Cretine a Miles Davis

Eravamo io, Barbara e Chiara, che formavamo comunque un gruppetto.
Nessuna di noi sapeva bene cosa fare, e come comportarsi.
E’ che di fianco a noi, illuminato dalla alogena che era stata messa davanti a una finestra, da una parte, e da una lampada a muro dall’altra, c’era Miles Davis.
Una scala di ottone a ghirigori che portava al piano di sopra, era alle sue spalle. Un salotto di poltrone bianche, coi divani e i mobili, tutti bianchi, veniva usato da gente di varia condizione sociale, ed era posizionato dalla stessa parte della finestra, alla nostra sinistra.
Usai quel poco che mi ricordavo degli studi di storia dell’arte per dirmi che: «Sembra La zattera della medusa!». Mi riferivo alla gente sdraiata sui divani. Ce n’erano un paio che davano le spalle a Miles Davis. Un uomo in camicia bianca di piquet, se ne stava mezzo sdraiato.
Non era la prima volta che a casa di quel direttore d’orchestra incontravamo personaggi interessanti.
Marisa mi aveva detto che Sofia Loren, quando veniva in Italia, dagli Stati Uniti si fermava da loro.
Nero ebano, identico a come veniva nelle foto, Miles, se ne stava fermo, dritto, in piedi, e quando parlava muoveva solo le labbra. Parlava in inglese, ma soprattutto parlava a voce bassissima.
Gli occhi, grandi e neri, che guardavano in faccia l’interlocutore, mi ricordavano quelli di mia sorella. Noi siamo meridionali, e, soprattutto da parte di mia madre, deve esserci stata un’infiltrazione. Chissà quando. Però deve esserci stata, perché le mie due sorelle, ma soprattutto quella dopo di me, sembra proprio una nera, certe volte, con le sue labbra grosse e gli occhi grandi un po’ all’infuori. Anche adesso che ha cinquantadue anni.
La mia amica, Marisa, era la fidanzata di Plinio, il figlio del direttore d’orchestra, Maccio Soneri, che aveva ospite in casa sua, Miles Davis. Marisa, che ci invitava sempre, lavorava come ufficio stampa in un museo. Si era messa alle spalle del musicista, con una mano appoggiata alla balaustra della scala.
Sembrava proteggerlo. Ma forse voleva solo far vedere che lo conosceva bene. Comunque, andava così: se lui accennava anche il minimo passo avanti, o un movimento all’indietro, lei lo seguiva, come fosse la sua tutor. Non c’era niente da proteggere, però. A parte quelli dei divani, c’eravamo solo noi tre, nei dintorni, e nessuna di noi gli si era avvicinata.
Miles Davis, già da un po’ stava parlando con un un gruppetto di persone, uomini e donne, tutti un po’ bassi. Dico che erano un po’ bassi, perché riuscivo a vederlo bene in faccia. Ed è per questo che me lo ricordo così bene. Credo parlasse di musica. Io non ne ho mai saputo molto di musica. Sì, mi piace ascoltarla, ma se dicessi che la conosco sarebbe una vera esagerazione, oltre che una forma di vanteria.
Neanche Plinio, il figlio del padrone di casa, si filava molto Miles Davis. Il coniglio che gli aveva preso Marisa, come «regalo tenero» e forse anche per sostituire il figlio, che dopo tanti anni non era ancora venuto, si era mangiato i fili di molti strumenti del suo impianto musicale. E quindi per lui era comprensibile. Oltre al fatto del coniglio c’è da dire, che Miles era ospite in casa di suo padre da una settimana, quando dettero quella cena in suo onore. Se ce l’aveva per casa, da così tante ore, perché avrebbe dovuto dedicargli attenzione?
Non mi ricordo se l’ho detto, ma Plinio, era anche lui un musicista. Portava allora la testa tutta rasata. E’ una cosa che si usava già negli anni ottanta, questa. Già allora, se mi ricordo bene, Plinio faceva la spola fra Roma e Los Angeles. Saranno stati gli inizi dei novanta quando, sempre negli Stati Uniti, incontrò un’altra donna, straordinariamente bassa, ma molto graziosa, e che faceva la ballerina. E così lasciò Marisa. Peccato per lei, che lo amava, e pensava che avrebbero passato la vecchiaia assieme.
