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Cordelliani

Nel parlare di Franco Cordelli e nel descrivere la sua poetica, sarò onesta: non ne parlerò – come spesso faccio, e come internet mi(ci) consente di fare – solo per lavoro, per passione, o per dovere verso una comunità cui sento, o a volte mi pare, di appartenere.

Vorrei provare invece a illustrare il motivo, i motivi, per cui sarei felice se il suo ultimo libro venisse premiato con lo Strega. Ho quindi una precisa finalità. Convincere quante più persone mi sarà possibile della validità di questo autore, o meglio, della validità artistica del suo (lungo, a questo punto) lavoro.  E, nel far questo, mi prendo la responsabilità di compiere un atto che definirei totalmente cordelliano.

Invece che del suo romanzo – Una sostanza sottile (quello appunto che mi piacerebbe vincesse) – mi soffermerò su alcune delle parole che più spesso Cordelli usa nei suoi libri. Lo faccio, lo posso fare, perché in realtà Cordelli usa (se non) sempre (spesso) le stesse parole, gli stessi lemmi, e attorno a quelli fa ruotare le storie.
Dopo di che, poiché mi rendo conto che non sia serio candidare un volume ad un premio (o contribuire a farlo) e non parlare di esso con precisione, mi riprometto di recensire Una sostanza sottile  – dire cioè come è fatto strutturalmente, chi sono i protagonisti che lo compongono, come parlino, di cosa e dove –  in un’altra occasione.
Ciò che mi premeva ora è, appunto, la possibilità di essere e di definirmi cordelliana, prima ancora che corretta.  Mi premeva cioè la possibilità di fare, in totale libertà, una proposta pratica – come è quella di proporre non solo una candidatura, ma addirittura di auspicarsi la vittoria di un libro su altri in un famoso, quanto criticato, premio italiano – e di non parlare immediatamente del volume che, secondo me (secondo noi, anzi, perché siamo un discreto gruppetto) lo dovrebbe vincere.
Mi piace l’idea di potermi prendere il lusso, oltre che l’agio di partire da un punto diverso, rispetto a quello deputato. Di dire cioè: “fate vincere questo libro, fate attenzione ad esso!”, e di non parlarne poi direttamente.
Questo, per una rivendicazione di totale libertà? Anche. Ma soprattutto perché questa è una delle parole che Cordelli usa (non spesso, sempre) nei suoi libri: la libertà.
Una rivendicazione (della stessa) che caratterizza secondo me il suo lavoro in un modo quasi ossessivo. Che ne è, direi, quasi parte integrante. Quasi come se l’autore tutte le volte che finisce una storia sentisse il bisogno di dire che sì, l’ha scritta, ma che nella sua totale libertà stava anche la possibilità di non farlo, così come la probabilità che quella storia, (quella recensione) sia l’ultima che scrive, o che sia la prima di una lunga serie aventi come caratteristiche questo, quello e quell’altro elemento (segue elenco) cui probabilmente mai seguirà qualcosa.
Lo scrivere, quindi, come scelta tutte le volte scelta. Lo scrivere come elemento che pone limiti, non solo temporali (le pagine del libro, le ore, i minuti che impieghiamo a scrivere, così come a leggerle), ma anche fattuali (il posto che il libro occupa nella libreria, nella stanza, nelle pagine di un antologia, nella mente dei recensori, sulle pagine dei giornali, nella testa degli eventuali lettori e lettrici in quello cioè che viene definito l’universo letterario). La libertà di scegliersi come (non) scrittore, quindi, a ogni volume come uno degli elementi che caratterizzano il lavoro di questo autore, e che corre attraverso tutta la sua opera.
Consideriamo ora che Procida, il primo romanzo pubblicato da Cordelli, che è nato nel 1943, uscì nel 1973 (è stato riscritto nel 2006 e ripubblicato), e che Una sostanza sottile (Einaudi) è di quest’anno.
