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Che facevate, quando eravate ragazzi? (1)

Il brano riprodotto sotto è l’inizio di un romanzo che ho pubblicato nel 1995, e che mi è molto caro. Si chiama Quando cresci in un piccolo paese. Il titolo è la traduzione di un pezzo di Lou Reed del 1990 (Smalltown, o When you grow up in a small town). Il libro uscì con Transeuropa, la casa editrice che aveva fondato Pier Vittorio Tondelli, il bravo scrittore e amico, che a quell’epoca era morto da poco.
Lavoravo da Mario Schifano, quando l’ho scritto. Lo aiutavo a rimettere a posto l’archivio, di giorno. La sera, ogni tanto, mi vedevo per le riunioni di Luogo Comune, una rivista che ebbe vita non troppo breve, con Franco Piperno, Paolo Virno, Carla Casalini, Benedetto Vecchi, Andrea Colombo, Gianni Giannoli, Lucio Castellano (qualche volte mi ricordo di aver visto anche Bia Sarasini e Ida Dominijanni), Massimo Ilardi. Oppure, se stavamo a Roma, andavamo alla vineria di Via del Governo del Vecchio, da Giancarletto.
Quando il libro uscì ero convalescente da una storia di cronaca che mi aveva fatto quasi ammalare. Ma non è di questa che voglio parlare.  
Il romanzo, racconta la storia di un padre che un bel giorno, decide di mollare tutto (la sua vita da benestante laureato milanese), e di sopravvivere, spendendo il meno possibile, con il poco che la moglie, affermata regista teatrale, è disposta a passargli. Lui crescerà il figlio comune.
In realtà la donna (che è ancora innamorata del marito) spera che lui, stretto fra i pochi soldi, e l’accudimento del figlio, torni a casa. Ma l’uomo, che col bambino si diverte, ricorre a un sistema banale per sopravvivere. Ricorre cioè, alla legge. E, aiutato da un welfare allora non tragico come quello attuale, ce la farà.  Siamo nel 1994. Livio si risolve, pur di non tornare a casa, a fare l’equo canone
La legge, per chi non se la ricordasse, prevedeva che i costi delle abitazioni fossero proporzionati agli stipendi, e non sganciati come avvenne dopo, in un mercato autoreferenziale. Tutta una serie di criteri interveniva a stabilire quanto dovesse costare un appartamento (fra questi, erano considerati centrali: la posizione dell’appartamento, ma anche lo stato di manutenzione, e altri indici riferiti al territorio dove il bene era situato).  Mi sembra veramente storia! Ora che tutto questo non c’è più, mi diverte rileggere di un uomo che, per ribellarsi, deve solo andare davanti a un magistrato a farsi notificare di aver diritto a una casa a poco prezzo, e di averne diritto subito. Operazione che gli riuscirà. La padrona, che prende i soldi in nero, deve dargliela a un prezzo accessibile a tutti. 
Dopo la battaglia (che passa dall’incontro con gli agenti immobiliari, attraverso le visite agli appartamenti, la scelta, e il dovere di dimostrare che la padrona prende in nero molto di più di ciò che dichiara) Livio avrà una casa, per sè e per suo figlio, a Roma. 
Mi piaceva Gadda, allora come oggi. Mi piacevano Palazzeschi, Dostoevskij, la Morante, Testori e Parini. E il cinema pure. Mi piacevano Scola, Pietrangeli, Petri, Rosi. Ma anche Fassbinder e Moretti. 
La condivisione di un’epoca, come di un pezzo di storia, uno dei libri che ho amato di più scrivere. 


Febbraio, ’92

“La gente ha paura della povertà, anche noi poveri, che pure dovremmo esserci abituati. Come quando sei vecchio. Non è come si racconta. Non è vero che è una cosa che piano piano accetti. E’ umiliante. Lo è perché non puoi farci niente. Devi accettare e basta, ecco in che cosa consiste l’umiliazione. ‘Lavora! Datti da fare!’, così qualcuno dice, convinto che in questo modo chi è povero possa uscire dal suo stato. Ma invece non è vero. Non è vero niente. Se davvero vuoi cambiare la tua condizione di miserabile infatti non devi fare altro che abituarti a un preciso modo di vivere. Il modo che è spesso tipico dei prepotenti e dei cattivi. Non sto dicendo che tutti i ricchi sono prepotenti e neanche che tutti i ricchi sono cattivi. E’ vero però che contro la povertà non ci sono, per adesso, serie alternative. Esiste un modo di vivere, dei ricchi, che è spietato. Così come è spietato il modo di vivere di quelli che ai ricchi vorrebbero assomigliare. E d’altronde, la cattiveria deve esserci per forza, se no la ricchezza non starebbe più tutta da una parte e potrebbe essere divisa, oltre che inseguita. Che cos’è la ricchezza? Una cosa di mezzi, ma soprattutto una cosa di testa. Che cosa fa, infatti, il ricco vero? Passa tutto il suo tempo a usare quello che può (e quante più cose può, soprattutto). Con la testa però pensa ad accumulare e a mettere da parte.  Tutto. Anche quello che subito magari non gli serve ma potrebbe venirgli utile in futuro. E non importa quando. Non importa il fatto che mentre lui non usa quello che ha, qualcun’altro potrebbe usarlo al suo posto (case, barche, soldi…). I ricchi, magari disperati, ma ricchi, sono proprio quelli che, con la testa, vogliono tutto per loro.
Più fessi ancora, quelli che ai ricchi vorrebbero assomigliare. Questi passano tutto il tempo che hanno usando cose che non potrebbero – perché non le hanno pagate – e subendone poi le conseguenze (usura). Con la testa, intanto, pensano a tutto quello che potrebbero usare e possedere se fossero veri ricchi. E così non si godono neanche quello che hanno preso senza avere la possibilità. E’ chiaro quindi perché, gente che ragiona così, non può essere buona. I primi perché se fossero davvero buoni diventerebbero subito poveri, e i secondi perché se lo fossero, non si sposterebbero di un millimetro dal loro stato reale. Dal loro stato, cioè, di poveri. Come tali, è da sottolineare verrebbero insultati da tutti, parenti compresi” 

Ecco cosa ho scritto per tirarmi su il morale e ci ho aggiunto pure che 

“…queste non sono cose da libri, degli insulti, questo è successo a me…”

solo che poi ho visto una tarma passare sul tavolo e l’ho schiacciata col biglietto da visita che mi ha dato la signora Paola Mencaroni, dello Studio Immobiliare MD, via Pinciana, 42. Tutta questa roba sulla povertà, e anche quella dopo, l’ho scritta subito dopo aver parlato per telefono con quella fessa della padrona di casa. La scema mi ha insultato. Cioè, io le ho chiesto di farmi stare qui ancora per tre o quattro anni. Volevo dirle che mio figlio sta facendo adesso la prima elementare, e così arriveremmo in quinta. 
“A quanto?”, ha chiesto lei, senza lasciarmi spiegare.
“Che vuol dire, a quanto?”
“Quanto intenderebbe darmi d’affitto?”
“Non lo so. Adesso sono quattrocento. Si potrebbe fare seicento”
“E come mai?”
“Come, come mai?”
“Come mai non può pagare di più? Conosce i prezzi del mercato?”
“Certo che li conosco…” mi sono messo a ridere. Ho fatto l’ironico. Maledetto a me. E sì che non lo faccio mai. Mi stanno sulle palle quelli che la buttano sempre sul comico. Ci sono delle volte in cui non c’è niente di cui stare allegri, e si corre il rischio di essere ancora più patetici degli infelici, di quelli che ogni tanto piangono.
“Sa, sono povero…”, ho continuato. Che cazzo mai avrò avuto da ridere?
Quella ha cominciato a gridare, dall’altra parte, come se le avessi detto che volevo piazzarmi gratis a casa sua. 
Si è messa a urlare! A sbraitare! Mi pareva di essere il protagonista  del cartone animato Alice nel paese delle meraviglie, il pezzo in cui la Regina vuol fare tagliare la testa alla ragazzina e urla alle guardie, “Tagliatele la testa!”.
“Ah, si povero? Sono io povera, ma di spirito, a continuare a parlare con uno come lei! Ma che modi sono? Se proprio vuole fare il furbo cerchi almeno una scusa passabile! Povero… ma lasci perdere…quelli come lei, altro che poveri! Sono solo dei parassiti!”, così ha detto col suo accento da torinese che sta a Roma da trent’anni. E’ stata zitta un attimo, poi ha ripreso, “…perché io lo so, sa, che a lei il suo bel milioncino al mese qualcuno glielo infila, sotto la porta!”
“Ma senta!”. L’ho interrotta.

Quando cresci in un piccolo paese, Transeuropa, 1995

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