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Contro la consolazione

Trovo molto bello, ma soprattutto utile, il pezzo che Franco Cordelli ha scritto per La Lettura, uscito domenica, 10 settembre, con il Corriere della Sera.
A cosa serve la ‘letteratura consolatoria’, quella cioè, che conferma il lettore nei suoi ‘luoghi comuni’, si chiede l’autore? Cosa, detto in due parole, ce ne frega di leggere l’ennesimo romanzo in cui venga (seppure egregiamente) espressa l’idea che ‘i figli e le figlie tradiscono i padri e le madri’, o che ‘i padri e le madri non sono, quasi mai, all’altezza del loro ruolo’, oppure che ‘invecchiare significa esclusivamente affrontare una lunga serie di disagi’, o, ancora che ‘da sposati, prima o poi ci si tradisce’?
La domanda è tanto più necessaria oggi, secondo me, proprio perché la letteratura, e sopratutto i romanzi, vengono continuamente sottoposti a (ri)definizione, per esigenza non solo del mercato (sempre puntuale), ma anche della critica più (o meno) attenta.
E allora: aggiungo un punto alla domanda di Cordelli. La letteratura, dice lui (vado a memoria) è interessante proprio (e solo) quando sia in grado di mostrare posture nuove, far risplendere comportamenti inediti, cose mai dette, punti in ombra dell’esistente.
Ma, chiedo io, non è questa la (prima) domanda, (l’unica) cui un(‘) autore(ice) dovrebbe rispondere, quando scrive?
Le storie non sono ‘sovversive’ proprio (e solo) quando i luoghi comuni disgiungano, proprio (e solo) quando, cioè, mostrino agli esseri umani (ai lettori, alle lettrici) una(più) faccia(e) inedita(e) della realtà?
Il termine (sovversione), in questo caso è mio, ma è di Cordelli l’idea che buona letteratura sia quella capace di muovere contro la ‘conservazione rassicurante’. E, provoco ancora, senza sovversione, esiste la letteratura? C’è, cioè, letteratura, senza sovversione (del luogo comune)?
I romanzieri presi in considerazione (quelli ‘consolatori’) sono, secondo Cordelli, K. Haruf (autore della ‘Trilogia della pianura’, pubblicato in Italia da NN Editore), J.E. William (‘Stoner’, uscito con Fazi), ma anche lo Yates di ‘Revolutionary Road’ (Minimum Fax), così come la Elizabeth Strout di ‘Olive Kitteridge’ (Fazi).

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