Adesso che non c’è più il diritto all’ozio.




Due cose: la prima.
Perché, in Italia, a differenza che in altri paesi del mondo, la notizia di un efferato omicidio viene data e commentata da tutti i giornali con la stessa tonalità feuilletonistico-sentimentale, e in tutti i giornali le viene dato il massimo, primario, solenne, (nonché cinico) rilievo?
Il fatto che le notizie non siano sbattute in prima pagina con tanto di fotona, e particolari intimi delle vittime, non significa che il giornale sia incapace di fare informazione, anzi, forse il contrario. Forse, come in altri campi, l’importante non è la forza – e l’insistenza – con la quale un materiale viene propinato, ma la qualità dell’analisi e del propinamento.
L’Italia, dicevo.
Non che in Inghilterra e in Francia (tanto per citare quelli che vengono visti, dai più, come esempi supremi) non esistano i giornali popolari, e i giornalisti che ci lavorano. Ci sono, altroché, quelli che vanno a caccia esclusivamente di omicidi, suicidi, trappoloni emotivi, ribalderie, e che su quelli esclusivamente campano. A volte addirittura trasformando il maramaldo in eroe. Certo, che ci sono. Ma non ci sono, come da noi, solo quelli.
La domanda è: a che attribuire, in Italia, tanta uniformità? 
Come mai l’analisi è, ormai, (quando va bene) riservata solo al Web? Come mai non c’è nessun giornale a grande tiratura, in cui certi fatti, siano trattati senza la sfumatura di cui dicevo sopra? E’ inevitabile? E se no, a che è dovuta, questa continua caccia al mostro?
Siamo sempre il paese fascista che, cercando di istradare nella pagina degli orrori l’attenzione dei cittadini, pensava di sfuggire alla critica del suo operato?
Forse no? Forse è solo mancanza di professionalità? Forse si tratta solo di incapacità, incultura, insipienza, dei giornalisti? O forse, ancora? Forse la richiesta è del Fenomeno, forse è il-fenomeno-in-sé-e-per-sé, che richiede urgenza, concentrazione, neretti e maiuscole? Chi lo sa.
Insomma, la domanda è chiara: è davvero il mercato, a richiedere di sbattere il mostro in prima pagina, pena le crisi di vendita, o sono le redazioni, a ignorare un altro modo di fare giornalismo? Un modo in cui è presente, quasi solo, la dovizia di particolari, (cose tipo il colore delle mutande della vittima), assieme ad altro, spesso di molto più emotivamente febbricitante?
La seconda cosa, riguarda la maniera di dribblare quello che è il vero oggetto della questione. 
Molti degli omicidi di cui si parla oggi (almeno 3) sono, a tutti gli effetti, dei femminicidi. Lo sono perché al centro della dinamica resta, assassinato, il corpo di una donna, e perché al centro di essi ci sono le dinamiche relazionali di coppia.
Tocca, in questa breve analisi, inserire a questo punto, un’altra figura, oltre a quella del mercato, dei giornalisti, degli assassini, e delle femmine: quella dello(a) psicologo(a).
Le proposte che arrivano, (di fianco alla cronaca feuilletonistico-sentimentale di cui abbiamo detto), dall’immancabile psicologo, sono innumerevoli. Alcuni saggi, altri meno. Si va dall’invito a diffidare dei parenti prossimi, all’esortazione a diffidare delle persone (in apparenza) troppo equilibrate, alla proposta (giusta) di allontanarsi dal tetto coniugale quando il partner manifesti un atteggiamento violento. Innumerevoli sono le cause che vengono cercate, e altrettante quelle che vengono trovate.
La pazzia; l’eccessiva lucidità; la mania di esercitare il potere; l’abitudine, a esercitarlo; la voglia di sottomissione; la voglia di ribellione; la voglia di libertà; il dovere; la mancanza di passione; la troppa passione; la passione deviata; l’impossibilità del controllo; il troppo controllo, fra le più gettonate.
Si usano termini vaghi, e astratti, per non nominare, l’unica parola, l’unico vero elemento, che sembra essere alla base di molti dei delitti: il piacere.
Il motivo, è l’inopportunità? Non sta bene, davanti al corpo delle donne morte parlare di una cosa che gli esseri umani, legano al divertimento, alla passione, alla vacanza? Forse.
E comunque, niente di più sbagliato. A pensarci bene, infatti, alla base di questi femminicidi c’è (quasi) sempre e solo lui: il piacere.
Che sia negato, (e che non permetta quindi la costruzione di un’identità così come la si desidera), che sia frustrato, (e che porti quindi allo scatto d’ira) che sia impossibile da raggiungere, per la presenza di un ostacolo, e che questo ostacolo da rimuovere, sia (guarda caso) una donna, poco importa a chi uccide. Alla base di questi gesti, dannati, c’è sempre l’incapacità di gestire il proprio piacere. La problematica vale sia per l’assassino che, come si chiama in gergo, per la vittima.
Mai (e qui vengo al punto), o molto raramente, il piacere viene visto, dagli stessi gestori di notizie, di informazione, come tema di educazione. 
L’educazione al piacere, quando va bene, è il titolo di improbabili seminari dedicati al sistema dell’arte. Il piacere, (che ha un ruolo, nella vita che conduciamo, sedotti come siamo, continuamente, dal sistema produttivo, fondamentale) non viene mai, insomma, prima del dovere.
“Sembrava una persona per bene!”, si dice spesso degli assassini. Quello, evidentemente, è stato loro insegnato? A, sembrare, e non invece, a essere una persona che sta bene? Forse che, una persona-che-sta-bene, i conti col piacere, in qualche modo li ha già fatti? Chi lo sa.
E sì, che basta poco a descrivere il modo in cui, il sistema di capitalismo avanzato in cui tutti noi viviamo, gestisce un tema, difficile, pesante, e complicato come è quello del piacere. 
E’ sotto gli occhi di tutti. Che maniere usa, questo sistema, per vendere i prodotti? Che trovate elabora per risvegliare seduzione e amore, nei consumatori (quali, che lo si voglia o no, tutti e tutte più o meno siamo)? Al netto di tutto, esso, il piacere, non è quasi mai un tema fondamentale, per le istituzioni, di quelli primari, e su cui investire educazione, e tempo.
I genitori, ai figli, è il dovere, che devono insegnare, si dice, non il piacere. 
Il diritto all’ozio era un tema caro ai famigerati anni ‘70. E gli era caro, non perché, come molti pensano, e molti dicono, “Negli anni ’70 si pensava solo a scioperare!”, o altre baggianate così. L’espressione diritto all’ozio contiene una verità: che è quella secondo cui anche il piacere (e l’ozio, che ne è una delle espressioni) è un elemento culturale, e che in quanto tale, richiede cura e attenzione. L’esercizio del piacere non è una naturale espressione del genere umano, ma è attitudine che va insegnata, guidata. Tanto è vero che non si presenta identica in tutte le epoche.  
Adesso che il diritto all’ozio è diventato un tema per fannulloni, uno  dei risultati è questo. Da una parte, abbiamo giornalisti e giornaliste zelanti, (nella ricerca del capro espiatorio, e nella descrizione dei colori della mutande), e dall’altra, uomini incapaci e inabili a gestire il proprio piacere, in modo inversamente proporzionale a quanto sono abili nella gestione del proprio lavoro.

è uscito su www.succedeoggi.it

  •  
  •  
  •  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *