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Abbiamo perso

 
C’è una cosa peggiore delle persone che si mettono di sbieco, arroganti, in questi giorni, sulla strada di provincia che stai percorrendo in macchina, per andare a fare la spesa, e ti impediscono di passare; dei cosiddetti Forconi, cioè.
Sono le persone le cui righe leggi, quando torni a casa. Sono: i giornalisti che sanno tutto, o gli osservatori che prevedono in anticipo. Sono quelli che “Io l’avevo previsto…”, sono quelle che “Non ci potevate pensare prima?”.
Sono stata – per passione, e anche per bisogno – in un “Comitato di lotta per la casa” (mi si passi la dicitura arcaica, ma quella ho trovato quando sono arrivata e quella ho lasciato) a Roma, per più di sette anni.
Sono stata, come esponente di quel comitato, “Delegata alle politiche abitative del presidente del Primo Municipio” (anche qui, scusate il mio italiano, preconfezionato), a Roma. Abbiamo, come comitato, nel periodo in cui ci siamo stati, sistemato in residence una ventina di famiglie, fatto avere il sussidio per potere pagare la casa ad altrettante, partecipato a una cinquantina di picchetti antisfratto.
Ed è in questo ruolo che adesso voglio parlare, con la consapevolezza che mi viene da quel ruolo, e da quel lavoro.
Non c’è stata una volta, una sola volta, in cui la polizia di sua spontanea volontà, si sia comportata non dico in modo gentile, ma almeno rispettoso dei bisogni delle persone. Ah, si. Una. Il commissario della zona Esquilino dell’epoca, cui devo riconoscere il merito di aver dato una mano, durante una difficile trattativa, e di non aver “concesso”, come si dice, ai proprietari, “la forza pubblica”.
Per il resto: persone attaccate alla balaustra che venivano trascinate via. Famiglie separate (il padre da una parte, e la madre coi bambini dall’altra), figli che venivano tolti ai genitori perché non in grado di pagare l’affitto. Con la polizia che si muoveva perché si facesse in fretta. E a chi minacciava di far esplodere la bomba del gas lo si portava via a forza, di peso.
Più di una denuncia ho avuto io, nel tentativo di far riconoscere i diritti di questi persone. Poco male. L’avvocato ho dovuto pagarmelo da me. Ma non è di questo che voglio parlare. La domanda che voglio fare è un’altra: è cambiato qualcosa per ciò che riguarda il diritto all’abitazione oggi, in italia, dopo queste lotte? Specifico che non solo non siamo gli unici, ad aver fatto quel tipo di lavoro politico, ma che oggi, in italia, ci sono molte persone che, attraverso comitati, centri sociali, organizzazioni politiche, se ne occupano. Molte di queste persone vengono denunciate. Tante ci vivono, nelle case occupate. Questo vivere nelle case occupate comporta schedature, una vita diversa, non come quella di chi vive in una casa propria. E’ cambiato qualcosa? E se non è cambiato, è perché davvero non è stato fatto abbastanza?
L’altra domanda che voglio fare è:  cosa si potrebbe fare di più, che iniziative, in questo stato di cose? Che cosa può fare (di più, che prendersi denunce e lavorare senza essere pagato) chi non ha il potere istituzionale, per muoversi?
E’ ora o no che si muovano le istituzioni, per riconoscere il diritto all’abitare (parlo di questo, ma ce ne sono altri, di diritti che andrebbero riconosciuti, e vorrei che ne parlasse chi se ne occupa)? Molta delle gente che sta nei picchetti, in queste ore, per strada, è gente (lo so) cui la banca ha portato via la casa.
Che cosa sta facendo il governo per loro? Cosa? Niente. E d’altra parte, voglio però chiedere: se noi, noi, (questi gruppi di cui parlavo, non voglio fare nomi, non sto cercando pubblicità, basta farsi un giro su google per sapere a chi mi riferisco) avessimo messo in piedi picchetti come quelli dei “forconi” per far riconoscere, per esempio, il diritto all’abitare, sarebbe o no andata a finire più o meno come succede da anni in Val di Susa? Si o no? Ci avrebbero o no, portato via a forza, denunciato, e quanto altro? A queste domande voglio una risposta da parte di chi si lamenta, fra i giornalisti e gli osservatori.
Da chi lo fa con tanta superficialità. E non per rigirare la domanda. Non cioè, per attribuire colpe, ma solo perché voglio capire. Voglio sapere come dobbiamo muoverci, che fare.
Con la consapevolezza di essere stretti, come “sinistra diffusa” (che brutta espressione, pare uno sciame di api) come si dice, nel mezzo. Da una parte un PD che non è sinistra, e dall’altra la destra.
Chiudo con una riflessione: la presentazione di un libro, (a differenza che una minaccia di bruciare la libreria), attira l’attenzione di poca gente, come sanno molte miei/e amici/e scrittori/ici.
E noi, (questa, lasciatemela chiamare “sinistra diffusa”, questo sciame di api) se dobbiamo scegliere fra minacciare qualcuno che gli bruceremo il locale, (cosa che è stata fatta dai forconi a Savona, alla libreria UBIK), e una presentazione, sceglieremo sempre la seconda, la pacifica presentazione cioè. E’ evidente che, in questo modo, non vinceremo (se la vittoria è arrivare sui giornali, far parlare di sé, nel bene o nei male) mai. C’è tutto un lavoro solitario, sotterraneo che viene fatta. E di cui non si parla.
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