L’autore, che pure non vende tanto in termini di copie, sembra non essere passato di moda. O, forse sbaglio a dire. Forse un periodo era passato di moda, ma è poi tornato attuale? E se è riuscito a non sparire (sorte che è toccata a tanti suoi coetanei e coetanee) come ha fatto?.
 Pesa sulla letteratura italiana contemporanea una questione. Molti autori (così come autrici), che hanno scritto indicativamente negli anni dal dopoguerra ai novanta, sono precipitati nel limbo dell’assenza. Opere e autori (e autrici) il cui senso della letteratura sta(va) nell’impegno (un termine ormai famigerato) e nel lavoro critico, sono scomparsi dagli scaffali delle librerie e delle biblioteche. Autori (e autrici) che hanno fatto della riflessione sull’oppressione, il nucleo del loro lavoro teorico, non solo vengono considerati superati, ma non esistono neanche più nelle bibliografie. E però, però: l’oppressione oggi, come è dato a tutti vedere quotidianamente, non solo non è sparita, ma è addirittura aumentata.
Una domanda: se l’oppressione oggi è diventata un’opzione fra le tante, toccherà o no riprendere in mano materiali e strutture che su essa riflettano? Possibile che l’unica scelta praticabile sia quella che prevede il venire a patti con l’oppressore?
Tocca tenerla presente, questa questione: poiché se è vero che, come dice Wittgenstein “l’etica non si può insegnare”, è anche vero che una seria riflessione sull’oppressione (o/e sulla critica) passa, deve passare, per le opere e gli autori (e le autrici) che oggi giacciono nei fondi di magazzino, intonsi. Chi se ne occuperà? Quando?
In questo Cordelli è autore originale. E se non è sparito è perché (nonostante le prefiche lo indichino come autore vecchio e superato) a differenza di tanti suoi coetanei e (vecchi/e) compagni di strada, insiste. Non resiste, insiste, Cordelli (che è cosa diversa). Non smette di dire che un’opera letteraria è il linguaggio in cui è scritta, la forma che assume, la struttura con cui è congegnata.
Cordelli è uno degli scrittori (della generazione nata nel quaranta) le cui opere, più di altre, sono state di recente  ripubblicate, e proprio per la stima e l’apprezzamento che l’autore suscita fra la cosiddetta – specifico, per motivi anagrafici – giovane critica: (Gallerani, Caterini, Ottaviani per dirne alcuni).
Bisogna considerare che, assieme a libertà – di cui ho già parlato – le altre parole che, nei romanzi (e nei testi di critica) di Cordelli trovi sempre sono amore, bellezza, giovinezza, vecchiaia. Ma anche democrazia, e uguaglianza, o potere.
Parole classiche. Lemmi vecchi. Detti e ridetti. Così tanto usurati da diventare incredibili e, soprattutto, indicibili.
“Che cosa fa allora, Cordelli, come lavora?”. Ecco la prima domanda cui ho cercato di rispondere.
“Come può – in un’epoca di enormi cambiamenti come quella in cui storicamente  è vissuto – aver continuato a usare parole che hanno subìto, per tutti e in tutti i contesti, l’usura del tempo?”, la seconda.
E la terza, che è diretta conseguenza delle altre due è invece: “Come fa Cordelli a usare tali parole in un romanzo – a costruirci attorno delle storie – e a dare ad esso respiro, narrazione ma soprattutto credibilità?”.
Faccio un esempio: le storie d’amore. Non c’è romanzo in cui non ci sia almeno un uomo innamorato (o una donna innamorata). E non importa l’età. Non c’è storia in cui non si parli d’amore. Non c’è brano critico di discreta estensione in cui l’autore non affronti uno o più personaggi alle prese con questo sentimento.
Provo a dire.
Cordelli fa coincidere (o almeno ci prova) il linguaggio – la convenzione del linguaggio – con la propria vita (privata). Cordelli fa sua (ha fatto sua da tempo) la frase, bellissima di Manzoni, quella che recita: “la vita è il paragone delle parole”. Non sono le parole il referente delle sue storie, ma le persone, gli spazi, le convenzioni del linguaggio e le sofferenze (o le gioie) vecchie e nuove che esse procurano. Ecco perché i suoi personaggi, e le sue trame sono comunque vive, e quindi reali.
E’ prevalentemente un problema di onestà, quindi?
Onestà che significa, ad ogni libro, mettere subito tutto sul piatto? Ciò che di bello e di brutto, di buono e di cattivo caratterizza un’esistenza (la tua), in quanto (tale possibile e) contemporanea?
Indaghiamo ancora: qual è l’operazione esistenziale che Cordelli compie, quando racconta una storia?
Dichiara subito la propria poetica – ma la richiede, anche, chiede a chi lo legge lo stesso lavoro di circoscrizione del limite che lui ha appena operato –  poi ti dice dove vive, quanti anni ha, che rapporto ha (o ha avuto) coi genitori, con le donne (con gli uomini, con le relazioni insomma) passate e presenti, con lo studio, con la propria città, coi figli (e se non li ha se li inventa), con chi vive nella sua città, con chi frequenta il suo stesso bar, elemento che lo porterà a raccontare dei bar, dei periodi in cui li frequenta (o li ha frequentati), e se vive (o ha vissuto) in una città in cui il bar (come luogo fisico e immaginario) non è lo stesso che a Roma (provate a pensare se il bar sia lo stesso sempre e dappertutto), per lui diventerà un’occasione per parlare della differenza che fa la presenza o meno di un bar, in un quartiere. Un bar, nella vita, come nelle storie.
Tutto, anche qui, fino all’ossessione. Se esiste una poetica in cui la storia, il narrare, sia spesso esaurito nella rivisitazione, nel passaggio descrittivo, nella rielaborazione di certi elementi (sempre gli stessi, quelli che fanno la vita dei suoi contemporanei), certo Cordelli ne è uno dei rappresentanti più esaustivi e rappresentativi.
Torno un attimo sull’onestà: lo so che è una parola che a tanti può rimandare un che di casalingo, nel senso più deteriore, come di un odore di minestra di cavolo, una cosa che sta fra l’intimità eccessiva e la chiusura (di mentalità) un po’ provinciale. Tra Gogol, Pirandello e Deledda. Poco Wolfe (Tom) e zero Easton Ellis, per dire.
Che cosa significa dire di uno scrittore che è onesto? Per Cordelli significa (mi pare) una cosa precisa: una presa di responsabilità che è prima di tutto politica, una dichiarazione di appartenenza. Poche possibilità di barare, quando entri nell’universo cordelliano, ed è per questo che è così divertente. Divertente per gli ossessivi, sia chiaro.
Lo dico, a mia volta, per onestà. Se sei uno (una) per cui la letteratura è solo svago, passatempo, ricerca di messaggi, conforto reciproco o ricerca di esso, Cordelli non fa per te. E’ uno scrittore che richiede la messa in gioco da parte di chi legge.
“Chi sei e da dove mi stai leggendo?”, sembra sempre che ti chieda. E non una sola volta, ma ad ogni libro, e all’interno dello stesso libro, più o meno ad ogni passo. Ti richiede continuamente di star sveglia. Un tipo di narrazione che non puoi affrontare nelle notti di insonnia. “Nella geografia del mondo, quale puntino sei? Come ti vedi? Come vedi il mondo? Che conosci, chi leggi? Che ti piace del mondo? Che cambieresti e che terresti?”, pare sempre che ti domandi.
 E non perché tu, lettore (lettrice) o scrittore (scrittrice) che sia, debba sapere tutto. Debba aver letto e conoscere tutto. No. L’onestà che ti viene richiesta è una dichiarazione di (ir)responsabilità, la più grande. Devi dire chi sei. Devi provare a fare un’ipotesi su di te, sul mondo. Forse sbagliata, forse provvisoria. Ma ti devi buttare. E questo, in un mondo – e non solo quello letterario – in cui puoi continuamente giocare a non capire, o a fare finta di (col rischio che alla fine non ci capisca davvero più nulla) è una delle operazioni più, ripeto, divertenti che possano capitare.
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