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Come eravamo



Sotto, la relazione che ho fatto – come Delegata del Presidente Primo Municipio, a Roma, Orlando Corsetti, per il Diritto all’Abitare – l’11 febbraio 2010, a un seminario di Rifondazione.

Più che parlare della nostra attività parlerò dell’impossibilità di esercitare la nostra attività. Cosa che ci accomuna a tutto il Movimento romano di lotta per il diritto all’abitare. Due sono gli elementi che non ci permettono – o non ci permettono come vorremmo – di esercitare il nostro, e l’altrui diritto a un abitare e a un vivere civile. Da una parte la marginalizzazione del nostro ruolo e delle nostre figure, e dall’altra un riconoscimento formale, di natura istituzionale anche se vogliamo, ma uno svuotamento nella pratica. Spiego la prima cosa. Tutti sappiamo che cosa dice, e come parla un giornale come Il Messaggero, per esempio, delle lotte per l’affermazione dei diritti. 

I comportamenti vengono descritti come para-delinquenziali. Molta stampa – come il Messaggero, appunto – è di proprietà dei costruttori, e considera, con più o meno malafede, la richiesta di diritti legittimi come un fastidio alle istituzioni, alla città, e all’organizzazione sociale in generale. 
L’altro elemento. Può anche capitare che ci si trovi ad esercitare un ruolo istituzionale. Per esempio i Municipi prevedono la possibilità di svolgere consulenze per la Presidenza a proposito del diritto alla casa, e io stessa, in questo momento, agisco come Delegata del Presidente. Il Presidente (e quindi la Delegata) del Municipio può intervenire – deve, mi verrebbe da dire – per tutto ciò che riguarda i disagi che ci sono, sul territorio sul quale opera. Nella pratica però, questi ruoli sono svuotati del loro potere. 
Capita continuamente di sentirsi dire, “Lei chi è? Io non la riconosco!”, quando si va a dare una mano per un picchetto, per assistere uno sfratto, quando in generale si cerca di svolgere una funzione di controllo – perché questo dovrebbe essere – sul mancato esercizio di un diritto. Questo atteggiamento (il non riconoscimento) è sia degli ufficiali giudiziari (per ciò che riguarda i privati), ma anche, drammaticamente, degli enti pubblici, quando vi siano coinvolti. Un esempio: da due mesi nel nostro municipio, l’Ater – ente pubblico regionale di edilizia popolare – svuota gli appartamenti di sua proprietà con modalità che definire fascista è poco. 
L’ente non avverte la famiglia che occupa l’appartamento, che procederà allo sfratto. Avverte solo gli assistenti sociali, un paio di giorni prima. Quest’ultima cosa probabilmente la fa per due motivi. Il primo: non venire denunciati se alle persone dovesse succedere qualcosa. E il secondo: sostituire al diritto l’assistenza pubblica. Il discorso che fa è questo, e l’ha detto in modo esplicito: “Se sei povero e occupi, è giusto che io ti levi la casa per omaggio alla legalità, ma è anche giusto che per carità umana tu non ti ritrovi proprio sotto un ponte.”. Siamo alla carità. Da un giorno all’altro ci si ritrova per strada. Gli addetti dell’Ater, accompagnati da una polizia che è stata istituita apposta (chi sono? un corpo privato?), si presentano la mattina davanti alla porta e chiedono infatti di lasciar libero l’appartamento (appartamento occupato magari da dieci, quindici anni). Quando va bene si riesce ad ottenere un mese, per sistemare la propria roba, e per trovare un’altra sistemazione. In molti casi fuori dall’appartamento c’è già pronto un camion dove viene caricata la roba. Da un’ora all’altra le famiglie vengono smembrate. I padri da una parte. Le madri coi figli dall’altra. Questo, dopo che per dieci, quindici anni, ripeto – da tanto, più o meno, queste persone risultano occupanti – il Comune seppure indirettamente, ti ha riconosciuto un diritto. 
Non avere una casa significa non poter vivere. Perché una casa non è solo un tetto sopra la testa. Ma come diceva efficacemente bell hooks – nota femminista nera americana, impegnata per l’affermazione dei diritti civili – una casa è il posto dove puoi ritrovare te stessa e i tuoi cari. Non avere una casa significa non poter lavorare, perché non puoi andare agli incontri per averlo il lavoro, senza lavarti. Né puoi dare come numero di telefono quello dell’ente di assistenza che ti ha accolto.
Ma la domanda a questo punto è. Perché succede tutto questo? Parlo dello svuotamento dei ruoli di chi combatte, della marginalizzazione della lotta, e anche degli sgomberi attuati con queste pratiche becere. Perché il diritto a una casa non è considerato un diritto primario nei fatti, in questo paese? In generale, in Italia, in tutta l’Italia si è ingabbiata un’intera classe sociale, un intera generazione, con l’offerta – fatta negli anni scorsi dai governi di destra come di sinistra – e l’invito a comprarsi una casa. Oggi in Italia il 75% delle famiglie ha una casa in proprietà. Ma questo dato non descrive un fenomeno positivo, in termini di qualità della vita. Siamo in un paese bloccato. 