Quello che veramente mi ricordo molto bene di Miles Davis, era la pelle. Oltre che scura era veramente lucida, e gli stava attaccata al cranio, rendendo quei suoi occhi così grandi, ancora più grandi.
Aveva un maglione a collo alto, nero anche quello. E dei pantaloni neri. Da dove stavo non potevo sentire cosa stesse dicendo. Ma neanche mi importava.
Mi chiesi se avrebbe avuto senso, avvicinarsi a lui, e dirgli «Buona sera Miles, sono Anna Vinci!».
Non sono mai stata veramente stupida. «Certo che non ha nessun senso!», mi dissi.
Lo capivo da me, che anche se avessi avuto una storia con Miles Davis, sarei finita come tante, in un archivio.
Però ci annoiavamo. Eravamo finite col trovarci gomito a gomito con Miles Davis, solo perché Marisa era tutta contenta di poterti telefonare, e dire, «Sapete chi c’era ieri sera da Plinio?».
Se tu chiedevi, «Chi?», ti sparava subito un nomacchione, secondo lei altisonante, di un presentatore televisivo, di un giornalista, di uno della cerchia del Papa. Tutta gente di prima categoria. Devo dire una cosa. In quella casa credo di non avere mai incontrato gente completamente sconosciuta. Cioè, poteva anche capitare la sera che c’era l’ingegnere, la casalinga moglie del presentatore, ma un suonatore di pianoforte, una cantante della RAI, un comico, si trovavano sempre.
Certo, capitava, che qualcuna di noi poi ci si facesse una storia con una delle persone importanti che andavano a casa sua. Ma mai nessuna di queste storie ha mai veramente avuto un suo esito.
Facciamo parte di una generazione sprecona, noi. Siamo vissuti sin da piccoli tra le merci impilate in bella fila nei corridoi dei supermercati. Non abbiamo pensato che si potesse aver bisogno di un amore, di un po’ di studio, di intensità, di obiettivi. Tutte queste parole hanno sempre riempito, come un sottofondo, la nostra vita. Hanno scandito la nostra esistenza, come il fumo nei bar dei fumatori ne riempie i polmoni, senza che loro se ne accorgano. Ma non abbiamo mai neanche capito bene cosa fossero, queste parole che ancora oggi, così di frequente sentiamo.
La casa era bella, all’EUR, con una enorme terrazza, dove però, in quel momento, nessuno andava perché in casa c’era Miles Davis.
Da quel che mi ricordò non suonò. Immagino fosse stato detto, alle persone che c’erano lì, di non chiedere a Miles Davis di suonare. O forse no. Dopo un quarto d’ora che stava là, sarà sembrato normale a tutti che Miles Davis stesse là, e che non suonasse, e che se ne stesse lì, come uno qualunque, in mezzo a noi a parlare a bassa voce.
Adesso, mi dico, «Avrei dovuto capirlo, che quell’uomo sarebbe passato alla storia. Avrei dovuto rivolgergli almeno la parola. Sentire il suono della sua voce…»
Marisa aveva lasciato la sua postazione da guardia del corpo, complice e coinquilina di Miles Davis, e ci aveva raggiunto.
Barbara disse, «Vado in cucina a bere un bicchiere d’acqua. Anna, stai bene coi capelli così corti. Hai cambiato parrucchiere? Ti sono arrivati dei soldi?».
Mi ricordai che mi ero tagliata i capelli così, perché due sere prima, al Bar della Basilica, che in quel periodo andava tanto, e dove andavamo quasi tutte le notti, ma solo dopo l’una, Ciriaco, un produttore napoletano mi aveva detto, «Ma tu, ‘ndo vaie co’ sta frangia accussi lung’?», e allora il giorno dopo era corsa a tagliarmi i capelli.
«Davvero ti piace come sto?», chiesi a Barbara.
«Sì, è vero. Stai benissimo!», le fece eco, Chiara seguendola in cucina.
E’ che questo Ciriaco mi piaceva. Speravo magari, chissà. Di ricavarci un lavoro come attrice, o assistente alla regia, o costumista. Ero laureata in storia dell’arte. Anche fare la sua segretaria non mi sarebbe dispiaciuto. Avevo trent’anni e tutta la vita davanti.
Cosa c’era di male, nel voler fare tutto? Per noi la politica era libertà. Per noi la politica è la libertà.
Se ogni tanto il mio ex marito, che faceva il medico allo Spallanzani, mi dava della cretina, gli rispondevo che non sarei finita male come lui.
«Come sarei finito io?»
«Ad alzarti la mattina, alle sei e mezza!».
L’avevo lasciato perché mi pareva avesse messo la marcia in folle sul pendio di un’esistenza squallida.
«E guarda che il lavoro ormai è diventato una cosa inutile. Sai perché lo fai, tu?», gli chiedevo, «Perché non hai un’identità precisa. Il lavoro serve per darti un’identità…ecco!»
«Sì, il lavoro serve per darmi un’identità?», mi chiedeva allora lui. «E se non lavorassi io, a te che li darebbe i soldi?»
«Be’, io ho i soldi di quel bastardo di mio padre, che almeno una cosa buona, la faccia nella vita… visto che per il resto, a me e alle mie sorelle, ci ha creato solo problemi e complessi…quel pezzo di merda maschilista di merda! Patriarca del cazzo!»
E sinceramente non è che mi sbagliassi. Perché io mi sono sempre occupata di mio figlio. E a mio modo sono stata coerente. La politica per noi, era libertà. Ci sono state donne della mia generazione, che per essere libere, non hanno neanche voluto proliferare un figlio. Se ne sono accorte tardi, che ne avrebbero voluto uno. Ma si sono rassegnate in fretta.
«Ci saranno altre vite, altre possibilità!», si dicono.
«La metempsicosi!», suggerisce qualche uomo.
Seguii Barbara in cucina.
«Mi annoio…», le dissi, «Andiamo al Bar della Basilica?», le dissi.
«Ti piace Ciriaco, eh?», mi sorrise.
«Un po’…», le dissi.
«Secondo me tu piaci a lui!», le fece eco Chiara.
Tornammo in salotto. La porta del balcone era aperta, come prima. Sui divani ce n’erano sempre sdraiate tre o quattro, di persone. Non sapevo se avessero sostituito i precedenti naufraghi de La zattera della medusa, o se fossero sempre gli stessi. Miles Davis non c’era più. Andai sulla terrazza. Era grande, ampia, bella. Da lì, potevi vedere tutta Roma. Miles aveva cambiato il gruppetto. Adesso c’era una donna con un vestito a triangoli colorati, che non avevo notato prima con lui. Me la ricordo ancora perché era molto brutta. E’ che era molto grassa, e aveva dei grandi occhiali che le ingrandivano gli occhi. Era un’avvocata di grido. Aveva una figlia down e si occupava, con molto successo, delle problematiche legate al suo caso. Era anche l’agente cinematografica di Jean Luis Tritignant e Walter Chiari.
Volevo avvicinarmi, ma di nuovo pensai, «Qui stiamo solo perdendo tempo. Che cosa ha di persona Miles Davis, che non possiamo vedere in televisione?».
Mi affacciai al balcone, dandogli le spalle.
«E’ educato come può essere educato un qualsiasi uomo occidentale di cinquant’anni circa…», mi dissi.
Allora non pensai, come adesso, «Era un’eleganza che assomigliava a quella degli orientali, la sua! Quel tono basso… le mani che non gesticolavano mai». Sì, perché questo penso adesso, quando lo guardo suonare, nei video di youtube. Adesso, che sono passati trenta anni, e, se capita, mi vergogno di dire che Miles Davis l’ho conosciuto. Mi vergogno, perché qualcuno, potrebbe giustamente, dire, «Ma dai. Davvero? E come era? Di cosa stava parlando quella sera? Miles Davis. Ma va! E non ti sei neanche avvicinata?».
 
Molti anni sono passati. Ho da poco scoperto che il nipote di Plinio, il figlio di sua sorella Iva, Iva Soneri, non so se ve la ricordate – quella bella donna mesciata, per qualche anno ha fatto l’attrice, ha recitato anche in Rugantino, sì, anche lei, aveva una bella voce – sta facendo diventare matta una mia amica. Be’, sì. Lui Francesco, detto Chicco, ha quarant’anni, vorrebbe fare il cantante, ma non ha bisogno di lavorare, e Pamela, la figlia della mia amica ha solo diciannove anni.
«Hanno questa storia da quando lei ne ha sedici!», mi ha sussurrato una volta al telefono. «Si è presa il meglio di mia figlia, quel bastardo!», mi dice, quando ne parliamo. 
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