Corto diario sentimentale. I Malavoglia





E’ stato l’autore italiano – con Grazia Deledda – che, più di altri, mi ha fatto appassionare alla letteratura. A differenza dei miei compagni di scuola che se ne lagnavano, mi piaceva leggere I Malavoglia. Non vedevo l’ora di tornare a casa per poterlo fare. Nel letto di sotto – era a due piani,  su quello di sopra ci dormiva mio fratello – mi rintanavo. La coperta del piano superiore, lasciata pendere – non ci rifacevamo mai il letto – mi nascondeva. Sfuggivo così all’unico aiuto che ci venisse chiesto in casa: apparecchiare la tavola.
Volevo sapere come sarebbero finiti Padron Toni, suo figlio Bastianazzo, la Longa. Mi impressionava l’uso dei proverbi. Quello delle cinque dita di una mano. Da qualche parte avevo sentito che finiva male, che la barca coi lupini non sarebbe più tornata, e allora, come capita a tutti mentre si legge o si guarda un film il cui destino dei protagonisti ci stia a cuore, speravo che per qualche meraviglia sconosciuta, il finale cambiasse, che non affondasse. 
Forse è proprio questo, il demone della letteratura, l’idea che scrivendo si possa cambiare la trama non tanto della nostra esistenza, ma di qualche storia forse anche personale, che tanto ci dà fastidio.
 Mi impressionavano: Lia, che finisce – più che prostituta a Catania, come è nella realtà – vittima delle malelingue; la Casa del Nespolo, oggettivamente brutta, secondo i criteri di allora, e affascinantemente rurale, secondo quelli di adesso;  Bastianazzo che, tonto, non si ribella al padre; Luca che, gentile, non si ribella al padre. Odiavo lo zio Crocifisso, in cui vedevo tanti uomini del Sud, uomini che mi pareva di conoscere. Ho visto il film di Visconti intorno ai venticinque anni, forse dieci anni dopo la lettura del libro, mentre con amici a Milano preparavo Ode al Terremoto – uno spettacolo che avremmo messo in scena all’Out Off, con l’aiuto di Mino Bertoldo e a Roma, grazie a Ulisse Benedetti – e mi è piaciuto molto meno del libro. Sono andata ad Aci Trezza per la prima volta cinque anni fa – o quattro, comunque pochi – ed è stato come vedere un posto che si è spesso immaginato, ma anche come per un pellegrino visitare un santuario. Anche se, c’è da dire, a differenza dei pellegrini io non ho mai fatto nessuno sforzo e sono capitata li per caso. Ho spesso pensato che è la piccolezza delle vite di questi personaggi – unita al fatto che gliene succedono di tutti i colori – la narrazione della loro quotidianità, a far sentire così a proprio agio il lettore, a farlo appassionare ad essi. Se sia ciò che fa grande Verga non lo so. So che a me, piace.

  •  
  •  
  •  

Un pensiero su “Corto diario sentimentale. I Malavoglia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *