Contro il matriarcato. Esercizi del potere femminile (c’entra qualcosa Festen con Carmela Petrucci?)


Un nuovo omicidio di donna, una nuova morte.
E’ stata uccisa a Palermo Carmela Petrucci, 17 anni. E’ stata uccisa perché difendeva la sorella, aggredita dall’ex fidanzato. Apro una parentesi che riguarda il modo in cui procederò nel ragionamento. Per capire come mai continuino nel nostro paese a succedere cose così orribili, vorrei partire dal personaggio di un film.
Credo che spesso un film, la vicenda di un romanzo possano essere più utili nell’analisi di un problema che un saggio sociologico, o un pezzo giornalistico. Ma mi rendo conto di essere in questo, minoritaria. A differenza che in altri paesi, in Italia, almeno da Croce in poi, alle storie non è attribuito un potere di conoscenza e di lavoro sull’immaginario, quanto un carattere di tipo estetico, o di intrattenimento (e quando va bene, di tipo spirituale).
Inutile sottolineare – anche per il poco spazio che vorrei occupare – che è solo un luogo comune il fatto che un articolo, un saggio possano dire, o dicano cose più esatte o più circostanziate che un racconto. Anzi. Spesso il pezzo giornalistico finisce per confermare luoghi comuni e banalità, immerso com’è nella velocità dei vortici informativi. Chiusa la parentesi.
Il film a cui mi riferisco è «Festen» del 1998, di T. Vinterberg, autore danese. Nella storia, durante il compleanno del padre, il quarantenne figlio di una grande e ricca famiglia denuncia il genitore. Avrebbe violentato sia lui che i fratelli, quando erano piccoli. 
Un punto di analisi. Nella storia – così come gli sceneggiatori e il regista l’hanno costruita – risulta subito evidente il fatto che la violenza non sarebbe stata possibile senza il silenzio della madre, la moglie del patriarca.
Torniamo alla cronaca. Carmela Petrucci è stata uccisa a Palermo da un suo coetaneo. Un ragazzo violento e con problemi. Il comportamento di lui è stato orribile, pazzesco, e tanto più lo è stato poiché noi, tutti e tutte noi pensiamo, o perlomeno diciamo di vivere in un paese democratico, laico, una paese in cui le «regole di convivenza» sono ispirate – o dovrebbero – allo sviluppo dell’autonomia, della libertà, alla – in una parola – felicità individuale.
Torniamo alla madre di «Festen». E’ una donna che per tutta la vita ha fatto finta di non vedere e non sapere cosa succedesse in casa. Ha scelto la scorciatoia della falsità per poter sopravvivere. In Italia, attorno a noi, nel nostro ambito, noi, quante donne conosciamo che nella vita privata come in quella lavorativa accettino scorciatoie, accomodamenti, scuse?
Diciamo subito una cosa. In Italia quello della mancanza di lavoro per le donne, è un problema che coinvolge non solo la sopravvivenza di intere classe sociali, ma che va a intaccare la qualità di vita delle singole. In che modo? Pensiamo alla disoccupazione femminile. Ci sono zone del Sud d’Italia dove si calcola che il tasso di non impiego fuori di casa raggiunga l’80%. E’ un dato di fatto che la impossibilità di una autonomia economica induca a sempre una dipendenza di tipo non solo economico, ma anche emotivo, nel caso specifico delle donne all’interno della famiglia e rispetto ai «capofamiglia».
«Se resto sola, che faccio, come vivo?»: l’impossibilità, nel caso delle donne appartenenti ai ceti meno abbienti, di una risposta positiva a questa domanda pone un problema di strutture.
Si calcola che solo una donna su dieci, in provincia di Catania riesca a trovare posto in «case famiglia» (quindi non ad avere una casa propria) nel caso trovi il coraggio di uscire dall’abitazione comune.
