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Bordate gramsciane

 “Non ho potuto studiare le teorie di Freud e non conosco l’altro tipo di letteratura cosiddetta «freudiana» Proust-Svevo-Joyce.”, annota Gramsci, negli ultimi anni della sua vita.
Sta molto male. Lavora a fatica. E, dalla clinica dove, nel 1934, è stato rinchiuso, scriverà tanto, e molto di letteratura, la sua vera passione, da quando è ragazzo.
“Non ho potuto studiare le teorie di Freud”, scrive, consapevole dell’importanza dell’autore austriaco e delle sue teorie.
In realtà, in una lettera spedita alla cognata Tatiana, e riferendosi alla moglie Giulia – che ha scelto di andare “in analisi” – si esprime: chi ha consapevolezza del posto che occupa nel mondo, non va in analisi; parla di “umiliati e offesi”, prendendo a prestito la definizione da Dostoevskij: dell'”analisi”, ha bisogno chi non riesce a essere consapevole del posto che occupa nel mondo, del “ruolo” che è costretto a recitare.
Da giovane, per esprimersi sull’autoconsapevolezza, Gramsci aveva citato Novalis, il poeta tedesco, che per tutta la vita gli sarà caro, e Vico.
Torniamo a quello che Gramsci non sa. E al diritto che si è preso, di giudicare. In realtà, qualche anno dopo, con “Masse e Potere” (1960) (e prendendo solo uno, a caso, dei tanti autori che hanno indagato la relazione fra soggetto, disagio e potere), Canetti gli darà ragione.
Ciò che salva il soggetto è la consapevolezza dei legami cui è costretto (di nascita, di appartenenza, lavorativi, di genere, nazionali, sovrastatali, etc). Solo questa consapevolezza, il sapere il punto esatto che occupiamo nel mondo, può salvarci, come singoli.
Che cosa davvero ci insegna, Gramsci, quindi, a proposito della possibilità di esprimersi su ciò che non si conosca? Non a tacere, certo. Ma, piuttosto, ad avere consapevolezza del proprio punto di vista, e di noi stessi.
A prendere sì, la parola, ma non in modo generico. A sapere – a mettere a punto – prima di parlare, che cosa vogliamo dire, e perché. In più di un’occasione, nella sua vasta, meravigliosa opera, annota l’importanza del “prendere appunti”, “scrivere”, “discutere con se stessi”.
A essere chiari sul motivo, per cui decidiamo di parlare. Questo, ci insegna. A non lasciarci spaventare dall’interlocutore. A tacere, sì, ma solo fino a quando non abbiamo ben chiaro ciò che vogliamo dire e che cosa, ci induca alla presa alla parola.
Sul legame (mancato) con Proust: resta la tristezza grande di non aver potuto leggere nota alcuna. Chissà che meraviglia, sarebbero stati gli “Scritti su Proust”, di Gramsci.
Per Svevo, no: Gramsci lo conosceva. E, da critico che non lesinava bordate, quando l’autore triestino morì, scrisse che se non fosse stato per Joyce, sarebbe morto da perfetto sconosciuto in Italia. Scrive (riprendendo da Linati): ” ‘James Joyce, chiacchierando della letteratura italiana moderna (con un giovane, a una serata offerta dal Pirandello, ndr), gli aveva detto: – Ma voialtri italiani avete un grande prosatore e forse neanche lo sapete – Quale? – Italo Svevo, triestino’ “.
Segue, ci racconta, breve studio di Svevo, ad opera di un gruppetto, recensione di Montale ed epitaffio solenne, quando Svevo morì. La breve nota (su Svevo) si chiude così: “In realtà questa gente si infischia della letteratura e della poesia, della cultura e dell’arte: esercita la professione di sacrestano letterario e nulla più.”

 

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