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Abdesselem come Ettore

Succede che.
Succede che a Piacenza, la moderna e civile Piacenza (che “dà lavoro a tutti”, che è “una città accogliente”) una ditta di logistica licenzi (chi lo sa, l’anno scorso, all’inizio di quest’ anno, ma questo ha poca importanza: licenziare è il nuovo Monopoli) un gruppo di lavoratori. Cinque, sei, dieci? Anche questo, che importanza ha? Femmine, maschi? E’ importante? Vale il “pacchetto”, nelle trattative.
Succede però che (probabilmente) un magistrato(a) imponga all’azienda il reintegro dei licenziati. Succede (chi lo sa, forse) che a maggio l’accordo venga messo su carta, e che reciti più o meno così: “I lavoratori licenziati vanno reintegrati”.
Succede che arrivati a settembre, l’azienda di logistica non solo se ne strafreghi di reintegrare i lavoratori, ma succede anche che usi per sovrappiù un atteggiamento irridente e, “sopra le righe”. Del genere, “non me ne importa niente” di quello che i magistrati mi dicono di fare, e “di quello che abbiamo deciso a maggio. L’azienda non è della magistratura, e quindi non decide la magistratura!”. Cose così sono diventate talmente frequenti, da sembrare banali.
Sorvolo su di esse perché è di altro che voglio parlare, anche se sarebbe il caso di deciderlo una buona volta: siamo in zona Sergio Leone, e ognuno che abbia un’aziendina si alza la mattina e fa come gli pare, o esistono delle leggi, e anche se sei uno(a) “con due palle così”, e ti sei fatto la fabbrichetta, le leggi le devi rispettare? Ma, ripeto, non è di Sergio Leone che volevo parlare adesso. Può anche essere che nessun magistrato sia intervenuto e che gli accordi siano stati presi, come oggi usa, sul Post It. Però sempre accordi erano.
Succede anche che un gruppo di lavoratori(ici) che non sono stati licenziati, ricordi all’azienda che “no, non può comportarsi così”. Succede che “un senso di giustizia sopravvissuto” imponga a questo gruppo di lavoratori(ici) (iscritti all’USB, se non ho capito male) di “picchettare”, fuori dalla fabbrica. Succede che qualcuno ancora lo faccia. E’ un segnale, il picchetto. Un mezzo pacifico, un tentativo di riportare in vita le zone cerebrali lese di chi si è dimenticato gli accordi presi. Consideratelo una “lucetta”, come quelle che si mettono nelle stanzette dei bambini per ricordargli che non sono soli. Ecco, così. Vuol dire, “Paura, non mi avrai! Fottiti, paura!”.
Vuol dire “Fidatevi: è possibile vincerla, la paura!”. Il picchetto è, sì, un gesto materno. Partecipare a un picchetto è un gesto di accompagnamento.
Nel caso specifico, vuol dire “GLS, ci avevi fatto delle promesse in maggio, e tu adesso, quelle promesse le devi rispettare. E devi sapere che i licenziati non sono soli!”.
Chi manifestava cioè, non erano i licenziati. Ecco il punto. Lo snodo importante di questa vicenda. Chi, alle 23 e 45 di ieri, stava davanti all’azienda, “il posto di lavoro”, l’aveva mantenuto. Era, per tutti e a tutti gli effetti, un gesto di generosità, di solidarietà, di amicizia, (una manifestazione “di classe”) quello che si stava compiendo.
Succede che un camion travolga un operaio. Proprio come ne “La paga del sabato” (un libro di Fenoglio, scritto negli anni 40, ma pubblicato nel ’69) ieri sera, alle 23 e 45, durante questa pacifica manifestazione di generosità, un camion ha, facendo marcia avanti, messo sotto un operaio.
Se ne “La paga del sabato”, Ettore, il protagonista (un ex-partigiano che prova, senza troppo riuscirci a lavorare in fabbrica) muore travolto dall’ autista disattento (e tutto succede mentre il camion fa marcia indietro), Abdesselem el Danaf, l’operaio di 53 anni che è stato ucciso ieri, è stato messo sotto (a quel che si dice) dalla rabbia. E’ stato messo sotto da chi probabilmente pensa ancora, lì dove sta, che Abdesselem, come gli altri, (o chissà forse lui, proprio lui, perché “Che cosa venite a fare qui? statevene al paese vostro!”)” non avesse nessun diritto di manifestare. Vai a capire.
Il meccanismo psicologico che ha mosso l’assassino di Abdesselem (se è andata come dicono i testimoni) a me non sembra troppo dissimile da quello che muove certi uomini che “picchiano le donne”. “Tu, non ti devi permettere!”. E’ la frase che regge l’azione, prima del Ciak definitivo.
Certo, diverse e specifiche sono le cause, mai generalizzare.
Succede che Abdesselem, a differenza di Ettore (de La paga del sabato) avesse cinque figli, che provenisse dallo stesso paese in cui Giulio Regeni è morto. Lo ricordo perché, giustamente, è stato da molte parti (e da molte persone, non solo in Italia, da molte associazioni, Stati) sottolineata la mancanza di diritti che opprime l’Egitto. Forse Abdesselem lo sapeva, l’aveva sperimentato, che in Italia i diritti mancano (se non proprio come in Egitto) per tanti. Ieri stava provando a ricordarlo, o a far finta di dimenticarlo. E’ andata come è andata.
Quasi nessun giornale, nella notizia uscita in cronaca, ricorda il suo nome. Si chiamava Abdesselem el Danaf, “un operaio di anni 53, originario dell’Egitto”. Ma Egitto, dove? L’Egitto è grande! Quante città ha l’Egitto? Che la terra ti sia lieve, Abdesselem. Il cielo, almeno quello, è di tutti.

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