images.duckduckgo

Ce lo chiedono da più parti: e allora, sia! GODIAMO (#paroleorrende)

 

Una riflessione sui toni trionfalistici che tengono (SEMPRE) gli organizzatori di eventi culturali, in Italia, oggi 2017 (“Ce l’abbiamo fatta!”, “Eh, sì. Siamo stati bravi!”, “Non potevamo fare di più”, “E comunque siamo stati meglio degli altri!” “Adesso vedrete!”).
Che si occupino di cinema, libri, televisione, fateci caso: sono sempre stati, BRAVISSIMI, hanno sempre ottenuto il massimo dal loro STAFF (mi chiedo se esista, fra le #paroleorrende una parola più orrenda di questa!); hanno sempre lavorato 36 ore al giorno; hanno sempre sacrificato i loro interessi personali, a favore di quelli pubblici; sono sempre stati TRASPARENTI e INGENUI come mamma li(e) ha fatti(e); sono sempre amichevoli e compagnoni(e), sulla carta, naturalmente (“Ma che pretendi?”).
E più gestiscono soldi pubblici (e che li gestiscano bene davvero, o male, non importa, non teniamone conto, non adesso, a un’altra volta l’analisi effettiva delle rassegne!), e più il tono è quello di chi ha portato a casa UNA VITTORIA STRAORDINARIA.
Tutto ciò nello sconcerto del povero lettore, (lettrice) spettatore (spettatrice), costretto a “godere” (“Sii contento(a), meglio non potrebbe andarti, di che ti lamenti?”) di spettacoli la cui forza si misura con un solo criterio: “C’era questo!” e “C’era quello”.
Che si stia tutti affollatti come canini rubati e in attesa di affidamento in uno stanzone; che la lectio magistralis si trasformi in uno show di dieci minuti; che si facciano ore o ore di fila; che ci vengano appioppati spettacoli al limite del tollerabile, non ha nessuna importanza. Una sola cosa conta, ed è: “Ma come? C’era il… ma come, non lo conosci? La…MA E’ FAMOSOOO! E’ FAMOSAAA”.
Oh, intendiamoci. Questo ci potrebbe anche andare bene: se alla “famosità” corrispondesse poi la qualità. Non voglio fare l’ennesima volta l’esempio del povero Veltroni (e in veste di “regista”, e in veste di “scrittore”), e di tutto quel che ne consegue. Sull’educazione dei nostri(e) fanciulli(e) su cosa (davvero) sia, la qualità di un testo o di un film.
Un’altra cosa.
A volte, gli “elementi” di cui “godere” (aveva ragione Nanni Moretti, che#parolaorrenda! anche questa), cari Organizzatori(ici), Presidenti(esse), Direttori(ici) sono oggettivamente poco interessanti. Non ce li raccontate. Non ce ne importa nulla.
“Patrocinio della Nestlè!” “Sarà presente il TEAM – altra #parolaorrenda Mondadori!”, gridate, sui vostri comunicati, (meglio: FATE URLARE! chi lavora per voi, a noi, che sordi ancora, forse per poco, non siamo).
Sarebbe da rispondervi: “Ma che ce ne fotte, scusi, che ci sarà Mondadori?”. Che caspita ce ne importa?
Capisco “lo sforzo ecumenico”, capisco pure un Papa (Bergoglio) che fa scuola. Ma, una cosa sono i “produttori” (di cultura) e un’altra sono i fruitori. E se, a volte, le due figure si sommano, non sempre si sommano gli INTERESSI. Ho capito che siete POLLI, ma diamine, almeno sta regoletta minima la conoscerete pure voi, no? E se no: state facendo il lavoro sbagliato!
Cambiate. Un’altra cosa ancora, e poi chiudo.
Da un po’ di tempo, per partecipare (“come pubblico”), anche a iniziative di gestione “quotidiana” (chiamiamola coì, va bene?) è richiesto un contributo economico. E la cosa fa scuola. Guardate: persino per le presentazioni di libri (al bar!), ormai, è richiesto un CONTRIBUTO. Segno che effettivamente c’è un problema di sopravvivenza. Segno che è su questo che bisogna riflettere.
L’ho già detto: non volevo parlare della qualità, di questi Spettacoli, di queste Fiere, di queste Rassegne e non ne parlerò. Non oggi.
Una domanda, però: ma se tutti VINCONO, se tutti hanno STAFF e TEAM, ma come caspita è che (a detta di analisti nostrani e stranieri) il nostro panorama culturale è quello che è?

  •  
  •  
  •