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Apotropaici

Non mi trovo bene col volontariato vicino al mondo cattolico. Oggi, quando mi hanno chiamato per andare a dare una mano a raccogliere la roba da mandare nelle zone del terremoto, ci sono andata.
I problemi però sono cominciati quando abbiamo finito di accatastare le scatolette e i dentifrici, perché loro si sono messi a parlare dei gruppi di preghiera che stanno organizzando per accelerare il “progetto della ricostruzione”. Sono proprio andata in crisi, lì. Se mi inviti a casa tua, e mi proponi roba così indigesta mi sembra un torto che mi fai. “Ma come vi viene in mente? Ma perché mi coinvolgete, se dovete parlare così?”. Poi non l’ho fatto. Ho pensato che se ne parlavano con tanta tranquillità non gli passava neanche per l’anticamera del cervello che qualcuno possa pensarla diversamente.

Queste, della preghiera per la ricostruzione. sono occasioni che pubblicizzano anche su Facebook. Un’amica lo notava.

Vado in crisi tutte le volte che parlano perché, nonostante la loro buona volontà, io li considero parte degli innumerevoli problemi che affliggono l’Italia, questi volontari qui. Le indulgenze, la preghiera per affrettare i processi materiali, la preghiera per accelerare il processo dal Purgatorio al Paradiso (o dal Limbo al Paradiso). Dico la verità, io li considero un vero problema, questi volontari del mondo cattolico, nonostante che, presi singolarmente siano persone oneste, gentili, ospitali e tutto. “Come può, la preghiera, accelerare la ricostruzione”, avrei voluto chiedere? “Non si dovrebbe, invece, piuttosto organizzarsi, discutere con gli amministratori locali, cercare di portare avanti dei progetti, se la ricostruzione è un processo materiale, perché devi organizzare i gruppi di preghiera per accelerarla? Perché fate così?”

Voglio dire: questi volontari, non sono paragonabili a quei cattolici che passerebbero sotto la Porta Santa per salvare l’anima di qualche peccatrice, però non si straniscono mica più di tanto, se vengono a sapere che c’è chi lo fa. Per loro è normale.
Chi non si professa cattolico, quando parlo in pubblico di queste dinamiche, è spesso d’accordo con me: questo sarebbe un punto della nostra società, quella italiana, di cui discutere, su cui confrontarsi, parlare.
 Esiste una vera dissociazione. E invece non se ne discute. E il problema resta. Lo so, non è questo il momento. Però dobbiamo saperlo: c’è tutta una parte del paese che vive nella follia della superstizione, che crede a gesti apotropaici, che pensa ci siano oggetti, formule, parole, scambi di preghiere in grado di salvare la vita delle persone; ed è una parte d’Italia che viene considerata “sana”, normale, questa! Quando vediamo un gruppo di persone entrare in una Chiesa ci sembra normale. L’ aspetto inquietante della religione cattolica – oppure parliamone, magari hanno ragione loro – viene fuori in queste occasioni: disgrazie, terremoti, disastri. E d’altronde, la parte del paese, diciamo “istituzionale” che fa in queste occasioni? Che genere di interlocuzione usa nei loro confronti? Niente, fa finta di nulla. Come se fosse normale parlare di indulgenze. Come se fosse normale, passare sotto la Porta (Santa) per salvare l’anima di una povera donna che ha avuto solo la disgrazia di morire durante un terremoto, in un paese sospeso fra favole e realtà.  Si vive nella più totale dissociazione, che ai più peraltro, pare normale. E se poni il problema, a parte qualcuno, il resto dice, “Questo non è elegante, a dopo!”. 

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