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Come si attacca bottone a Roma

I miei pezzi forti sono i cani e i libri. Ma a Roma, a pensarci bene, i cani sono il pezzo forte un po’ di tutti. Se una ci pensa un po’, va a a finire che sono i cani che scelgono la strade che dobbiamo fare – che facciamo – le persone con cui ci dobbiamo fermare, e in qualche modo anche quello che ci dobbiamo dire.

“Dove l’avete trovato?”, “Chi lo ha scelto?”, “Era abbandonato?”, “Quanti anni ha?” “Vedo la barbetta” “E’ un po’ troppo grossa (magra) che le da da mangiare?”.

Poi, “Ciao, arrivederci!”, e via, per non vedersi forse mai più. Non ho detto che in altre città non si attacchi bottone tramite i cani, dico solo che a Roma, come forse in poche altre città italiane si può parlare una cosa tipo un’ora, o anche di più, con una persona che forse non rivedrai mai più nella tua vita. A me è successo un sacco di volte.

Coi libri è un po’ diverso. C’è una selezionale naturale. Normale. Se attacchi bottone con qualcuno, qualcuna che ha in mano un libro, devi sapere almeno come è fatto.

“Che leggi?”, mi successe col mio ex marito, eravamo a Siena, però. Stemmo assieme dieci anni. Aveva in mano le poesie di Williams, e Broch, Hermann Borch, Edizioni Einaudi.

Però oggi, se attacchi bottone per via dei libri è più facile anche che ti scambi l’indirizzo facebook. Lo capisci da come una, uno parla se sta improvvisando, che sa, se sta perdendo tempo.

“Mi chiamo così e cosà.” “Lo conosci quel libro?” “E quella libreria?” “Ma anche tu sai di quei libri a metà prezzo?” “Scusi, vorrei leggere”. No, non si può dire.

Ci sono poi due modalità di approccio, in una città come Roma, che sono riservate esclusivamente alla gente più povera: a quelli cioè che non hanno, né cani, né tanto meno libri. E includono, i mezzi di trasporto (“E’ arrivato?” “Sta arrivando? “Signora, ce l’ha sul telefono?” “No, non ho Internet sul telefono perché sono internet dipendente, e quindi quando esco…”. Mi interrompe. Vuole sapere se arriva l’autobus. “Può controllare lei, signore?” “Non passa mai” “Ieri ho aspettato un’ora”), e malattie (“Ohi, ohi che mal di schiena!” “Oggi c’è il sole, meno male. L’umido mi incricca” “Ahia, il vento mi dà il mal di testa, e a lei?”).

Naturalmente non è detto che le modalità di approccio si presentino nella loro forma singolare. Ci può essere un incrocio di fattori: che ne so, una persona povera può anche essere una grande lettrice, e anzi, trovare alla fermata dell’autobus, o su una panchina ai giardinetti la modalità per parlare di Galsworthy, Il possidente. Così come una persona ricca e benestante può presentarsi invece con le fattezze di chi si lamenti del mal di gola. Cosa che ti verrebbe da dire, “Signora, ma una visitina in farmacia a comprare il Tantum Verde, invece di sfracassarle a me?”. Ma niente, lasci perdere.

Ieri, colmo dei colmi, mi è capitata persino una coppia di inglesi. Madre e figlia che, ferme fuori da Villa Borghese, cercavano un modo di arrivare a Piazza delle Tartarughe. Però la figlia stava male. Era bianca pallida, labbra viola. Aveva vomitato.

“A piedi non si può, è lontano…”, ho loro detto.

Nessuna delle due leggeva, però non avevano nessuna voglia di prendere l’autobus. Abbiamo cercato un taxi, non ci siamo riuscite, sono andate a piedi a prenderlo da Piazza del Popolo: alla fine la ragazza si era ripresa e non stava più tanto male. Non gli ho chiesto se avessero cani. Non è una cosa così assurda. Non sono pochi gli americani e le americane (o i francesi e le francesi, pure) che chiedendo notizie della mia, (“Come si chiama?” “Quanti anni ha?” “She’s so cute!”) non mi raccontino poi di loro bestiole lasciate dall’altra parte della terra, with my mother, my sister.

E io me le immagino, le cane dai mantelli pezzati, ferme davanti al cancello di qualche casetta ai confini dell’Oklahoma,  ad aspettare la padroncina Sally che torni dall’Europa, la bocca aperta per il gran caldo (o attorcigliata su un cuscino per il freddo). So cute.

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