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Alfonso Berardinelli e il telefonino staccato. Materiali da Casi critici.

In che rapporto sono il web e il besteseller? L’uso del web potrebbe o no, migliorare l’insegnamento delle materie umanistiche? Che ne è oggi, della comunicazione fra gli esseri umani? Nel tentativo di comprendere in che modo il web influenzi le nostre vite, quali ne siano i limiti e quali i possibili sviluppi, sto mettendo assieme materiali per una pubblicazione che dovrebbe avvenire nel corso dell’anno prossimo. Dopo quella a Maurizio Ferraris (qui) in anteprima, l’intervista ad Alfonso Berardinelli che mi pare, in proposito, particolarmente significativa.     

1. «Non uso il computer», mi ha detto. Pensa sia possibile farne a meno? Che cosa pensa della sudditanza di tante persone alla tecnologia, nel mondo contemporaneo?

Io non uso il computer, ma non è possibile farne a meno. Io sono un individuo. L’intera società ne fa uso e io non pretendo certo di contestare le abitudini comunicative di almeno due miliardi di persone. Del resto il computer io lo uso indirettamente, non tocco con le mie mani la macchina, ma detto a qualcuno che digita per me. Quanto alla sudditanza di tante persone alla tecnologia, questo credo che sia davvero un problema. Non vedo in giro che persone con gli occhi fissi sullo smartphone: coppie incomunicanti, intere famigliole, amici seduti allo stesso tavolo che continuano a guardare il cellulare pur non smettendo di conversare… Il giornalaio, il benzinaio, che lavorano continuando a sbirciare il telefono. Sembra che non ci sia nessuna attività che si possa fare senza continuare a usare contemporaneamente l’ultima versione del medium informatico. Una volta si valorizzava la concentrazione, l’attenzione continuata, come la facoltà mentale centrale. Ora proprio questa facoltà, che personalmente continuo a credere sia fondamentale per il cervello umano, è quasi ininterrottamente frantumata dal multitasking…
2. Non pensa mai alle maggiori libertà che il web impone a chi scrive? Usa almeno word per lavorare, o si riferiva solo all’uso del web, alla connessione, quando mi ha detto che non lo usa?
 
Vede? Lei ha avuto un bel lapsus, ha detto che si tratta di maggiori libertà che il web “impone”, non offre… È molto strana una libertà imposta, non le pare? Comunque avrà capito che la mia è una convinzione presuntuosamente profetica, cioè una superstizione personale. Credo che gli illimitati poteri, indefinitamente in crescita, della Megamacchina mondiale alla fine portino più male che bene. Incrociamo le dita ma… Sarà un problema dei posteri.


3. «Dopo aver diffidato per circa un secolo della comunicazione, oggi la letteratura vorrebbe essere comunicazione di cose già comunicate», dice nel suo Casi critici. Dal postomoderno alla mutazione (Quodlibet, 2007) riferendosi a un tipo di letteratura che è quella del besteseller. Secondo lei c’entra con il web (con l’uso facile del teleschermo, con l’immagine cinematografica) il tipo di poetica (da bestseller) che lei descrive? E se no, da dove viene? Che cosa l’ha prodotta?

 
Sì, comunicazione di cose già comunicate: è proprio questo, credo, che caratterizza il successo dei best seller. La comunicazione di cose nuove richiede al lettore un certo sforzo, gli pone davanti qualche ostacolo. Il bestsellerista fa mettere comodo il lettore, lo fa sentire subito a casa sua, la scrittura è fatta per velocizzare la lettura. Comodità, velocità: non è esattamente questo che offre qualsiasi nuova tecnologia? Capisco che è difficile resistere alla tentazione di fare prima senza scomodarsi… La tecnologia è una grande Mamma che ci sta oscenamente viziando e, forse come tutte le mamme, ci opprime, ci soffoca, ci fa sapere ogni momento che non possiamo fare a meno di Lei…
 
 
 
4. Prendo sempre da Casi critici: «Anche il postmoderno finirà, sta per finire, anzi è finito», dice. Se con postmoderno si intende una «poetica esplicita», non le pare che il web, con il suo mettere tutto sullo stesso piano, abbia realizzato strutturalmente la poetica del postmoderno?
 
