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Bellocchio sempre contro, cum laude.

Diceva Kafka che “Dopo una certa età, ognuno ha la faccia che si merita”. Se questo può non essere vero per le facce in carne e ossa, lo è sicuramente, secondo me, per il lavoro letterario e cinematografico, e Marco Bellocchio ne è, in qualche modo, la prova. A dimostrarlo, l’ultimo, bellissimo film: uno stato di magnificenza, non di grazia. Non una battuta sbagliata nella sceneggiatura,  scritta da lui, non un’intonazione falsa negli attori e nelle attrici, bravissimi.
La storia di Sangue del mio sangue è bellocchiana: si parte col Medioevo, metafisico se non letterale. Siamo in zona caccia alle streghe, tema non nuovo all’autore. Siamo a Bobbio, in provincia di Piacenza, dove un giovane religioso, morto suicida, è stato sepolto in terra sconsacrata. Il gemello Federico, che gli somiglia molto, viene mandato dalla madre (la famiglia, il peso della colpa, il cattolicesimo come medievalizzazione continua del nostro paese) a intercedere, perché sia seppellito fra i  ” giusti”. Le monachine (la vecchia cieca, la giovane graziosa, la bella occhiuta, le voci bianche) e i preti (il campagnolo buono, l’abate intelligente e rimbambito dalla dottrina) cercano di capire se nella donna che ha portato al suicidio il giovane, Benedetta (bella e brava Lidya Libermann), abiti il Diavolo. 
Seguono, le prove, come da Inquisizione: in catene sott’acqua per vedere se il Diavolo galleggia; quella delle lacrime, per vedere se il Diavolo piange e quella del fuoco per vedere se resiste. Il fratello del suicida che è stato, a sua volta per breve tempo, preso nell’incanto di Benedetta e che potrebbe aiutarla rinuncerà, per paura. Benedetta è murata viva.
Segue, il capitolo sull’Italia di oggi, tramite il convento (bellissimo, da restaurare? a che uso è adibito, nella realtà?) che è oggi un rudere: un sedicente “ispettore” intercede perché un “imprenditore russo” possa comprarlo.
Ma il custode prende tempo: all’ultimo piano, fra quadri di pregio e vecchia mobilia, vive il Vampiro (Roberto Herlitzka, Aldo Moro in un altro film di Bellocchio): scomparso da anni dal paese non è, per la legge, né vivo né morto. La moglie separata, non avrà pensione, né può chiedere il mantenimento. Vampiro, (il conte Basta) una certa notte, costretto dal mal di denti raggiunge il Dentista, suo amico. Lo informa dell’esistenza dell’ispettore e dell’imprenditore russo. Segue chiarificazione in chiave dosto-gogoliana. Il film, da me raccontato in un modo che non può non apparire banale, è colto di immagini, di citazioni, di buone letture, di film visti, di incontri fatti, di amore per un paese che è anche quello di origine del regista. No, non può essere solo un gioco, e e se è un gioco è un gioco tragico. La chiave è quella della “commedia all’italiana” (letteraria, e che ha Gogol, come si sa fra i suoi padri) e ricorda il Fellini nero e pessimista, nella seconda parte. Un rimescolamento di toni, storie, tempi, nel percorso di un intellettuale coerente e anarchico, lucido e generoso, e che ha sempre detto (e lavorato su) ciò che pensava. Rimescolamento e summa che prevedono anche la vita privata, gli affetti: bravo Pier Giorgio Bellocchio, il figlio del regista, nella parte dei due fratelli. Sono nel film anche la figlia Elena, e il fratello Alberto. 
 Bravissime Federica Fracassi e Alba Rohrwacher nella parte di due sorelle, tra “comicità, incesto e sentimentalismo pascoliano”. Pirandello nume (Il fu Mattia Pascal) fra Dostoevskij (“la bellezza salverà il mondo”) Gogol, e (“scandalo, oggi, quel vecchiume!”) Alessandro Manzoni al cui episodio della Monaca di Monza il film sembra ispirato. Quanti Cardinal Federighi ancora oggi, blaterano in Italia? Musiche di Carlo Crivelli, fotografia di Daniele Ciprì.
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