Conoscenza, e i bambini dotati

(Elizabeth Bowen)
Lettere, rivelazioni sul passato che ritorna, scoperte casuali fatte frugando nei cassetti da bambini molto più svegli della loro età: questi gli elementi presenti spesso nelle storie di E. Bowen, importante scrittrice anglo-irlandese. L’autrice, nata a Dublino nel 1899 e morta a Hyte, nel Kent, a 73 anni, pone la conoscenza come elemento-base delle sue storie, così che potranno cambiare gli strumenti attraverso cui questa si raggiunge, ma identico sarà l’obiettivo di ogni sua narrazione: stabilire la verità. E non importa che questa sia o meno soggettiva – l’autrice non è mai a corto di argomenti – ciò che conta è la richiesta che i suoi personaggi impongono: quella di essere ascoltati. Non è un caso se nelle sue opere come in quelle della molto più nota, Woolf (nata nel 1882 e sua amica) la verità è sempre legata alla giustizia, anche a quella sociale. Contemporanee alle due guerre, sono entrambe osservatrici attente dell’epoca in cui vivono. È invece casuale – più esatto sarebbe dire sperimentale– il genere, o l’incrocio di essi che l’artista pratica in questo libro, che è del 1935. Il «romanzo conversazione» sta assieme al «verbal painting»; pagine di diario – scritte in piccolo – convivono con la terza persona singolare.
In questo La casa a Parigi ci sono due bambini (Leopold ed Henrietta), appartenenti a due diverse famiglie, che devono tornare a (meglio sarebbe dire: devono trovare una) casa. Si incontrano nella casa di Parigi della dickensiana (sorta di immobile Miss Havisham di Grandi Speranze) signora Fisher, una casa che, nonostante la raffinatezza, funge per loro – in attesa che gli adulti dicano quale sarà la loro fine – da rimessa. Entrambi borghesi, entrambi figli di genitori cui possono mancare tante cose – l’equilibrio, la lungimiranza, la saggezza – ma non certo i mezzi, i piccoli vengono sballottati da una casa padronale all’altra, da un pizzo all’altro dell’Europa (dal Regno Unito fino all’Italia, passando per Parigi). E se l’eventuale lettore – la lettrice – si aspetta che molto accada senza che i piccoli se ne accorgano, sappia che non è così. Perché ci sono le lettere che Leopold legge di nascosto, così come le conversazioni ascoltate da dietro le porte da entrambi, a far loro conoscere la verità. Se il loro antecedente più prossimo è la Maisie del bellissimo romanzo di H. James – Quel che sapeva Maisie, 1897 – più dialogata, più chiara, più pronta, più espressaè qui la lingua. Forte è la comprensione che l’autrice esprime nei confronti degli adulti «che sbagliano», e non indifferente il fatto che l’abbandono dell’altro (dell’altra), piccolo o grande che sia, possa avvenire per amore. L’esigenza di conoscere di Bowen si esplica non solo nell’analisi del percorso emotivo dei personaggi, ma anche nel modo in cui la stessa organizza la narrazione. Esponente del modernismo– una corrente letteraria cui viene attribuito un forte interesse per l’oggetto narrativo, al di là dell’oggetto narrato – la Bowen non arriva al punto (come ad esempio fa Woolf nel suo Le onde, 1931) di perdere di vista il rapporto con chi legge. Un romanzo importante questo, da anni esaurito in Italia. La mia edizione è quella pubblicata da Essedue nel 1995. Il libro è stato curato da Maria Stella, che ne ha anche realizzato (con Serena D’Alisera) la traduzione.  Neri Pozza ha da poco intrapreso una ristampa delle altre sue opere.
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