a tutti i costi ricavare un reddito, e (cosa importante) non badare (quasi mai) alla qualità del prodotto.
Se molto, negli ultimi cinquant’anni, è cambiata la figura del “critico”, (così come quella del “fruitore”) non poteva restare immutata la figura dell’ editore, che (assieme al produttore cinematografico e televisivo) è sempre più un collettore di fondi, o un «fidelizzatore» (attraverso il brand) di utenti.
Che dire? Di fronte alle radicali modifiche degli ultimi anni c’è chi, addirittura, esclude molti dei soggetti di cui ho parlato dalla dimensione della “critica”.
Non sarei così radicale. I cambiamenti degli ultimi anni (per ciò che riguarda le nostre vite) sono di tipo tecnologico, e in quanto tali non potranno essere giudicati col metro della supponenza, né, tantomeno, della morale. Non sappiamo che conseguenze avranno sugli esseri umani. Forse renderanno più semplici le nostre vite. Forse, al contrario, tutto sarà più complicato. Come sarà l’inconscio di una donna col cuore di plastica, è un po’ di anni che me lo chiedo. Cambierà o no?
Certo è che, oggi, possiamo decidere di sottrarci a (molte del) le narrazioni che il presente ci sciorina. Come? Costruendo, per esempio, coordinate culturali autonome; o attraverso l’adesione a strutture indipendenti, quali associazioni e comunità (in cui il confronto, spesso, proprio come per Testori e Longhi, è una condizione del lavoro).
A capire dove porti la retorica del tutti contro tutti, invece, non ci vuole molto tempo, o un particolare intuito.
E come ultima cosa.
Tutto ciò che parla di comunità, oggi, parla spesso di conflitto interno. Che si tratti di politica o di letteratura. Colpa dell’individualismo rampante? Viene prima l’individualismo, o viene prima la massificazione? E chi lo sa. Una cosa è certa: molti anni fa, il filosofo Marx sosteneva che nel regime capitalistico, i lavoratori sono nemici(forse anche nemiche?) fra loro, (isolati) proprio come le merci nella concorrenza. Si sbaglia(va)? Ciò che vale(va) per i lavoratori destinati alle fabbriche non vale per i lavoratori dell’intelletto? Chi lo sa.”

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