Non è meno drammatica, la casistica per quel che riguarda le donne messe meglio economicamente. Ancora adesso, e non solo al Sud, nella maggior parte dei casi – tolta una fascia acculturata di persone, che sta quando va bene sul 7% rispetto alla popolazione totale – una donna che abbandoni il nido, se non per motivi «gravi» sarà considerata una «sfasciafamiglie», a differenza dell’uomo, la cui migrazione è considerata in qualche modo una cosa «normale».
E a proposito della «gravità dei motivi». Spesso da più parti (sui media, sui fascicoletti che distribuiscono nei luoghi di lavoro) si invitano le donne a denunciare le situazione di difficoltà, legate a molestie, o a situazioni di violenza all’interno delle mura domestiche.
Molti però soprattutto fra chi lavora nei media si dimenticano di dire che di tutte le donne che facciano denunce per molestie, la maggior parte – e in ciò dagli anni’ 70, quando l’avvocata Lagostena Bassi faceva filmare i processi per stupro poco è cambiato – subirà un doppio processo. Il primo legato all’esercizio della magistratura, e il secondo – nel caso si arrivi sulla stampa – che riguarda «i dubbi» sulla personalità della donna che ha esercitato il suo diritto.
«Perché non ha evitato di rimanere sola con lui? Perché non ha limitato la denuncia all’ambito lavorativo? Chi è lei? Che passato ha?» queste solo alcune delle domande che vengono poste.
Torniamo alla mancanza di autonomia economica nelle donne. Un altro dato di fatto è legato all’identità di chi non lavora: «Se sono una madre, che farò quando i figli se ne andranno?». 
In questa situazione, riassunto in questa domanda  è contenuto l’ invito a trattenersi in casa, rivolto ai/le figli/e invece che all’autonomia. Un modo per la genitora, di mantenere il potere di controllo che l’esercizio della maternità a volte drammaticamente, assicura.
Lo stesso potere di controllo – legato a un esercizio genitoriale che va oltre le proprie competenze – è simile a quello che tante donne – in mancanza di attività legate al lavoro di fuori casa – svolgono nei confronti del coniuge. Non solo l’eccessiva solitudine, messa assieme alla mancanza di una possibilità di confrontarsi con altre/i, quanto un’idea sbagliata su cosa significhi vivere in coppia, e un’idea errata del proprio ruolo di moglie (compagna), oltre che del rispetto, dell’affetto, creano la falsa idea che il coniuge sia un oggetto di proprietà.
Da qui anche i conflitti con elementi che appartengono allo stesso sesso, con altre donne. Naturalmente il fatto di pensare al/alla coniuge, al/la partner come a una persona che ci appartenga totalmente è una tragedia che riguarda anche il maschile e che drammaticamente lo attraversa, ma che per caratteristiche che ho descritto, si manifesta con molta frequenza anche nelle donne.
Detto ciò, il problema dell’identità (sia maschile che femminile, e su come svolgere il proprio ruolo di genitore) in un paese come l’Italia si pone in termini più drammatici che per altri paesi. Ciò per diversi motivi. Il primo: la velocità con cui il nostro paese è passato da essere territorio agricolo, a territorio industrializzato in poco meno di 50 anni. Basti calcolare che nel 1904 in Italia esistevano solo 4 fabbriche automobilistiche e che il Sud basava la propria economia solo sull’agricoltura e la pesca. Il secondo: il ruolo di mediazione che la chiesa cattolica svolge su molti territori. Mediazione secondo la quale la donna dovrebbe essere, nella relazione, la parte più «paziente».
Mi rendo conto della velocità e della approssimazione con cui sono stata costretta a trattare argomenti che coinvolgono aspetti tragici della cronaca e della vita quotidiana. Il mio è, vorrebbe essere, un invito alla consapevolezza, e alla conoscenza. Poiché credo come diceva Dostoevskij, che le tragedie in natura non esistano. E che le tragedie cominciano quando ci si racconta, e si raccontano, delle bugie. 
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