url-5-1

Colta, intelligente, privilegiata, scrittrice italiana offresi.

Colta, intelligente, privilegiata. Angela Bianchini nasce a Roma nel 1921. Qualche anno dopo, a causa delle leggi razziali – è di famiglia ebrea – sarà costretta a rifugiarsi negli Stati Uniti. Studierà il francese, amerà la letteratura, la conoscerà, sarà allieva di Leo Spitzer. In Italia, nel 1962, grazie all’interessamento di Romano Bilenchi e Mario Luzi, esce il suo volume “Lungo equinozio”.

Se negli anni sessanta l’Italia fosse stata diversa – ah, signora mia, se il ceto intellettuale fosse stato un altro! – l’analisi che fa Bianchini, in questo libro, del nostro paese, avrebbe un ruolo di primo piano, ancora oggi. Invece, non rimase nelle storie letterarie.
Lo so – chiunque conosca solo un po’ di storia sa – che la storia non si fa con i se. Eppure, tutte le volte che si incontra qualche bel libro, passato totalmente inosservato, qualche autore che avrebbe meritato un diverso rilievo, viene da chiedersi cosa sarebbe successo se. Cosa sarebbe successo in Italia, se.
Cosa saremmo oggi?
Certo, in una immaginaria cartografia dei romanzi italiani degli anni ‘60, troveremmo il libro “Lungo equinozio” (Lerici, 1962).
Per temi, prospettive, ambienti personaggi, passioni trattate sarebbe – detto senza paura di essere smentite – di fianco a “Le piccole vacanze” (uscito nel 1957), di Alberto Arbasino, al quale assomiglia. Simili, in qualche modo, anche le vite degli autori.
Bianchini ha nove anni in più ma, come Arbasino, ha la possibilità di studiare, appartiene a una famiglia che ha mezzi, va all’estero, ed è appassionata di letteratura. Eppure.
“Lungo equinozio” che è, come dicevo, del 1962 è, a mio parere, un libro importante. Milanesi (o americani) in vacanza, romani che si occupano di cultura, borghesi ricchi con le seconde case, pensioni all’estero, la lettura di Katherine Mansfield, la conoscenza – non esibita – della letteratura angloamericana sullo sfondo.
La lingua è colta, antiletteraria, di chi sia abituata – e abbia dimestichezza con altre lingue, con altri modi – a tradurre.
I temi: l’emigrazione italiana (quella colta, intellettuale, europea) verso gli Stati Uniti degli anni trenta; la vita di coppia; il lavoro degli uomini e delle donne. I personaggi: donne, soprattutto (che criticano l’Italia del dopoguerra, non la subiscono) che fanno scelte difficili, che rinuncino o meno all’indipendenza; gli uomini sullo sfondo.
Nel libro ci sono tre racconti: “colgono in tre momenti distinti la vita di una stessa donna”, dice la presentazione. Se nel primo e nel terzo ciò risulta evidente, e non solo per l’uso della prima persona, nel secondo – narrato invece in terza – viene in mente che la protagonista abbia voluto narrare una storia, in qualche modo, esemplare.
Titolo: “Il giorno dell’indipendenza”.
In una pensione, sulla spiaggia della Virginia, nella provincia americana, convivono uomini e donne – e con loro, la protagonista – per un breve periodo di tempo. Distratti dall’arrivo di una coppia di sposi, vedranno la vita di questi interrotta – il 4 luglio, giorno della Festa dell’Indipendenza, quando il racconto finisce – dalla morte di lui. Resta al lettore, alla lettrice l’incarico di scoprire se sia stata la moglie, e se sia, in qualche modo, davvero morto. La sospensione del giudizio viene dal fatto che, quando il racconto finisce, l’uomo semplicemente non si è svegliato, nonostante che sia ora di pranzo, e la moglie si trovi già al mare dalla mattina presto. Non è che un’ipotesi. E in questa maniera di portare avanti la storia, come in altre trovate simili a questa, sta la bravura di Bianchini. Lei potrebbe averlo ucciso, quindi. E se sì, perché?
Perché l’uomo – quest’uomo, detto anche lo sposo – è un violento. Uno di quelli capace di dire: «Le donne, ogni tanto, bisogna lasciarle perdere. Poi ti vengono a mangiare in mano come caprette…». E la sposa, è sì, all’apparenza una fragile, una che subisce. Ma di quelle capaci, alla bisogna di esagerare con l’antidepressivo nel bicchiere. Qualità, questa ultima, che potrebbe dare, all’improvviso, una svolta inaspettata alla sua vita.
Il tutto è raccontato con un tono sommesso, come di cosa poco importante. Ciò che conta è la vita, appunto: come si svolge; le ingiustizie secondo le quali è organizzata; chi lascia fuori, tramite esse, e perché lo fa.
Nel «come si vive» ci sono le cose materiali: come si abita, con chi, da quanto; come si lavora, con chi, seguendo quali istinti – quello economico, quello dettato dai figli, dal benessere, dalla famiglia, o cosa? – e persino gli spostamenti che il lavoro, la vita, comporta; come ci si guadagna da vivere. E il modo in cui da ciò derivi tutto il resto.
Da queste descrizioni, fatte con l’occhio di chi abbia vissuto all’estero, la Roma che ne viene fuori, è inedita. Anche – se mi è concesso il termine – un po’ sfottuta.
Prendiamo adesso il primo racconto: “Gli oleandri”.
L’occasione di raccontare è data, (alla voce narrante) dalla morte di un’amica di infanzia. La protagonista viene a saperlo quando torna in Italia dagli Stati Uniti, dove è stata sposata, e dove ha deciso di separarsi. Torna single, ed è così che riprende le antiche conoscenze. Scopre da loro che Orietta, la bella e corteggiata in gioventù – con una madre sospettata di fare le marchette coi gerarchi fascisti, durante la giovinezza – è morta. Ancora vivi la madre e il padre.
Le colpe dei genitori ricadono sui figli? Certo che no.
Ma certo è che un’adolescenza vissuta male, può lasciarti in carico un qualche desiderio di morire prima del tempo.
Anche nel terzo racconto, “Lungo equinozio” – da cui il libro prende il titolo, e che si svolge, anche questo, in una pensione, al mare – la protagonista ritorna. E’ il posto dove andava in vacanza da bambina, prima della guerra. Ritrova la borghesia che aveva lasciato partendo.
Sono vite amareggiate, di donne deluse, quelle che descrive. Anche qui la figura di una madre, La signora F. che sembra in qualche modo scontare la vita che ha fatto in gioventù. E se ha i tratti del volto appesantiti e il giro vita aumentato, non è tanto a causa della menopausa incipiente. Vediamola:

“Quando la conobbi, la prima volta, voglio dire, lei doveva avere meno di trent’anni e io, poco più di dieci. Ma quel che ricordo di lei non è certamente l’età, a quell’epoca mi pareva immensamente giovane e immensamente vecchia al tempo stesso, ma un’impressione di colori caldi, dorati, luminosi. Colore ce n’era tanto, in quella pensione di mare, fra pini e colline, e cielo azzurro di luglio, e, tuttavia, forse per la monotonia dei visi anziani o infantili che mi circondavano, lei sola mi appariva come una macchia fiammeggiante. Quanto tutti avevano già finito di mangiare e, ben ravviati e lavati nei vestitini freschi di cotone, si avviavano verso la sdraio sotto i pini, a sorseggiare il caffè, a fare la siesta, o a giocare a nascondersi, sempre secondo l’ età, si capisce, ecco entrare lei, maestosa, tutta chiara, ondeggiante sugli zoccoli alti. Portava ancora la rena attaccata ai piedi e alle gambe, quelle gambe, che, come osservai dopo, erano alte e sfinate, vere gambe da bella donna, e, nel fresco dei pini, quella sua entrata sembrava contenere in sé tutto il calore panico del meriggio solare e marino, ricordi di bagni lunghissimi e voluttuosi, quali noi bambini non ci sognavamo neppure, e immagini di riposi al sole, con tutta quella bella carne esposta alla sabbia, al vento, al mare. Mi disse più tardi che, al suo entrare, i pochi uomini, i mariti delle signore, la fissavano con uno sguardo inequivocabile, e che le donne volgevano invece ostinatamente gli occhi altrove”.

Come per certe protagoniste americane, che Bianchini conosce bene – come esperta di letteratura – forse la causa vera di quel disfacimento è, sapremo dopo, l’ansia.
Sua figlia, la Bamba, fra tanti, ha scelto come amante, il Branca: lo stesso uomo che ama lei. Il marito della donna – il padre della ragazza – fa vita a sé ormai da molto tempo. Non sa, non vede nulla.
Ciò che impressiona in questi racconti, al di là dell’italiano di cui abbiamo parlato, è la modernità dei temi e il modo in cui sono affrontati. La consapevolezza e la coscienza con cui sono descritti, ne fa delle storie troppo avanti – come si diceva una volta – per l’epoca. Bianchini, nell’Italia degli inizi ‘60, parla di divorzio, tradimenti, aborti, di rapporti fra genitori e figli, con rispetto e consapevolezza, in un modo che bisognerà attendere qualche anno, per poter comprendere.

  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *