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Accampare l’esperienza, fare a meno della Storia: perché Moon Palace di P. Auster è un gran bel romanzo.

Il romanzo di Paul Auster Moon Palace, uscito nel 1989 e pubblicato in Italia da Rizzoli per la prima volta nel 1990 con il !melodrammatico titolo Il pozzo della luna è eccezionale per molti motivi. Li elenco un po’ a caso, consapevole del fatto che in una breve recensione non sia assolutamente possibile analizzarli compiutamente, né tanto meno tutti.

Il primo: in questo romanzo – archetipico di quello che viene chiamato il postmoderno, e dell’autofictionale (passatemi il brutto termine) in particolare – Auster affronta il problema della Storia e dell’impossibilità, da parte degli uomini, come delle donne, di fare i conti con essa. 
Quando dico Storia non intendo solo le grandi narrazioni, e con esse la loro fenomenologia, ma anche quelle che sono le storie personali. L’impossibilità di cui Auster parla riguarda i doveri e le responsabilità che le grandi comunità umane, così come i singoli, sentono di avere nei confronti della Storia; le indagini che gli stessi pensano sia obbligatorio fare per capirci qualcosa della propria, oltre che della altrui, esistenza.  
Perché dico questo? In Moon palace l’autore narra le vicende di un ragazzo che, venuto a morire lo zio, Victor, (il fratello della madre), con cui era vissuto felicemente fin da ragazzino, cade in una forma depressiva. Ritroverà poi, per puro caso, il resto della famiglia: prima il nonno Effing,  poi il padre Barber (che di Effing era il figlio).   
Niente di strano in una trama che si presenta, a tutti gli effetti, come figlia diretta di quelle dickensiane.  E’ presa da Dickens la trama riguardante la sorte del giovane orfano – da Grandi Speranze in particolare – così come il ritrovamento dei parenti, (e il ritorno all’alveo familiare), così come pure, dal punto di vista formale, il racconto in prima persona che i parenti ritrovati faranno delle loro vicende. Tutto simile a Dickens, quasi come in un riconoscimento di paternità letteraria, se non fosse che, a metà romanzo, e cioè, proprio a partire dal primo ritrovamento (quello del nonno, Mr.Effing), proprio a partire da un possibile rientro nella famiglia di origine per l’orfano, tutto cambia ma in peggio. Perché? Perché è a partire da quel ritrovamento che tutto va come non dovrebbe andare. Prima di rientrare nell’alveo familiare il ragazzo aveva, e grazie all’amore di una coetanea, trovato un suo equilibrio: a partire dal ritrovamento, le cose, piano piano, precipitano.  
Molto meglio allora, uno stato di natura in cui le cose vengano accettate per quel che sono, che la sfinente e piena di complicazioni (non solo faticose, ma legate a mille impicci) ricerca di sé? Proprio questo sembra dirci l’autore. E quando si chiude il libro l’impressione è esatta: se questo ragazzo (la storia è ambientata negli anni 60, all’epoca delle lotte di liberazione, negli anni del Vietnam, delle Pantere Nere) non si fosse lasciato distrarre dalla ricerca delle radici – che non è solo quella della propria famiglia, ma riguarda più in generale la ricerca delle singole responsabilità – e l’avesse vissuta, la Storia, forse sarebbe stato meno intelligente, e certo meno sensibile, ma certo molto più felice. 
E però, viene da chiedersi: se l’eccesso di indagini non può che portare a una forma di ipertrofia di sé, che cosa ce ne dobbiamo fare di tutto il materiale documentario, di tutte le storie che gli uomini e le donne mettono assieme? E soprattutto che dobbiamo farne, in un’epoca in cui sembra che (anche per via delle invenzioni tecnologiche) si sia in qualche modo incapaci di dimenticare? 
Così come anche viene da chiedersi come mai, nello stesso anno della Caduta del Muro, l’autore abbia espresso una così totale sfiducia nella Storia. E se non mi pare sufficiente dire che negli Stati Uniti le esperienze europee arrivano in qualche modo predigerite, è altrettanto evidente la scelta di Auster di fare della letteratura e dell’epica in particolare, una delle chiavi interpretative della realtà. 
Se così stiamo messi per quel che riguarda la Storia, che dire invece della relazione con la Natura? Che ne è di tutto il gran viaggiare che il ragazzo (e l’autore con lui) fa? 
Se all’inizio della vicenda pare che l’indicazione sia di tornare alla Natura (con quel rifugiarsi del ragazzino, addirittura, nei parchi cittadini per sopravvivere; così come vediamo Effing eremita in un canyon per un buon decennio) con l’andare avanti della trama, la narrazione vira: l’autore non ammette ingenuità e dichiara che la Natura non sceglie, e soprattutto non ha predilezioni. Stolto chi pensa che vivere a contatto di essa abbia come esito il fatto di sopravvivere felicemente. Non è così. La Natura cammina dritta, e se la si ama, questo bisogna imitare di lei. Il fatto che non si fermi ad osservare, non si fermi a piagnucolare. La Natura procede, portando con sé il suo stesso, eterno movimento. Il ragazzino, a furia di vivere nel parco, si becca un malanno che sta per portarlo al Creatore, e poco dopo – via dalla comunità e nella solitudine più totale – sta per essere ucciso da una banda di malfattori in puro stile western. 
Bando alla Storia quindi, e bando alla Natura,  portando con sé invece quello che è la nostra storia personale, il piacere della consapevolezza (che è racconto), la gioia di esistere, questo sì, sembra dire l’autore. 
Consapevolezza che, va da sé, non deve essere necessariamente applicata a grandi teoremi o a ipotesi metafisiche, ma può e deve essere la banale accettazione di sé, del modo specifico in cui si presenta all’Io (che è),  l’Io (che era). 
E se divertimento c’è (o potrebbe esserci) nell’esistere, nell’alzarsi ogni mattina e cominciare a vivere, riguarda questo: la capacità che ogni essere dotato di linguaggio ha, di narrare la propria storia. In questo Auster è grande: non ci sono storie interessanti e storie banali. Tutte le storie dipendono solo dalla generosità, dall’affettuosità e dall’indulgenza, oltre che dalla capacità di osservazione che il narratore o la narratrice riversa in esse. 
E se alla fine della vicenda il ragazzino – cresciuto di qualche anno – si trova esattamente nella stessa situazione economica ed emotiva, di attesa, dell’inizio, non è così per ciò che riguarda la consapevolezza. E quella, secondo Auster è (quasi) tutto.
Il secondo motivo per cui Moon Palace è, secondo me, un romanzo importante riguarda la relazione che il narratore ha con la propria esperienza.  Chi parla fa, infatti, delle proprie esperienze il proprio campo di attenzione privilegiato, di recupero del sé: “Fra tutti gli scrittori che avevo letto, quello da cui traevo maggiore ispirazione era Montaigne. Come lui, cercavo anch’io di servirmi dell’esperienza fatta come base di ciò che scrivevo, e di conseguenza, anche quando il materiale mi spingeva in territorio astratto e disperso, non ritenevo tanto di affermare alcunché di definitivo in materia, quanto di scrivere una versione criptica della mia vita privata”.
Se poco è lo spazio per dedicare attenzione a questo brano, vale ancora una volta la pena ricordare che il libro è del 1989. Un’ultima cosa, la terza, per ciò che riguarda la forma espositiva: interi brani di questo eccellente romanzo sono scritti sotto forma di critica – letteraria nel caso di Montaigne, così come di Cervantes, e d’arte nel caso di Thomas Cole, (1801- 48) o di  R.A. Blakelock (1847-1919), straordinari pittori, poco noti in Italia, questi ultimi due –  caratteristica che precede un’attitudine e una modalità oggi molto diffuse. Pensiamo, come esempi, a Carrère, a Houllebecq, o a Ben Lerner, autore di L’uomo di passaggio (2011) e Nel mondo a venire (2014), pubblicati di recente in Italia. O, per l’Italia, a Siti.     
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