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Capire la differenza di genere e spiegarla in pochi passaggi: Oblomov

Esce nel 1859, Oblomov, romanzo di Goncharov, autore nato a Simbirsk nel 1812, e morto a Pietroburgo nel 1891.

La storia è (più o meno) nota: il termine oblovismo ancora oggi, è infatti sinonimo di pigrizia, tendenza alla poltroneria fantastica. Oblomov, per via dell’educazione ricevuta, per caratteristiche caratteriali e anche per qualcosa che non può essere spiegato, preferisce pensare gli eventi, invece di viverli: preferisce immaginarli, o, per meglio dire, sceglie di viverli in anticipo con l’immaginazione, scegliendo quindi, in definitiva, di non viverli.

Se, più o meno nota è la trama di questo romanzo, meno noti sono, di essa,  alcuni bellissimi passaggi. E, per esempio, quello in cui l’autore descrive il differente sviluppo emotivo di Olga – e di molte donne,  dagli uomini, e – da Oblomov, e la loro differente vita sentimentale.  Come cambia, durante gli anni dell’adolescenza una ragazza? E un ragazzo? Che cosa succede, davvero, nella loro esistenza?

“Là dove l’uomo ha bisogno di un cartello indicatore, a una fanciulla basta il venticello sussurrante, il tremito dell’aria a malapena afferrabile dall’orecchio. Perché, in seguito a quali cagioni, sul volto di una fanciulla, una settimana prima ancora così spensierata, così ingenua da muovere al riso, si posa a un tratto un grave pensiero?”.

“Un grave pensiero”. Goncarov non fa mai la morale.  In anticipo su tempi e modalità e discipline, nel suo romanzo, invece che di poetiche, società, conflitto, emozioni, ci parla del corpo di Olga e Oblomov che –  dice – non hanno solo caratteristiche diverse come esseri umani, ma hanno modalità acquisitive, di assimilazione, completamente differenti; e non in quanto Olga e Oblomov, ma in quanto donna e uomo, con tutto ciò che ne deriva. Ed è proprio da quella deriva, da quel tentativo di spiegazione, che la storia, il racconto, nascono e proseguono.

“E qual è questo pensiero? Che cosa riguarda? Pare che in esso ci sia tutto, la logica, la filosofia pratica e speculativa dell’uomo, un intero sistema di vita! Un cousin che l’ha lasciata or non è molto ancora bambina, e ha appena finito il corso di studi e messo le spalline, vedendola corre a lei allegramente con l’intenzione di scuoterla, come già prima, per le spalle, di fare un giro con lei tenendola per le mani, di saltar sulle sedie, sui divani… e a un tratto, guardatala fisso in uso, si intimidisce, si allontana confuso e comprende che, mentre egli è ancora un ragazzo, lei è già una donna!” 

L’autore non parla solo delle differenti modifiche che avvengono nei corpi, che è, sarebbe, banale, ma aggiunge altro. E ci racconta come la percezione, fra esseri viventi, non sia solo un fatto di parole, di espressioni vocali, bene o male espresse, di frasi, più o meno convenzionali. La comunicazione, ci spiega Goncarov, è un fenomeno che comprende più grammatiche, più lingue, compresa quella del corpo. E l’autore (lo scrittore, la scrittrice) saranno tanto più bravi quanto più saranno in grado di cogliere, di questa comunicazione, incrociata e complessa, sfumature e aderenze. Ed è parlando di questa comunicazione, che si arriva a descrivere i conflitti, le poetiche e la società. Non, mai, il contrario.

“Come mai? Che cosa è successo? Un dramma? Un avvenimento importante? Qualche novità di cui tutta la città è informata? 

Niente, né maman, né mon oncle, né ma tante, né la cameriera, nessuno sa niente. E quando poteva succedere? ha ballato due mazurche, qualche quadriglia e le è venuto un po’ di mal di capo, la notte non ha dormito… E poi tutto è passato, ma sul viso di lei c’è qualcosa di nuovo: ella guarda diversamente, ha smesso di ridere sonoramente, non mangia più una pera intera in un boccone, non racconta più ‘come in collegio’… Ha finito anche lei il corso di studi”

(Oblomov, To, 2000, tr. di Ettore Lo Gatto)

 

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