No, non mi sembra. Se si intende il postmoderno come una poetica specifica, si trattava comunque di una letteratura ludica ma intellettualmente mediata, che esibiva la consapevolezza dei propri procedimenti. Non mi sembra che la letteratura tweet sia particolarmente interessata alla consapevolezza intellettualistica dei propri procedimenti. Vuole la spontaneità allo stato puro. Il postmoderno, poi, come epoca successiva a quella classicamente moderna, finita grosso modo fra gli anni Venti e Trenta del Novecento, implicava la consapevolezza storica di venire dopo la modernità. Oggi chi scrive non parte affatto da questa consapevolezza storica, vive in una specie di assoluto presente. 


 
5. «Esprimendo una critica spesso violenta nei confronti della borghesia, della società industriale, della commercializzazione e mercificazione della cultura, la maggior parte dei grandi scrittori moderni sono stati, come si è detto, antimoderni, antiprogressisti, diffidenti non solo della società di massa ma anche del liberalismo (sinistra ottocentesca), della democrazia e del comunismo (sinistra novecentesca)». Lo scrittore (la scrittrice) contemporaneo (o almeno la maggior parte di essi), rispetto alla tecnologia, secondo lei, che comportamento ha? Chi, quale autore (autrice) secondo lei, affronta queste tematiche nei suoi libri?
 
Non so con precisione, ma mi sembra che, rispetto agli intellettuali e agli scrittori dal romanticismo fino agli anni Settanta, diffidenti nei confronti della modernità in quanto capitalismo, negli ultimi decenni sia avvenuto qualcosa di nuovo: l’entusiasmo con cui la massa degli intellettuali ha accolto informatica e telematica è stato sorprendente e lo è tuttora. Credo che in questo ci sia una caduta, un abbassamento vero e proprio del livello critico. L’attuale capitalismo, da alcuni chiamato sarcasticamente Turbo-capitalismo, si è moltiplicato su se stesso grazie alla vertiginosa velocizzazione delle prassi comunicative commerciali e finanziarie. Tra l’altro la grande novità è che il capitalismo telematico si è impadronito e ha trasformato in merce non solo il 99 percento degli atti comunicativi anche privati, ma addirittura ogni impulso alla comunicazione si trasforma immediatamente in atto comunicativo. È un mercato senza confini, oltre che un controllo illimitato di tutto ciò che ci passa per la testa… Milioni di persone si svegliano e, prima ancora di aver pensato, comunicano al mondo che cosa desiderano pensare… Negli anni Settanta staccavo il telefono per ore. Come farei a stare dietro a questi livelli di scambio interattivo! Il mio sistema nervoso non regge, eppure è un sistema nervoso, se posso dire, normale…
6. «Come insegnare letteratura moderna», intitola uno dei capitoli del suo libro Casi critici. Non pensa che il web possa dare una mano ai docenti? (O lei è di quelli che pensano a una diffusione superficiale, e quindi dannosa, della cultura, attraverso il web?) 
 
Dipende dai docenti. Dipende ovviamente anche dagli studenti. Se si trovano bene, lo facciano. Io però penso sempre più spesso all’importanza del teatro. Che cos’è il teatro? È fra tutte le arti la più refrattaria, la più inconciliabile con il web. Certo, il teatro si può filmare, ma diventa un film, non è più teatro. Il teatro è quella cosa che avviene con la presenza fisica di attori e spettatori. Se togliamo a tutte le arti e a ogni trasmissione di sapere il quid teatrale, ciò che avviene in presenza, nella vicinanza fisica, si perde qualcosa di essenziale. A meno che non vogliamo considerare i nostri corpi fisici come qualcosa di irrilevante nella comunicazione, qualcosa di cui si possa fare a meno senza perdere nulla… Diventeremo puri spiriti aiutati da pure protesi meccaniche?


(Alfonso Berardinelli, nato a Roma nel 1943 è un critico letterario e saggista italiano. Dal 1985 al 1993 ha insegnato Letteratura contemporanea all’Università di Venezia, da dove si è dimesso per polemica con il sistema corporativo in Italia. Dal 2007 al 2009 ha diretto la collana Prosa e Poesia per la casa editrice Scheiwiller di Milano. Ha pubblicato varie opere e saggi, fra cui i più noti,  Il pubblico della poesia (con Franco Cordelli, Lerici, 1975), Il critico senza mestiere (1985, Il saggiatore), L’esteta e il politico: sulla nuova piccola borghesia (Einaudi, 1986), Che noia la poesia. Pronto soccorso per lettori stressati (con H.M. Enzesberger, Einaudi, 2006), Casi critici. Dal postmoderno alla mutazione, (Quodlibet, 2007), Non incoraggiate il romanzo (Marsilio 2011). Aforismi anacronismi è il suo libro più recente, (Nottetempo, 2015). Vive a Tuscania.
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