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Breve storia della paura (delle valanghe)

Pochi si accorsero che questo libro uscì, nel 2005, quando Pequod lo stampò. Buone le recensioni, ma pessime le vendite. Colpa mia? Della distribuzione? Poco interessante il tema? Non è di questo che voglio parlare.
Io la montagna fino al 2005 non l’avevo mai frequentata troppo – salvo brevi passeggiate estive e brevi sciate fatte male, come può farne una che sia andata a vivere, da Brindisi a Milano e dopo a Roma – e forse anche per questo, ne avevo paura. Dire che ho scritto questo romanzo per liberarmi dalle paura delle valanghe e della montagna, è evidentemente esagerato. Anche perché assieme a quella delle valanghe ne affronta molte altre. Però, quella delle valanghe è stata la paura principale. E se, di questo romanzo ne condivido un pezzettino è perché ieri in tanti ce l’hanno fatta a sopravvivere all’urto di una di esse, nell’Hotelo Rigopiano in Abruzzo. E a me, come a tante e a tanti altri, ha fatto piacere. Come sempre quando la natura, giocando con noi, esseri umani, non ci sconfigga 10 a 0. Ti pare quasi di doverla ringraziare.

“L’elicottero si stava sollevando nel cielo. Dalla parte interna, sporgeva una corda, e lì c’erano attaccati il medico e una delle due donne.
‘Senti che rumore forte… è stato bravo quel medico, no?’. Era Pina che stava parlando. Lo faceva per distrarre Anna, che infatti chiese se fosse stato lui a decidere. ‘Sì. E’ stato lui. Bravo, no?’, rispose ancora Pina. Tutti intorno, parlavano del medico.
Faceva freddo. Un freddo secco e fastidioso. Il cielo si manteneva azzurro e il sole c’era già, ma quella che per tutti si annunciava come una giornata serena, per Anna e gli altri cominciava male. Il calore del sole avrebbe fatto sciogliere altra neve. Altre valanghe sarebbero cadute. Dov’era Diego? La macchina lì non c’era. Il medico soccorritore era scomparso all’interno dell’elicottero, adesso il corpo di lei, abbandonato come per stanchezza, ciondolava da solo nell’aria. C’era così poco spazio là sotto, che non avevano potuto mettere la barella. Facevano impressione quella testa, quasi riversa all’indietro, e le braccia, mollate distanti dal corpo. Era la più giovane. La gamba che si era rotta, il medico gliel’aveva fasciata con un pezzo di legno. Un altro pezzo di legno, più grande, le teneva dritta la schiena. Man mano che la corda saliva, la donna dondolando si avvicinava alla salvezza. Lei sembrava dormire. Se fosse caduta in quel momento forse non se ne sarebbe neanche accorta.
‘Bravi!’, applaudì Pina quando il corpo fu in salvo.
‘Bravi!’, ripeté Anna, battendo le mani anche lei.”

L’inizio.

“Nel bar San Martino, nei pressi di una nota e molto ben frequentata località sciistica del Nord Italia, la proprietaria, seduta alla cassa, diede un’ultima occhiata alla donna che usciva in quel momento dal locale, con altre due. Poi disse al marito: ‘L’hai vista la bionda? E’ la moglie di Aurigemma. Mi ha detto che a Pasqua inaugura l’albergo. E’ suo…l’Hotel delle Donne l’ha chiamato’.
L’uomo, che stava sfilando i bicchieri dalla lavapiatti per metterli sullo scaffale rispose, muovendo la testa: ‘Mah. Troppe donne tutte assieme. Non può venirne niente di buono’.

Una foto della bionda, sulla pagina di un giornale, con i capelli più corti, volava sul prato, davanti al bar.
Il fotografo l’aveva sorpresa sorridente, sotto braccio al marito, durante una festa. Nell’articolo sotto, il giornalista diceva di…

Anna Ricci sposata Aurigemma, la bella proprietaria…

e si chiedeva in quello stile inutilmente polemico, tipico della provincia

…come mai un albergo di questo tipo, del tipo cioè di cui la nostra comunità certo non sente il bisogno, assediata com’è già da macchinoni e signore ingioiellate?”

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