Se infatti devi pagare 700 euro di mutuo, in certi casi lavori quasi solo per pagarlo. E sto parlando dei casi in cui va bene. Di gente che riesce a tenere testa al proprio impegno. In molti casi non si riesce a tenere fede all’impegno assunto, e la casa viene requisita. Sto parlando, ripeto, comunque di persone che hanno un lavoro, e che hanno potuto accollarsi un debito. Persone che hanno goduto della fiducia di una banca. Che cosa succede invece per chi queste possibilità non ce le ha? Veniamo a Roma. Per come è fatta le città, per le sue caratteristiche storiche, a Roma il problema della casa ha dei connotati assolutamente particolari. I costruttori romani sono una classe che ha dato da scrivere a fior di autori, romanzi e sceneggiature. Si caratterizzano, i costruttori romani, dal dopoguerra in poi, per la voracità, per il disinteresse di ciò che è l’interesse pubblico, per la complicità col potere. A Roma, l’interesse dei costruttori viene prima del diritto a una casa. L’intreccio fra potere politico – di destra e di sinistra, Veltroni è stato uguale ad Alemanno, che è uguale a Rutelli – e interessi personali è fondativo dell’economia della città. 
Importa poco alla politica sia dei diritti dei singoli ad avere un tetto, così come gli importa poco di “disastrare una città già disastrata”. Questa bella frase è stata espressa da un poeta inglese, subito dopo la guerra, guardando a Londra, e pensando a come sarebbe stata ricostruita “male”. Per noi il fenomeno è continuo. La guerra dico, che di guerra come vedrete, si tratta. L’unica richiesta, l’unico fenomeno reale che il potere politico proponga a proposito della mancanza di case è, “Costruiamone altre!”. Senza nessun rispetto per le richieste dei Comitati territoriali – richieste fatte da cittadini – per le proposte dei Municipi, per gli inviti che vengono fatte dai singoli cittadini. Cubature vengono scambiate con pezzi di verde dell’agro romano. Speculazioni che hanno come unico fine l’interesse dei privati, sono l’unica proposta concreta per un problema che è enorme. A Roma, per certi settori di popolazione, il problema della casa non è un fenomeno da tempo di crisi, è, ripeto un affare da tempo di guerra. Come definireste voi il caso che ho appena descritto delle persone “deportate” via dalla loro abitazione? Ripeto, dopo quindici anni, si ha un diritto acquisito, non dico a rimanere in quella casa, ma almeno a essere trasportati in un’abitazione diversa, non in un Centro di Accoglienza. E invece che succede? Da un giorno all’altro arriva un camion e ti svuota di tutto. 
Io credo che, per questo caso specifico, per queste persone, si debba fare una denuncia alla Corte Europea dei Diritti di Strasburgo. Si tratta di un vero e proprio caso di razzismo istituzionale. Credo che il far sapere in Europa – in un contesto in cui l’edilizia pubblica è al 19%, a fronte di quella italiana che è del 4% – che in Italia succedono queste cose, possa dare dei frutti. Se non nel riconoscimento del diritto, possiamo almeno sperare nella diffusione dell’informazione. La denuncia, su quale sia la situazione dei diritti in Italia, potrebbe allargare la nostra rete di relazioni al di fuori del nostro paese. Che il potere invece di risolvere l’emergenza tenda a crearla, è un fatto. Che il conflitto che viene fuori fra soggetti portatori di diritto, istituzioni e interessi privati serva alla politica è un fatto. Chi può negare che persone avvilite, incazzate, frustrate tendano a non votare, o a votare a destra? 
Chi può negare che la “guerra fra i poveri” – e la mancanza di case, così come la mancanza di posti negli asili nido, per esempio, sia una delle situazioni in cui la guerra fra poveri può essere ed è più violenta – serva al sistema? La guerra fra i poveri favorisce le classi alte. Alimenta i favoritismi e la corruzione. E io non credo che sia casuale. La denuncia sociale e giuridica, quindi come uno dei rimedi. 
Altri rimedi. Credo che dobbiamo sensibilizzare l’opinione pubblica su come vengono gestiti i soldi destinati al diritto all’abitare. Credo che pochi cittadini sappiano che i soldi che loro spendono in tasse vengono usati per finanziare ricchi possessori di residence. Credo che fare dei volantini, fare una informazione capillare su come i contributi vengano utilizzati per andare ancora a finanziare la rendita possa servire. Soprattutto bisognerebbe dire, “Perché a te le istituzioni chiedono di comprare la casa, di averla in proprietà, ti chiedono di bloccare la tua vita per trent’anni, e loro invece il patrimonio pubblico se lo svendono?”. E’ chiaro che la proprietà pubblica serve a far abbassare i prezzi. Perché la eliminano, se ha anche una funzione positiva? Se ho 400 appartamenti (pubblici) che affitto a 350 euro, difficilmente 1000 privati potranno affittare a 1000 euro. Dovranno, per un fenomeno di mercato, rimanere più bassi. Quanti cittadini lo sanno? Dobbiamo farlo noi. Informare quindi, sensibilizzare. Ancora. Vogliamo un censimento sul patrimonio pubblico – e anche su quello privato. Vogliamo sapere quante sono le case lasciate vuote. Non c’è bisogno di costruire, ancora, sui parchi pubblici alle porte della città. Ci sono 200.000 case lasciate vuote a Roma. Se si affittassero, il problema del disagio abitativo sarebbe quasi del tutto risolto. Sono 30.000, le famiglie, in graduatoria, in attesa di una casa popolare.
Allora la proposta qui è di aumentare le tasse per chi non affitta, e di diminuirle per chi affitta. Il ragionamento va fatto per ciò che riguarda i piccoli proprietari, ma sopratutto per i grandi. La Chiesa è il maggior proprietario privato del Comune di Roma. E moltissimi appartamenti li lascia sfitti. Dobbiamo richiedere maggiore coinvolgimento e potere decisionale per i Municipi. La requisizione. La possibilità per i presidenti di Municipio di requisire in caso di “emergenza sociale” gli appartamenti sfitti. Personalmente ci ho provato. Abbiamo tutti e tutte bisogno di aiuto.

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